Disastro del Vajont. Storia di una strage annunciata

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Una frana colpì la diga che provocò un’onda devastante

Uno dei disastri naturali più gravi che si verificarono nel Novecento in Europa è quello ricordato come Disastro del Vajont. La valle del Vajont è un territorio che si trova al confine tra il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. La sera del 9 ottobre 1963 una frana fece esondare la diga del Vajont, provocando la morte di circa 2.000 persone e danni ingenti.

Diga del Vajont - Disastro del Vajont - Strage del Vajont
La diga dove del Vajont oggi

L’intera cittadina di Langarone fu interamente rasa al suolo dalla potenza distruttiva della frana. Tale forza fu ritenuta simile a quella di uno “tsunami”. Sparirono altre cinque frazioni circostanti: i terrazzamenti per l’agricoltura vennero distrutti; circa il 30% del patrimonio zootecnico si estinse.

La frana, colpendo la diga e spazzando via tutto ciò che trovò sul suo cammino, sconvolse profondamente l’intero assetto del territorio del Vajont.

Prima del disastro del Vajont: il progetto di costruzione della diga

Se proviamo a ricostruire la storia della costruzione della Diga del Vajont ci accorgiamo che, come molti ritengono, quella del 1963 è stata una tragedia “annunciata”. Nel 1929, in seguito ad un sopralluogo effettuato da due tecnici esperti, la Valle del Vajont fu ritenuta idonea per poterci costruire un bacino idroelettrico. Esso sarebbe stato gestito da SADE (Società Adriatica di Elettricità).

Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, il progetto della diga del Vajont fu approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici – nonostante il procedimento di approvazione fosse palesemente irregolare. Ma c’era un conflitto mondiale in atto e quindi la cosa passò facilmente in secondo piano.

Furono aperti diversi cantieri nel 1957 per dare il via alla costruzione dell’imponente diga. Questi erano gli anni del cosiddetto “miracolo economico”: la gente rimase colpita dal fatto che per quell’opera pubblica venissero impiegate circa 400 persone.

Le città dell’Italia del Nord (soprattutto quelle dell’asse industriale) si stavano sviluppando assai rapidamente, e l’energia elettrica era diventata una necessità impellente. Proprio per tale motivo, ad un certo punto la SADE decise di apportare un ampliamento rispetto al progetto originario, in modo tale da realizzare la diga più alta del mondo (ben 266 metri di altezza!), che fosse capace di contenere al suo interno 115 milioni di metri cubi di acqua!

Erto e Casso: i timori dei cittadini

Nei pressi della diga sorgevano due paesi, Erto e Casso. I cittadini erano piuttosto allarmati a seguito della costruzione della diga, e lo furono ancora di più quando, nel 1959, a pochi chilometri di distanza, una frana colpì la diga di Pontesei.

L’incidente provocò la morte di un operaio della SADE. In realtà, tutti erano a conoscenza che la diga del Vajont era stata costruita in un territorio ad altissimo rischio di terremoti, frane ed eventi naturali analoghi. Ma, come succede spesso (purtroppo) gli interessi privati hanno prevalso anche sulle regole di buon senso e sicurezza.

Gli abitanti di Erto e Casso, riunitisi in un comitato, percepivano da tempo rumori e segnali inquietanti, che facevano pensare all’arrivo di una frana: proprio di tali sospetti misero al corrente la giornalista dell’Unità Tina Merlin, che scrisse più di un articolo sull’argomento, denunciando il comportamento della SADE che mirava soltanto a salvaguardare i propri ingenti affari.

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SADE accusò la giornalista di diffondere notizie false e tendenziose: Tina Merlin fu però assolta tempo dopo dal Tribunale di Milano. I timori (ritenuti per lo più infondati) dei cittadini dei paesi circostanti la diga del Vajont, cozzavano con il clima di grande sviluppo economico che l’Italia come Paese stava vivendo in quegli anni.

La S.A.D.E. è una specie di “Stato nello Stato”, fanno quello che vogliono!

Tina Merlin, dal film “Vajont” (2001, interpretata da Laura Morante, regia di Renzo Martinelli)

La diga del Vajont era considerata un’opera pubblica di cui andare orgogliosi, fatta costruire da esperti dell’ingegneria italiana; quindi nessuno (o quasi) pensava ad un eventuale disastro naturale di una portata distruttiva come quello che poi avvenne. Infatti, anche dopo il strage del Vajont, c’è chi sottolineò il fatto che la diga, nonostante la frana fosse caduta con una violenza inaudita, era rimasta miracolosamente in piedi.

La costruzione della diga di Vajont avvenne proprio nel periodo in cui cominciava a profilarsi la nazionalizzazione dell’energia elettrica (e la contemporanea nascita dell’ENEL).

Perizie e controlli della SADE 

In seguito alla frana che colpì la vicina diga di Pontesei, i tecnici della SADE attuarono una serie di perizie, test e sopralluoghi per verificare la sicurezza dei luoghi. Sul monte Toc, nel territorio del Vajont, fu individuata una “paleofrana”; mentre nel 1962 (appena un anno prima del disastro) la SADE accertò che la diga era stata costruita su un un’area a rischio.

Ala fine del 1962 la diga diventò di proprietà dello Stato italiano in seguito alla nazionalizzazione dell’industria elettrica.

Intanto i segnali di un disastro naturale imminente diventavano sempre più inequivocabili anche a Longarone, la cittadina che il 9 ottobre 1963 fu rasa al suolo dalla furia della frana.

Il monte Toc e la zona della frana che provocò il disastro del Vajont
Il monte Toc e la zona della frana che provocò il disastro del Vajont

Il disastro e la strage: le dinamiche e le conseguenze

Sono le ore 22.39 del 9 ottobre 1963 quando un blocco di terra di grandissime dimensioni si stacca dal Monte Toc provocando una frana che precipita ad una velocità di 100 chilometri orari, colpendo il lago artificiale.

L’impatto provocò onde gigantesche di circa 250 metri, una delle quali raggiunse Casso ed Erto, che per fortuna non furono intaccati.

La seconda onda raggiunse la città di Longarone spazzandola via completamente. A perdere la vita furono oltre 1.900 persone, delle quali soltanto 750 riuscirono ad essere identificate.

Il giorno dopo, il 10 ottobre, la cittadina apparve ricoperta da un’immensa distesa di fango. L’allerta per un’altra eventuale frana portò gli abitanti di Erto e Casso a lasciare in fretta e furia le proprie abitazioni.

Pochi giorno dopo il disastro del Vajont, la magistratura aprì un’inchiesta per accertare le responsabilità e i colpevoli di una tragedia “annunciata”.

Finirono sott’accusa alcuni consulenti e tecnici appartenenti alla SADE, insieme ad alcuni funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici. Il verdetto dei giudici fu chiaro: quel disastro poteva essere evitato.

Il processo, terminato nel 1972, vide la condanna di un dirigente della SADE, Alberico Biadene, ed un ispettore del Genio Civile.

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Stefano Moraschini

Stefano Moraschini

Stefano Moraschini si occupa di web dal 1999 (un millennio fa!). Legge e scrive su, per, in, tra e fra molti siti, soprattutto i suoi, tra cui questo. Quando non legge e non scrive, nuota, pedala e corre. Oppure assaggia vini, birre e cibi. Fa anche altre cose, ma sono meno interessanti. Puoi metterti in contatto con lui su Instagram, LinkedIn, Twitter, Facebook.

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