Ad Angelo Mai (opera di Giacomo Leopardi)

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La canzone “Ad Angelo Mai” fa parte del gruppo delle canzoni civili, scritte da Giacomo Leopardi.  L’intento è quello di suscitare negli italiani l’amor di patria, grazie al ricordo della loro passata grandezza. Anche questa canzone, come le altre canzoni civili, prende il via da un fatto di cronaca.

Ad Angelo Mai, poesia di Giacomo Leopardi
Un ritratto di Angelo Mai con la foto della targa in marmo che commemora il luogo dove nacque: Schilpario (Bergamo) il 7 marzo 1782.

Angelo Mai è un dotto filologo gesuita della Biblioteca Vaticana, che, sul finire del 1819, aveva ritrovato in un palinsesto del secolo X, sotto un commento di Sant’Agostino ai Salmi, molti frammenti del trattato “De re publica” di Cicerone. Sino allora di Cicerone si conosceva solo il sesto libro, ovvero “Somnium Scipionis”. Il Leopardi, ammiratore del Mai, nel 1820 compose la canzone. Il poeta è entusiasta del ritrovamento dei frammenti del trattato e si rallegra alla notizia del ritrovamento: per merito del dotto filologo, Cicerone e gli altri scrittori antichi tornano a far sentire la loro voce dopo secoli di silenzio.

Così grazie alle ricerche di Angelo Mai sembrano ritornati i giorni del Rinascimento, quando, dopo l’oscura parentesi del Medioevo, risorgevano dall’oblio gli antichi padri. Segue quindi la rievocazione del periodo del Rinascimento, che per Leopardi va da Dante all’Alfieri. La canzone civile si chiude con l’esortazione ad Angelo Mai di proseguire la sua opera di ricerca per ridare voce agli antichi eroi.

La canzone si divide in tre parti. Nella prima parte (vv. 1-55) il Leopardi esalta il Mai: egli riscopre le opere degli antichi padri, i quali lasciano quasi il sepolcro, per vedere se all’Italia, oggi, piace essere ancora viva, dopo tanto tempo.

Nella seconda parte (vv. 56-175) il poeta fa una nostalgica rievocazione del Rinascimento, che per lui va dalla morte di Dante all’Alfieri.

Nell’ultima e terza parte (vv. 175-180) il poeta, rivolgendosi ad Angelo Mai, lo esorta a continuare le sue ricerche con la speranza o di spingere gli Italiani a nobili azioni o almeno, a vergognarsi della loro abiezione.

La canzone è importante per i ripetuti riferimenti autobiografici, che denotano lo stato d’animo di delusione e di sconforto del poeta: vede crollare le illusioni e vede la propria vita minacciata dal tedio e dal senso del nulla.

Giacomo Leopardi scrive la canzone nel 1820, dopo gli avvenimenti del 1819, culminati nel fallito tentativo di fuga dalla casa paterna. Nel canto le allusioni alle sue frustrazioni sono frequenti. In particolare, quando parla dell’invidia, dell’odio, dell’incomprensione della gente verso gli ingegni sensibili.

Anche le tre figure di poeti che occupano la parte centrale della canzone hanno risvolti autobiografici. L’Ariosto con la sua fervida fantasia, rispecchia la fase giovanile del poeta. il Tasso anticipa nelle sue vicende dolorose l’analogo destino di dolore del poeta. L’Alfieri invece rispecchia il titanismo romantico del poeta.

Infine nella figura di Cristoforo Colombo il Leopardi ha proiettato una sua idea per superare il male di vivere: la vita attiva, l’ardimento e il rischio delle grandi imprese, che, mentre liberano lo spirito dal pensiero, che porta alla scoperta dell’arido vero, del nulla, servono, in qualche modo, a dare uno scopo e un significato alla vita.

Ecco il testo completo dell’ode.







Ad Angelo Mai

Italo ardito, a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio? E come or vieni
sì forte a’ nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de’ nostri,
Muta sì lunga etade? e perché tanti
Risorgimenti? In un balen feconde
Venner le carte; alla stagion presente
I polverosi chiostri
Serbaro occulti i generosi e santi
Detti degli avi. E che valor t’infonde,
Italo egregio, il fato? O con l’umano
Valor forse contrasta il fato invano?

Certo senza de’ numi alto consiglio
Non è ch’ove più lento
E grave è il nostro disperato obblio,
A percoter ne rieda ogni momento
Novo grido de’ padri. Ancora è pio
Dunque all’Italia il cielo; anco si cura
Di noi qualche immortale:
Ch’essendo questa o nessun’altra poi
L’ora da ripor mano alla virtude
Rugginosa dell’itala natura,
Veggiam che tanto e tale
È il clamor de’ sepolti, e che gli eroi
Dimenticati il suol quasi dischiude,
A ricercar s’a questa età sì tarda
Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

Di noi serbate, o gloriosi, ancora
Qualche speranza? in tutto
Non siam periti? A voi forse il futuro
Conoscer non si toglie. Io son distrutto
Né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
M’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno
È tal che sogno e fola
Fa parer la speranza. Anime prodi,
Ai tetti vostri inonorata, immonda
Plebe successe; al vostro sangue è scherno
E d’opra e di parola
Ogni valor; di vostre eterne lodi
Né rossor più né invidia; ozio circonda
I monumenti vostri; e di viltade
Siam fatti esempio alla futura etade.

Bennato ingegno, or quando altrui non cale
De’ nostri alti parenti,
A te ne caglia, a te cui fato aspira
Benigno sì che per tua man presenti
Paion que’ giorni allor che dalla dira
Obblivione antica ergean la chioma,
Con gli studi sepolti,
I vetusti divini, a cui natura
Parlò senza svelarsi, onde i riposi
Magnanimi allegràr d’Atene e Roma.
Oh tempi, oh tempi avvolti
In sonno eterno! Allora anco immatura
La ruina d’Italia, anco sdegnosi
Eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo
Più faville rapia da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante,
Non domito nemico
Della fortuna, al cui sdegno e dolore
Fu più l’averno che la terra amico.
L’averno: e qual non è parte migliore
Di questa nostra? E le tue dolci corde
Susurravano ancora
Dal tocco di tua destra, o sfortunato
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
L’italo canto. E pur men grava e morde
Il mal che n’addolora
Del tedio che n’affoga. Oh te beato,
A cui fu vita il pianto! A noi le fasce
Cinse il fastidio; a noi presso la culla
Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
Ligure ardita prole,
Quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti
Cui strider l’onde all’attuffar del sole
Parve udir su la sera, agl’infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e il giorno
Che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;
E rotto di natura ogni contrasto,
Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria, e del ritorno
Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L’etra sonante e l’alma terra e il mare
Al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti
Dell’ignoto ricetto
D’ignoti abitatori, o del diurno
Degli astri albergo, e del rimoto letto
Della giovane Aurora, e del notturno
Occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
E figurato è il mondo in breve carta;
Ecco tutto è simile, e discoprendo,
Solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
O caro immaginar; da te s’apparta
Nostra mente in eterno; allo stupendo
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
E il conforto perì de’ nostri affanni.

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
Sole splendeati in vista,
Cantor vago dell’arme e degli amori,
Che in età della nostra assai men trista
Empièr la vita di felici errori:
Nova speme d’Italia. O torri, o celle,
O donne, o cavalieri,
O giardini, o palagi! a voi pensando,
In mille vane amenità si perde
La mente mia. Di vanità, di belle
Fole e strani pensieri
Si componea l’umana vita: in bando
Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
È spogliato alle cose? Il certo e solo
Veder che tutto è vano altro che il duolo.

O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
Tua mente allora, il pianto
A te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l’alma t’avean, ch’era sì calda,
Cinta l’odio e l’immondo
Livor privato e de’ tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
T’abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e il mondo
Inabitata piaggia. Al tardo onore
Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,
L’ora estrema ti fu. Morte domanda
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Torna torna fra noi, sorgi dal muto
E sconsolato avello,
Se d’angoscia sei vago, o miserando
Esemplo di sciagura. Assai da quello
Che ti parve sì mesto e sì nefando,
È peggiorato il viver nostro. O caro,
Chi ti compiangeria,
Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
Affanno anche oggidì se il grande e il raro
Ha nome di follia;
Né livor più, ma ben di lui più dura
La noncuranza avviene ai sommi? o quale,
Se più de’ carmi, il computar s’ascolta,
Ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

Da te fino a quest’ora uom non è sorto,
O sventurato ingegno,
Pari all’italo nome, altro ch’un solo,
Solo di sua codarda etate indegno
Allobrogo feroce, a cui dal polo
Maschia virtù, non già da questa mia
Stanca ed arida terra,
Venne nel petto; onde privato, inerme,
(Memorando ardimento) in su la scena
Mosse guerra a’ tiranni: almen si dia
Questa misera guerra
E questo vano campo all’ire inferme
Del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena
Scese, e nullo il seguì, che l’ozio e il brutto
Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata
Trasse la vita intera,
E morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
Età né suolo. Altri anni ed altro seggio
Conviene agli alti ingegni. Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
E sorga ad atti illustri, o si vergogni.







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Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il "Giornale di Sicilia" e con "La Repubblica" e, attualmente, scrive articoli per il giornale "L'ora" e per questo sito, cura l'ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell'associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

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