Senza infamia e senza lode: origine e significato

L’espressione senza infamia e senza lode viene utilizzate nell’italiano corrente per indicare qualcosa di mediocre, che non presenta grandi difetti ma, al contempo, non mostra grandi qualità.

Sai che quando la utilizzi stai citando il Sommo Poeta?

Sai inoltre che anziché indicare un giudizio neutro, questa espressione porta in sé una dura critica sociale?

Adesso spieghiamo il perchè.

L’origine: la Divina Commedia di Dante Alighieri

L’espressione “Senza infamia e senza lode” si trova nella Divina Commedia di Dante Alighieri.

Siamo al Canto III dell’Inferno (vedi anche: Inferno, riassunto dei Canti dall’I al IX).

In questo frangente del racconto, Dante descrive gli “ignavi”.

Chi sono gli ignavi?

Ignavi è una parola non scritta da Dante, bensì giunta con la critica al canto. Essi sono coloro che:

  • non prendono una decisione,
  • non si schierano,
  • non combattono.

Gli ignavi si comportano in maniera apaticamente neutra, un po’ per vigliaccheria, un po’ per indifferenza, un po’ perché amanti del quieto vivere.

Questa di seguito è l’espressione esatta da cui deriva il modo di dire, entrato a pieno titolo nella nostra colloquialità:

Coloro che visser senza ‘nfamia e sanza lodo

Dante, qui, non parla semplicemente di pigri o apatici, ma di indolenti politici, di codardi sociali.

Questa massa di gente che resta senza qualità è fatta da coloro che non si sono schierati politicamente, a differenza di Dante stesso che per le sue idee finirà per essere condannato all’esilio. Il poeta faceva parte della fazione politica dei Guelfi bianchi.

Né degni dell’Inferno, né degni di memoria

Dante giudica questi individui come “sciaurati che mai non fur vivi“. Sono persone dunque che non possono essere definite vive, come dire… dei morti viventi.

Per questa ragione Dante sceglie di collocarli nell’Antinferno.

Gli ignavi non sono degni di stare fra i dannati che, seppur nel male, hanno comunque il “merito” di aver agito.

Tanto e tale è il disprezzo degli “ignavi” che Dante non solo li colloca fuori dall’Inferno ma anche sottolinea il fatto che non meritino memoria.

Fama di loro il mondo esser non lassa” si legge.

misericordia e giustizia li sdegna“, ancora.

Per gli ignavi non c’è fama nel mondo né valore ultraterreno. Fino all’atto finale, ovvero l’abbandonare tale categoria nella più totale indifferenza.

Qui si legge un altrettanto celebre passaggio ovvero:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Quest’ultima frase viene oggigiorno sovente storpiata anche nelle forme:

  • “non ti curar di loro”
  • “non parliam di loro”

o altre simili.

Senza infamia e senza lode

Adesso che lo sappiamo, quando qualifichiamo un oggetto, una persona, una performance o una situazione con le parole “senza infamia e senza lode” riflettiamo sul fatto che stiamo dando un giudizio molto importante.

Ciò o colui che stiamo appellando “senza infamia e senza lode” sta meritando un nostro giudizio molto tagliente.

Ricordiamoci allora che gli stiamo dando del codardo e del vigliacco, anche in senso sociale: gli stiamo dicendo che non merita nemmeno l’Inferno e che la sua memoria andrà persa nel tempo.

Forse sarà il caso di scegliere un’altra espressione.

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Maria Cristina Costanza

Maria Cristina Costanza è nata a Catania il 28 gennaio 1984. Lascia la Sicilia a 18 anni per trasferirsi a Roma, dove si laurea in Comunicazione a La Sapienza. Sin da studentessa si orienta verso il giornalismo culturale collaborando con settimanali on line, webzine e webtv, prima a Roma poi a Perugia e Orvieto, dove vive attualmente. Dal 2015 è giornalista pubblicista. Col giornalismo, coltiva la sua 'altra' passione: la danza. Forte di quasi 20 anni di studio fra Catania, Roma, Perugia e New York oggi è insegnante di danza contemporanea e classica a Orvieto.

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