L’Italia e la Seconda Guerra Mondiale

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Benito Mussolini decise di trascinare l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale entrando in guerra il 10 giugno 1940. Questa scelta, dalle conseguenze tragiche per milioni di italiani e per lo stesso Duce, fu presa dopo molti tentennamenti, ripensamenti e riunioni con i suoi più stretti collaboratori. Il Duce non era, infatti, convinto che l’esercito italiano potesse affrontare una tale prova,  non solo per la sua organizzazione ma anche per la qualità e quantità dei suoi armamenti. L’autista di Mussolini, Ercole Boratto, scrisse nel suo diario che un aviatore gli aveva confessato che, ovunque Mussolini andasse ad ispezionare gli aerei dell’aviazione militare italiana, trovava sempre gli stessi perché  lo Stato Maggiore non faceva altro che spostarli da un aeroporto all’altro per far credere che fossero molto numerosi.

10 giugno 1940, l'Italia entra nella Seconda Guerra Mondiale
10 giugno 1940, l’Italia entra nella Seconda Guerra Mondiale

Vero o no che fosse questo aneddoto, sicuramente l’esercito, l’aviazione e la marina erano, dal punto di vista logistico, inadeguati al compito che il Presidente del Consiglio gli voleva affidare, e questo Benito Mussolini lo sapeva.

Allora perché decise di partecipare alla guerra?

L’Italia e la Seconda Guerra Mondiale

Malgrado un’apparente iniziale neutralità dell’Italia, dichiarata da Mussolini il 10 settembre 1939 durante un Consiglio dei Ministri, il Duce non voleva rimanere fuori dalla spartizione del bottino di guerra. Infatti, è poco realistico immaginare che Mussolini fosse preoccupato, come alcuni hanno sostenuto, che i tedeschi si risentissero per una sua eventuale neutralità, considerata l’ammirazione che Hitler aveva per il dittatore italiano e considerando che la Spagna rimase fuori dal conflitto senza incontrare problemi di sorta.

Benito Mussolini
Benito Mussolini

Inoltre lo Stato Maggiore tedesco non aveva alcuna stima del nostro esercito e riteneva in un certo senso una sfortuna che l’Italia entrasse in guerra. Gli stessi gerarchi e alcuni militari non avrebbero voluto vederci coinvolti in una guerra, e quando Mussolini dichiarò la neutralità dell’Italia tirarono un sospiro di sollievo. Ma durò poco, il Capo del governo italiano voleva affiancare la Germania nella vittoria e voleva ottenere vantaggi territoriali che solo una compromissione militare avrebbe  potuto procurare, poco prima che cadesse la linea Maginot e Parigi capitolasse, fece consegnare la dichiarazione di  guerra agli ambasciatori d’Inghilterra e di Francia. A questo punto Mussolini, prima di dichiarare ufficialmente le sue intenzioni, chiese un bilancio generale delle sue truppe.

L’esercito italiano era costituito da un milione e mezzo di uomini di cui 74 divisioni operative e  la cui inefficienza era causata dalla qualità degli ufficiali e dall’equipaggiamento di cui disponevano. Lo Stato Maggiore italiano era soprattutto preoccupato per la durata della guerra che, se si fosse protratta a lungo, avrebbe visto uno sfaldamento della nostra struttura militare. Ma i vertici militari ovviamente assicurarono il Duce sulla fattibilità di alcune operazioni militari sottolineando che avrebbero dovuto essere di breve periodo.

Ma qual era la strategia che il Duce voleva utilizzare nella sua visione errata di una guerra breve?

Così era nelle intenzioni del Capo del governo. Le direttive allo Stato Maggiore furono di presidiare le Alpi Occidentali preparandosi ad un eventuale attacco alla Francia qualora il loro esercito collassasse, di non intervenire in Jugoslavia ma di controllare con attenzione la situazione politica  e militare del paese, di attaccare l’Etiopia per difendere l’Eritrea e di rafforzare strategie difensive verso la Tunisia. Sul Mediterraneo Mussolini ordinò di portare avanti strategie offensive e per quanto riguardava l’aviazione di attaccare qualora attaccati. Era una strategia chiaramente di osservazione e per nulla strutturata: in pratica si voleva attendere il momento propizio per approfittare della vittoria dei tedeschi sui fronti più interessanti per l’Italia.







Il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt definì l’attacco italiano alla Francia, noto come “battaglia delle Alpi Occidentali”, una pugnalata nella schiena:

Oggi, 10 giugno 1940, la mano che teneva il pugnale lo ha calato nella schiena del vicino. Oggi 10 giugno 1940, noi inviamo al di là dei mari a coloro che continuano con un magnifico coraggio la lotta per la libertà i nostri voti e le nostre preghiere.

Poi gli ordini cambiarono perché l’invincibilità dei tedeschi pareva incontrastabile. Le divisioni italiane presenti in Piemonte e in Liguria ricevettero l’ordine di avanzare contro i francesi il 21 giugno 1940, 11 giorni dopo la dichiarazione di guerra, per sfruttare l’imminente collasso dell’esercito francese che invece rispose con forza agli attacchi respingendo le truppe italiane, le quali solo dopo immani sforzi riuscirono ad avanzare e a giungere a Mentone.

Questa mossa militare fu disastrosa sia dal punto di vista militare, perché apparve alla comunità internazionale come una decisione furba per inferire contro il nemico in agonia e inoltre non produsse nessun vantaggio territoriale degno di nota. Da questo punto in poi la debolezza dell’esercito italiano divenne sempre più chiara ed evidente. La marina e l’aviazione inglese attaccarono più volte Genova, Torino e Napoli chiarendo in modo inequivocabile quanto la nostra difesa fosse debole, inoltre la politica militare espansionista che vide il Duce fare due scelte avventate, l’attacco all’Egitto e alla Grecia, pose l’Italia in una condizione di pericolo e di subalternità all’alleato tedesco.

In Egitto l’esercito venne respinto dagli inglesi che catturarono più di 100.000 uomini costringendo il maresciallo Graziani ad una fuga precipitosa mentre in Grecia la disfatta militare fu ancora più disastrosa. La decisione di Mussolini di attaccare la Grecia dall’Albania fu concepita per dimostrare a Hitler quanto l’Italia fosse indipendente e capace di affrontare una propria guerra parallela a quella che i tedeschi stavano combattendo su più fronti. Il risultato però fu contrario e annichilì ancora di più gli italiani sulle posizioni tedesche.

Inizialmente Mussolini pensò che l’invasione della Grecia sarebbe avvenuta in poco tempo e il 28 ottobre 1940 diede ordine all’esercito di attaccare. Attraverso l’Albania le truppe italiane entrarono in Grecia fino all’Epiro dove trovarono una forte resistenza da parte dell’esercito ellenico che non solo fermò i nostri soldati ma riuscì anche a respingerli indietro, liberando i propri territori con l’aiuto degli inglesi che si installarono in diverse isole dando vita ad una resistenza eroica insieme ai soldati e ai cittadini greci.

La Stampa, copertina del giorno 11 giugno 1940
L’Italia e la Seconda Guerra Mondiale: La Stampa, copertina del giorno 11 giugno 1940

A questo punto i tedeschi entrarono in guerra con la Jugoslavia e con la Grecia riuscendo, dopo alcuni mesi, a sistemare la questione conquistando lo Stato ellenico, anche se dovettero affrontare una resistenza e una guerriglia determinate a resistere fino alla morte, e spostando uno degli assi della guerra sui Balcani. Oramai la situazione era in mano allo Stato Maggiore di Hitler che aveva arginato le velleità italiane inglobando l’esercito all’interno delle sue armate, in poche parole gli italiani erano in una posizione di sudditanza dei tedeschi.

La guerra fu l’idea più assurda che Mussolini poté concepire  e gli costò sia la vita che il potere. Tutt’ora varie sono le interpretazioni sulle motivazioni che spinsero il Duce ad un tale suicidio, rimane forse una certezza: il fascismo come il nazismo avevano bisogno di una fase di espansione guerresca per giustificare la loro esistenza e la loro temporanea evoluzione politica.







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Fulvio Caporale

Fulvio Caporale

Fulvio Caporale è nato a Padova e vive a Milano. Laureato in Scienze Politiche svolge la professione di consulente editoriale e pubblicitario. Collabora con case editrici e giornali cartacei e online occupandosi di libri, arte ed eventi culturali. Ha tradotto testi letterari e tecnici dallo spagnolo, dal portoghese, dall’inglese e dal catalano.

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vittorino aveva 10 anni, forse Mussolini fu costretto, perché i Tedeschi, pure gli altoatesini ci avrebbero invasi, io ricordo quando tornò a casa un internato, nei lagher, di 12 fu l'unico che rientrò, quando parti da Schio in novembre del 1944, dopo aver subito le più barbarie sevizie, nelle scuole Marconi, dove stanziavano le SS, un pulman una mattina del 27 novembre 1944 alle ore 7 del mattino parti dalle scuole Marconi, e dopo3 km.al ponte della gogna in uscita da Schio, l'autista con una scusa si fermò, perchè diceva ai Tedeschi, che con unautoblindo li precedeva, che aveva una gomma forata e doveva cambiarla, questi li credettero e fecero scendere, queste persone, le allinearono con le mani sulla testa ha ridosso di una mura, l'autista cominciò con il criccò ad alzare la ruota posteriore e svitare i bulloni, un Tedesco li vicino a lui, dette con lo stivale un colpo alla gomma, e s'accorse che non era sgonfia cercava di guadagnare tempo, gridò e punto la pistole manchin, e l'autista velocemente, riavvito e tolse il cricco, fu allora che dalla finestra della mia abitazione, che si trovava a venti metri, vidi salire questi 12 disgaziati, che conoscevo, tutti, gonfi di botte, e ripartire, verso il passo delle piccole dolomiti, e poi a Bolzano, dove c'èra un campo di smistamento.Quando uno di questi tornò in giugno del 1945 vivo ma ridotto a 35 kg, a Schio sapemmo dove erano finiti i suoi compagni, nelle camere a gas, e nei forni crematori.é disse pure che ha Bolzano in quel campo di smitamento, c'èra un comandante altoatesino, che faceva il boia picchiava a calci sullo stomaco e pedate, tutti questi disgraziati, prima di inviarli nei vari campi di sterminio, forse questo boia aveva partecipato alla prima guerra mondiale, i si vendicava degli Italiani, perché quel territorio c'èra stato assegnato per la nostra, giusta ricompensa, al trattato di Verssail nel 1919, che partecipavano tutti i vincitori, dai Russi , Inglesi , Francesi, agli Americani Stati Uniti…[email protected]

Il 10 Giugno 1940, avevo 18 anni e mi recai in Piazza del Duomo a Pistoia ad ascoltare il discorso del Duce.Si sperava che lo sfacelo dell'esrcito francese non avesse riacceso la volontà del Duce di approfittare le vittorie della Germania lo avesse spinto ad entrare in guerra.Invece cosi non fu e dal 1942 al 1945 venni richiamato e arruolato nella Settima Compagnia di Sanità

L'aneddoto sugli aerei spostati per far credere a Mussolini che fossero numerosi è purtroppo vero! Mio nonno era istruttore dell'aeronautica e raccontò di una rivista tenuta a Cameri, in Piemonte (dove era assegnato) alla quale venne a presenziare Mussolini. Mio nonno raccontò che alla partenza di Mussolini per Torino, dove il giorno successivo si sarebbe tenuta un'altra manifestazione, furono fatti partire in fretta e furia gli aerei presenti a Cameri per trasferirli, appunto, a Torino.

Credi che l'esigenza sia stata mostrare a Mussolini, oppure piuttosto non fosse quella di mostrare al pubblico (una questione di immagine nazionale). Mussolini (nel bene e/o nel male), non era uno sprovveduto.

ricorda che il Mussolini post Etiopia era molto diverso di quello prima. Comunque: mio padre mi raccontò che quando tornò a casa e mia nonna voleva sapere come era andata (visto che mio nonno era stato presentato al duce ed aveva avuto modo di parlarci un po') le disse: "è un esaltato"! Che non fosse uno sprovveduto, è vero, ma quando per anni sei circondato in massima parte da cortigiani, alla fine credi anche a quello che ti dicono pur se nel profondo della tua mente sai che sono balle.