I pastori (poesia di D’Annunzio)

Print Friendly

La poesia I pastori (a volte indicata come I pastori d’Abruzzo) fa parte dell’ultima sezione di Alcyone, intitolata Sogni di terre lontane. Alcyone è il terzo libro delle Laudi di Gabriele D’Annunzio: venne pubblicato per la prima volta nel 1903, racchiudendo le liriche composte tra 1899 e il 1903, per un totale di 88 poesie. Secondo i critici, si tratta del momento più alto della lirica dannunziana: il poeta tralascia il tema del superuomo per dedicarsi alla celebrazione della natura.

Pastori - Shepherd - Pastore

Alcyone, infatti, è il racconto di diversi momenti di una vacanza estiva, trascorsa in Versilia con l’amata attrice Eleonora Duse, che viene qui chiamata Ermione. La raccolta si divide in cinque sezioni, che descrivono la primavera fino all’arrivo dell’autunno. Le liriche sono piene di elementi musicali, suggestioni e sensazioni dello stato d’animo del poeta, ottenuti con una sapiente disposizione di rime e assonanze.

I pastori: la poesia

La lirica I pastori d’Abruzzo appartiene proprio alla parte conclusiva dell’opera e descrive quindi l’arrivo dell’autunno. L’estate è ormai giunta al termine: settembre porta con sé tanta malinconia, che spinge l’autore a desiderare di ritornare nei luoghi della sua infanzia e nel mondo arcaico della regione Abruzzo, che viene descritto in questa poesia.

I pastori, nel mese di settembre, ricominciano l’antica usanza della transumanza e portano i greggi a pascolare verso la Puglia. L’autore celebra questi gesti antichi come se fossero sacri e li riconduce ad un’unione con la natura che si ripete ogni anno.

I Pastori - foto antica
La transumanza dalle colline d’Abruzzo verso il mare: un gesto antico che si ripete nel tempo

Testo della poesia

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.







Ah perché non son io co’ miei pastori?

Analisi del testo

Il testo è formato da quattro strofe di cinque endecasillabi ciascuno, più un endecasillabo finale. L’ultimo verso di ogni strofa rima con il primo della successiva.

La struttura della lirica è circolare: all’inizio e alla fine di ogni strofa, il poeta esprime direttamente le sue emozioni. Nel primo verso, infatti, dà voce al suo desiderio di migrare ma, nella domanda finale, si rammarica perché è ormai troppo distante dalla sua terra.

Nelle prime due strofe il poeta rievoca i preparativi dei pastori per organizzare la transumanza: le greggi hanno bevuto alle fonti d’acqua dei luoghi natali per non avere sete durante il viaggio, i pastori hanno costruito un nuovo bastone fatto di verga di nocciolo (v. 10: d’avellano) e hanno aperto i recinti.

Nelle due strofe successive si racconta l’arrivo al mare: i pastori procedono attraverso il sentiero, come se fosse un fiume d’erba, seguendo le orme dei padri (il cammino è ormai una tradizione, un rituale antico e immutabile).

La quarta strofa descrive l’arrivo del gregge al mare, il sole che tocca il vello, il rumore delle onde.

L’ultimo verso è una domanda retorica che esprime la nostalgia del poeta verso la sua terra.

Commento

Dal punto di vista formale, la lirica è diversa dalle altre di Alcyone: qui Gabriele D’Annunzio rinuncia all’enfasi, agli eccessi e adotta uno stile piano e pacato, quasi severo a confronto delle altre della stessa raccolta. Recupera come metro l’endecasillabo, che conferisce un tono molto solenne alla poesia.

Non mancano però i simboli e le analogie tra i pascoli e il mare (v. 12: erbal fiume silente). La parola isciaquio al v. 20 è onomatopeica. La sintassi cambia tra la prima parte, dedicata al paesaggio montano, dove è più pacata, e la seconda parte dove diventa più frammentaria.

Il tema dominante è sempre quello della comunione tra uomo e natura, ma forse, con questa lirica, il poeta vuole lasciare un commiato al suo sogno di fusione totale con essa. Egli si sente come i pastori: esuli e costretti a migrare dalle loro amate montagne alla fine dell’estate.







Aiutaci a farci crescere. Se ti è stato utile, segnala questo articolo

Print Friendly
Anna D'Agostino

Anna D'Agostino

Anna D'Agostino è nata e cresciuta a Napoli. Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna, è una grande appassionata di libri e scrittura. Collabora come giornalista pubblicista presso varie testate online e lavora come insegnante di approfondimento letterario presso una scuola media.

L'articolo è interessante?
Lascia un commento per favore. La tua opinione è importante