Disastro di Seveso, 10 luglio 1976: la nube di diossina e le conseguenze

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L’ambiente in cui viviamo è un bene da preservare costantemente. Nonostante le leggi e le accortezze per la tutela ambientale, purtroppo anche in Italia si sono verificati veri e propri disastri, alcuni di dimensioni rilevanti. Come il disastro di Seveso, nella zona compresa tra Monza e la Brianza, accaduto il 10 luglio 1976.

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Una foto successiva al disastro ambientale di Seveso che dimostra la gravità della situazione

Alla base del grave avvenimento ci fu l’incidente in cui restò coinvolta l’azienda chimica ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria). Aveva sede a Meda (non lontano dal comune di Seveso). Essa determinò la fuoriuscita di diossina dallo stabilimento e la sua diffusione in un ampio raggio di chilometri dal luogo in cui avvenne.

Disastro di Seveso: i precedenti di ICMESA

La multinazionale La-Roche avente sede a Basilea acquisì l’industria chimica ICMESA a partire dal 1963. Era osteggiata dai sindaci di Seveso e Meda perché considerata la responsabile del cattivo odore, dei gas e degli scarichi che avvelenavano le falde acquifere del posto.

Infatti nel 1974 il direttore tecnico della fabbrica venne denunciato proprio con l’accusa di aver corroso e adulterato le acque sotterranee rendendole pericolose per la salute pubblica. Nonostante la conferma delle accuse da parte della Provincia, il direttore non fu mai condannato perché mancavano prove a suo carico.

Come avvenne l’incidente

Il disastro di Seveso avvenne il 10 luglio del 1976: poiché era un sabato, nella fabbrica vi erano soltanto gli operai addetti alla manutenzione. Verso le ore 12.37 la temperatura raggiunse livelli altissimi a causa dell’avaria del sistema di controllo di un reattore chimico.

Come reazione a tale temperatura inusuale per lo stabilimento, si formò una tipologia di diossina molto tossica; essa da allora in poi fu denominata “diossina Seveso” (TCDD) per distinguerla dagli altri tipi. La nube tossica formatasi raggiunse velocemente il sud est della regione e in particolare i comuni di Desio, Cesano Maderno, Meda e Seveso.

Il primo cittadino di Seveso e l’ufficiale sanitario del Comune furono avvisati due o tre giorni dopo. Il 14 luglio 1976 si ebbe la certezza circa l’effettiva fuoriuscita della nube contenente diossina tossica (TCDD), dopo che furono effettuate alcune analisi. In pratica, prima di dare pubblicamente la notizia di un disastro ambientale, i dirigenti dell’azienda chimico-farmaceutica vollero essere cauti.

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I provvedimenti dopo l’incidente

La fabbrica venne chiusa otto giorni dopo l’incidente. Tra i provvedimenti presi a scopo precauzionale vennero affissi dei manifesti. Questi avvisavano i cittadini delle zone colpite di mantenere un’igiene scrupolosa dei vestiti e delle mani. Dovevano inoltre non toccare la terra, gli ortaggi, animali ed erba.

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Divieti più severi ed evacuazioni dalle zone interessate dalla nube tossica cominciarono solamente 14 giorni dopo. Il comune di Seveso e le zone circostanti furono divise in tre livelli in base alla contaminazione; le case che sorgevano nella parte più contaminata furono abbattute al suolo; migliaia di animali vennero abbattuti; molte piante non crebbero più perché investite dalla nube tossica.

Venne portata terra nuova e furono piantati nuovi alberi: oggi formano il Parco Naturale del Bosco delle Querce.

Il terreno della zona contaminata fu depositato in due enormi vasche e monitorato costantemente. Circa 700 persone in totale lasciarono le loro case e vennero ospitate in due hotel della provincia; riuscirono a tornare a casa solo nel mese di dicembre del 1977.

Come conseguenza della diossina, circa 270 persone riportarono una specie di eruzione cutanea, la c.d. “cloracne”.

Il disastro di Seveso e gli studi sulla diossina

Nel 1976, quando avvenne la fuoriuscita di TCDD dalla ICMESA, non si conoscevano ancora bene gli effetti della diossina sull’uomo. I risultati sui primi studi circa le conseguenze della diossina su uomini e animali arrivarono nel 1977; si venne a conoscenza del fatto che le reazioni potevano essere diverse a seconda delle specie colpite e dei periodi di sviluppo.

Dopo il disastro di Seveso non ci furono notizie di deformazioni o alterazioni dello sviluppo del feto. Tuttavia all’epoca fu diffusa una campagna molto serrata e martellante a favore dell’aborto.

Del disastro di Seveso hanno parlato giornalisti, cantanti e scienziati: nel 2017 Vittorio Carreri, che fu il responsabile regionale della gestione dell’emergenza sanitaria per le zone colpite dal tragico evento, ha pubblicato il libro intitolato “La fabbrica sporca” (ed. Sometti).

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Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci è laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La sua grande passione è la scrittura. Ha maturato una discreta esperienza sul web e collabora per diversi siti. Ha anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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