Campagna del Nordafrica o Guerra nel deserto (II Guerra Mondiale)

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La Campagna del Nordafrica è storicamente conosciuta anche come Guerra nel deserto: fu un importante capitolo della Seconda Guerra Mondiale. Ebbe luogo nei paesi: Libia, Algeria, Marocco, Tunisia ed Egitto. Gli scontri avvennero tra il 1940 e il 1943 e videro italiani e tedeschi, fronteggiare gli Alleati in un susseguirsi di scontri. Proviamo in questo articolo ad ordinare i fatti e raccontare gli scenari della Campagna del Nordafrica.

Guerra nel deserto: carri armati Panzer durante la Campagna del Nordafrica
Guerra nel deserto: i carri armati Panzer sono uno i mezzi più simbolici della Campagna del Nordafrica del 1940-1943

Gli italiani in Libia

Gli Italiani si insediarono in Libia, all’epoca parte dell’Impero ottomano, nel 1911, su impulso del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. La regione fu comunque pacificata solo nei primi anni Trenta. Negli anni successivi, il fascismo diede impulso alla colonizzazione, favorendo l’afflusso di coloni dalla madrepatria.

Al momento della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, in alcune aree costiere gli Italiani costituivano oltre il 30% della popolazione. Le forze armate schieravano contingenti numericamente importanti ma poco adatti alle peculiari caratteristiche che avrebbe assunto la guerra nel deserto.

Inoltre, c’è un aspetto di massima importanza nell’analisi della campagna del Nordafrica: le unità dipendevano quasi totalmente dall’industria metropolitana per i rifornimenti; in particolare per i carburanti: i ricchi giacimenti petroliferi libici non erano ancora stati scoperti.

I britannici in Egitto

Di contro, l’Egitto faceva parte della sfera di influenza britannica fin dal 1881. Benché fosse formalmente una monarchia indipendente, era di fatto controllato da Londra.

Il canale di Suez, tratto d’acqua di capitale importanza, era sotto il totale controllo britannico e Londra conservava diverse importanti basi nel Paese. Fra tutte, merita menzione il porto di Alessandria d’Egitto che ospitava la quota principale della Mediterranean Fleet.

Fondamentale per l’esito della campagna del Nordafrica si rivelerà anche il possesso dell’isola di Malta da parte della Gran Bretagna.

Campagna del Nordafrica: caratteristiche

La guerra nel deserto fu principalmente un susseguirsi di offensive, lanciate ora dall’una ora dall’altra parte, con conseguente spostamento della linea del fronte verso oriente quando prevalevano le forze dell’Asse, e verso occidente quando erano le offensive alleate a conseguire risultati.

Le caratteristiche geografiche del teatro d’operazioni imponevano l’uso di reparti fortemente meccanizzati e motorizzati, sia per le grandi distanze da superare, sia per la mancanza di posizioni tatticamente forti a cui ancorare la difesa.

D’altronde, la scarsità di strade e di infrastrutture in genere, obbligava gli eserciti a movimenti prevedibili lungo la strada costiera costruita dagli Italiani in Libia o attraverso gli ostacoli naturali del terreno (passi e guadi), oppure a “saltare” da un pozzo a un altro per gli approvvigionamenti idrici.

Il problema dei rifornimenti

Un altro elemento chiave fu rappresentato dalla difficoltà degli approvvigionamenti. Tutto quanto, carburante, armi, munizioni, cibo, acqua, doveva essere trasportato alle truppe combattenti dalle lontane basi principali: Tripoli per il Regio Esercito e Alessandria o Il Cairo per le truppe del Commonwealth, lungo le stesse prevedibili ed esposte strade.

Inoltre, le succitate basi dovevano, a loro volta, essere rifornite via mare. A farlo erano mercantili provenienti dalla madrepatria, per gli Italiani, lungo la rotta del Capo Alessandria; oppure l’ancor più pericolosa rotta mediterranea da Malta e dallo stesso Egitto, quando era necessario ridurre i tempi; di fatto si affrontavano i rischi di far transitare i vulnerabili mercantili attraverso un mare ristretto come il Mediterraneo, a tratti, dominato dall’aviazione tedesca.

Sbarco di carri armati e materiale bellico durante la campagna del Nordafrica
Una foto che mostra lo sbarco di mezzi e materiale bellico

L’offensiva italiana e la controffensiva britannica

Nonostante una consistente superiorità numerica, allo scoppio delle ostilità la situazione tattica dell’Italia era difficile, essendo impegnata su due fronti: lungo il confine con l’Egitto e le truppe inglesi da un lato e, a 1.300 chilometri in linea d’aria, contro le colonie francesi dall’altro.

L’armistizio che segnò l’uscita francese dalla guerra risolse il problema e Mussolini cominciò a premere sul maresciallo Rodolfo Graziani, comandante supremo dell’Esercito in Libia (nominato dopo la morte di Italo Balbo), perché lanciasse un’offensiva in direzione del canale di Suez.

Il riluttante Graziani dovette alfine piegarsi alla volontà del duce: le truppe mossero all’attacco il 13 settembre del 1940. L’offensiva raggiunse Sidi el Barrani, dove si arenò immediatamente. Anzi, il generale inglese Archibald Wavell decise di prendere l’iniziativa e spinse il suo abile sottoposto, generale Richard O’Connor, a contrattaccare, sfruttando la piccola ma totalmente motorizzata forza, allora denominata Western Desert Force.

La 7a Divisione Corazzata, dotata degli allora efficienti carri armati Matilda, fu la punta avanzata dell’offensiva britannica che si esaurì soltanto dopo l’occupazione dell’intera Cirenaica (regione della Libia orientale).

Al termine dell’operazione, le perdite italiane ammontavano a 130.000 uomini, principalmente prigionieri, 845 cannoni e 380 carri armati. In sintesi, una disfatta.

L’arrivo dei tedeschi

L’evidente inferiorità di mezzi, operativa e dottrinale faceva apparire la situazione italiana talmente disperata che Mussolini, sia pure a malincuore, dovette cedere alle pressioni dell’alleato nazista e accettare l’invio di truppe di rinforzo dalla Germania.

La Regia Marina si rese allora protagonista di una delle più sottovalutate imprese dell’intera guerra, riuscendo a trasportare senza perdite le unità che presero il nome di Afrikakorps, la 5ª Divisione leggera poi seguita dalla 15a Panzer Division.

Gli uomini del generale Erwin Rommel furono pronti ad attaccare in primavera, nonostante lo scetticismo che imperava presso lo stesso Comando supremo della Wermacht, che avrebbe preferito un approccio difensivo finalizzato a puntellare la resistenza italiana e a scongiurare l’uscita dalla guerra dell’alleato.

L’audacia di Rommel, la superiorità qualitativa dei carri armati Panzer e dei cannoni antiaerei 8,8 cm Flak – spesso usati come armi anticarro – e l’eccellenza di soldati e ufficiali tedeschi, furono tra i principali fattori che determinarono l’inatteso successo dell’offensiva.

Non si può però trascurare anche la debolezza del sistema difensivo alleato: buona parte delle unità migliori erano state ritirate e inviate in soccorso dell’alleato greco, invaso dagli italo-tedeschi.

Di fatto, gli anglo-australiani furono respinti fino all’originale confine egiziano, riuscendo però a conservare l’importante piazzaforte di Tobruk che, rifornita dal mare resistette per molti mesi.

Operazione Crusader

Gli inglesi, che consideravano il Nordafrica un teatro bellico di primaria importanza, non potevano rassegnarsi alla situazione. Fu soprattutto l’energica volontà di Winston Churchill a determinare l’invio di cospicui rinforzi.

Nel maggio del 1941 venne avviata l’operazione Tiger: l’invio attraverso la pericolosa rotta del Mediterraneo di un convoglio di rifornimento con 250 carri armati. Grazie anche a questi rinforzi, fu possibile lanciare una limitata offensiva già il mese successivo (operazione Battleaxe).

I tedeschi si dimostrarono però pronti a riceverla: dopo limitati successi tattici britannici, passarono al contrattacco, riconquistando le posizioni perse al Forte Capuzzo, al passo Halfaya e nell’area di Sollum.

L’arrivo del generale Auchinleck

L’insuccesso irritò Churchill che decise di sostituire Wavell con il generale Claude Auchinleck. Presto, però, Londra entrò in rotta di collisione anche con il nuovo comandante: ad Auchinleck venne chiesta una nuova offensiva che, in tempi brevi, potesse cogliere un risultato risolutivo.

Auchinlek, invece, riteneva che le sue forze non fossero sufficienti per conseguire il successo; chiese così nuovi cospicui rinforzi, oltre che tempo per l’addestramento.

L’operazione Crusader venne così lanciata solo il 18 novembre 1941, non senza che da Malta fosse stata avviata una violenta e prolungata offensiva contro il traffico mercantile proveniente dalla Penisola e diretto in Nordafrica.

La situazione logistica dell’Armata italo-tedesca era quindi precaria; la scarsità di carburante era particolarmente sentita. Ciononostante, i tedeschi conseguirono i primi successi tattici, la cui importanza però Rommel sovrastimò.

Decise quindi di guidare personalmente un’offensiva; ma, una volta inoltratosi in territorio egiziano, subì pesanti perdite e si trovò isolato e nell’impossibilità di dirigere la battaglia.

Contemporaneamente, Auchinlek aveva sostituito l’irresoluto comandante della VIII armata con il generale Neil Ritchie, assumendo personalmente il comando della battaglia. La 2a Divisione neozelandese riuscì a raggiungere gli assediati a Tobruk, liberando la piazzaforte.

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Epilogo dell’operazione Crusader

Nonostante qualche ulteriore e limitato successo tattico, alle truppe dell’Asse non rimanevano più che poche decine di carri armati, insufficienti ad opporsi alla marea montante alleata.

Entro dicembre, i tedeschi, lasciandosi dietro le truppe di guarnigione e molte unità di fanteria, avevano evacuato la Cirenaica ed erano tornate a difendere la Tripolitania.

Battaglia di Gazala

Agli alti comandi tedesco e italiano apparve subito chiara la principale causa della sconfitta di novembre: la carenza dei rifornimenti.

La neutralizzazione di Malta

Venne quindi ordinata un’intensificazione degli attacchi contro Malta e contro la Royal Navy.

Hitler ordinò quindi l’invio nel Mediterraneo di alcuni U-boat e del FliegerKorps II. Fu, in particolare, l’azione di quest’ultimo a rendere impossibile l’ulteriore utilizzo di Malta in funzione offensiva. Al culmine della battaglia, gli attacchi degli apparecchi del Maresciallo Albert Kesselring si ripetevano quotidianamente sull’isola, le cui popolazione e guarnigione erano ridotte a vivere in rifugi sotterranei con razioni sempre più scarse.

Una nuova offensiva tedesca

Ripristinata così la linea dei rifornimenti, Rommel poté ricevere quanto necessario a rimettersi in marcia. Il 21 gennaio, muovendo lungo una duplice direttiva, il contingente italo-tedesco ottenne la più completa sorpresa tattica.

Il 3 febbraio 1942 Rommel raggiunse l’imbocco del Golfo di Bomba, a poco più di 100 chilometri da Tobruk. In pochi giorni, gli inglesi avevano perso 370 carri e oltre 3.300 uomini.

Nonostante l’opposizione dei comandi italiano e tedesco, Rommel, che riteneva possibile raggiungere il delta del Nilo e Alessandria con una nuova offensiva terrestre, ottenne l’approvazione di Hitler e poté pianificare una nuova avanzata. Ottenne anche il massimo supporto di uomini e rifornimenti, parte dei quali vennero stornati dalle aliquote previste per l’operazione Herkules (o operazione C3), nome in codice per il progetto d’invasione di Malta.

Erwin Rommel con il suo staff nel 1941, nel deserto durante la campagna del Nordafrica
1941. Erwin Rommel con il suo staff nella guerra nel deserto. Il generale tedesco è storicamente noto con il soprannome di volpe del deserto.

Il 26 maggio 1942, Rommel riprese l’attacco contro la linea difensiva nemica, ancorata a Gazala. Le operazioni di aggiramento, benché dirette personalmente dalla “volpe del deserto”, incontrarono inizialmente una seria opposizione. Gli alti ufficiali britannici non riuscirono però a coordinare le loro azioni e dettero al nemico il tempo per riorganizzarsi.

Il 12 e 13 giugno ebbe luogo una grande battaglia di carri armati e la superiore capacità tattica tedesca ne determinò l’esito. L’VIII Armata rimase con soli 70 mezzi ancora efficienti e dovette ripiegare verso est, lasciando isolata Tobruk.

La piazzaforte era ancora ben difesa ma il morale delle truppe era basso. La resistenza si sfaldò presto: il 21 giugno Tobruk si arrendeva lasciando nelle mani dei tedeschi 33.000 prigionieri e grandi quantità di armi e rifornimenti.

La battaglia si sposta a El Alamein

Per arginare la crescente marea tedesca, i comandi di Alessandria decisero la ritirata fino a Marsa Matruh, predisponendo una seconda linea difensiva a El Alamein. I mezzi corazzati dell’Asse, ormai ridotti a solo 100 carri armati, raggiunsero la prima località la sera del 25 giugno.

Nonostante l’inferiorità numerica, impeto, audacia del piano, sorpresa e demoralizzazione del nemico, portarono ancora la vittoria. Non senza difficoltà, i resti della 8a Armata riuscirono a sganciarsi e raggiungere El Alamein.

Qui Rommel li raggiunse il 1° luglio 1942 e attaccò immediatamente. Stavolta però le sue forze erano troppo esigue e la posizione difensiva troppo forte. Il generale Auchinlek, impiegando inglesi, neozelandesi, indiani e sudafricani, respinse il nemico e sferrò locali contrattacchi.

Entrambe le parti si erano però dissanguate in oltre 2 mesi di combattimenti quasi ininterrotti e furono costrette ad attestarsi a El Alamein.

Winston Churchill nel deserto
7 agosto 1942: Winston Churchill nel deserto mentre osserva la posizione di El Alamein

La vittoria alleata

Churchill provvide a riorganizzare i quadri della campagna del Nordafrica, nominando il generale Harold Alexander comandante supremo e il generale Bernard Montgomery comandante dell’VIII Armata. Le forze del Commonwealth ottennero cospicui rinforzi, tra cui 300 carri armati M4 Sherman di produzione statunitense.

Una prima offensiva, condotta da Montgomery con grande impiego di artiglieria e fanteria, venne respinta nell’ultima settimana di ottobre. Ma il 2 novembre, Montgomery scatenò l’assalto decisivo.

La fanteria neozelandese riuscì ad aprirsi un varco nelle linee nemiche: attraverso questa falla si spinsero gli 800 carri armati del X Corpo d’Armata del generale Herbert Lumsden.

I tedeschi riuscirono ancora a combattere una battaglia di arresto, ma rimasero con soli 35 carri armati ancora efficienti. Il 4 novembre l’offensiva britannica riprese e, questa volta, non incontrò praticamente opposizione.

I resti dell’armata tedesca, ridotti a circa 22.000 uomini, si ritirarono definitivamente, lasciando che venissero catturate le unità appiedate, soprattutto italiane.

L’operazione Torch

L’8 novembre prese il via l’operazione Torch: al comando del generale americano Dwight Eisenhower, sbarcò in Marocco e Algeria un contingente anglo-americano, forte di oltre 100.000 uomini. La resistenza delle truppe coloniali francesi fu lenta e disorganizzata.

Il 9 novembre, l’ammiraglio François Darlan, comandante supremo della regione, decise di aderire alla causa degli Alleati; da quel momento cessò la resistenza organizzata, benché alcuni ufficiali rifiutassero di arrendersi.

Più efficace fu la resistenza tedesca, prima assicurata da una testa di ponte di reparti paracadutisti inviati a Tunisi e poi rinforzata dalla nuova 10 Panzer Division.

La cosiddetta “corsa a Tunisi” fu così vinta dall’Asse, le cui truppe entrarono nella città per prime, infliggendo anche dolorose sconfitte agli inesperti americani.

Questi sviluppi avevano però persuaso Rommel che la campagna del Nordafrica fosse ormai una causa persa. Nonostante ordini in contrario e aspre discussioni con il comando, diresse abilmente la lunga ritirata dei resti della sua armata fino alla Tunisia; da qui sperava di evacuare le esperte truppe, affinché combattessero ancora in difesa dell’Italia.

Montgomery poté quindi entrare a Tripoli il 23 gennaio 1943, completando la conquista della Libia.

L’epilogo della guerra nel deserto

Erwin Rommel aveva previsto di schierare le sue truppe lungo la linea del Mareth, fortificata dai francesi prima della guerra. Nel frattempo, il comando delle forze in Tunisia fu affidato al generale Hans-Jürgen von Arnim.

L’ultimo successo tedesco

Sfruttando l’inesperienza americana e il disaccordo tra gli Alleati, von Arnim inscenò alcuni contrattacchi locali coronati da successo, a dispetto della sensibile inferiorità di mezzi e uomini.

Nel frattempo era sopraggiunto anche Rommel, con i suoi veterani; i due generali tedeschi ottennero un significativo successo nella battaglia di Sid Bou Zid, annientando un centinaio di carri nemici.

A questo punto, prevalse il piano di Rommel che con le due divisioni corazzate attaccò verso il passo di Kasserine, con l’obiettivo di accerchiare le forze americane in Tunisia. Il 21 febbraio Rommel ottenne una vittoria completa e conquistò il passo.

Fu il canto del cigno: di fronte all’affluire dei rinforzi e al netto predominio nemico nel cielo, i tedeschi si ritirarono sulle posizioni di partenza. La campagna del Nordafrica stava per volgere al termine.

La vittoria finale degli Alleati

Il 20 marzo 1943 iniziò l’offensiva generale alleata. Le linee nemiche furono sfondate il giorno 26; gli italo-tedeschi cominciarono la ritirata.

L’8 aprile Americani e Britannici si congiunsero: al nemico era rimasto da difendere il perimetro attorno a Tunisi e Biserta, con poche decine di migliaia di uomini.

L’epilogo era vicino: a fine aprile gli Alleati lanciarono una nuova offensiva generale, l’operazione Vulcan. Agli uomini di von Arnim e del generale Giovanni Messe restava ben poco da opporre: cominciarono le rese in massa. I tedeschi si arresero l’11 maggio; gli italiani si arresero due giorni dopo, quando venne catturato il generale Messe.

Il successo alleato nella Campagna del Nordafrica si deve alle intelligenti decisioni strategiche e alla caparbietà di Winston Churchill; il primo ministro inglese nemmeno nei momenti più amari mise in dubbio la fondamentale importanza del teatro di operazioni per la complessiva strategia alleata, e alla enorme superiorità di mezzi di cui disposero i comandanti da Montgomery in poi.

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Alessandro Argentiero

Alessandro Argentiero, milanese, è stato giornalista, formatore, traduttore e mille anni fa ha scritto pure un libro, “Il computer è malato” (ma si suppone che ormai sia guarito). Usa tutti i giorni database, WordPress e padelle. Appassionato di tutti gli sport, eccetto il golf, ma soprattutto di bici, ha ideato Lamiaprimagranfondo. Puoi contattarlo su Facebook, Linkedin, Instagram e Twitter.

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