Verismo (Letteratura)

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Il Verismo si stagliò come movimento letterario tra il 1875 e il 1895, compiendo nel massimo della speculazione scientifica ottocentesca, l’esperimento di una causa letteraria nuova, infuocata di complicate dinamiche sociali ed esistenziali, nello scenario di un primitivo sorgere della questione meridionale, per molti ancora irrisolta. Lo slancio positivista oscurò il nostalgico e malinconico sentimentalismo romantico, ruotando la motivazione intellettuale verso i miasmi soffocanti delle saline e delle miniere, servendosi di personaggi lontani dalla realtà degli imbelletti e della Parigi delle camelie, dei seducenti incontri a teatro.

Verismo
Verismo

La brutalità soffocante della vita incoraggiò alla riflessione, a una meditazione instabile e sterile di propositi, di soluzioni per una realtà consacrata alla tragicità della condizione umana, viziata di sacrificio ed estenuanti momenti d’esistenza, dura, sporadicamente felice, iniettata di fatica e digiuna di riscatto.

L’intellettuale, votato al culto dell’ispezione profonda, delle analisi distillate di concetti e leggi spietatamente invalicabili, si pose al di sopra, osservando con occhio clinico la vita, come un bambino osserva un formicaio, affascinato dal movimento e dalla sorte effimera dei suoi abitanti:

Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per la via, ai fiacchi che non si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo brusco sotto il piede brutale dei sopravvenenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi di arrivare, e che saranno sorpassati domani.

(dalla prefazione dei “Malavoglia“, Milano, 19 gennaio 1881).

Gli esponenti del Verismo

Tra i massimi esponenti del movimento, ricordiamo: Giovanni Verga (1840 – 1922), autore di “Rosso Malpelo” e “Novelle Rusticane“, Luigi Capuana (1839 – 1915), artefice del saggio dal titolo “Gli “ismi” contemporanei“, Federico de Roberto (1861 – 1927), autore de “I Viceré“, Matilde Serao (1856 – 1927), autrice di ” Piccole anime“, Salvatore di Giacomo (1860 – 1934), ideatore della raccolta di poesie “Nannì“, e infine Grazia Deledda (1871 – 1936), Premio Nobel per la letteratura e celebre per “Canne al Vento“.

Sull’onda dello scientificismo francese, ammaestrato nelle forme del naturalismo letterario da Honoré de Balzac (1799 – 1840), Gustave Flaubert (1821 – 1880), Émile Zola (1840 – 1902) e i fratelli Goncourt, giunse nei confini dell’Italia preunitaria lo spirito corroborante dell’intuizione positivista, manipolata dagli istinti asettici dell’ideale connaturato nella spinta metodica del determinismo filosofico di Hippolyte Taine.

L’ascendente del temperamento divulgativo dell’ipotesi francese, comportò l’esito di una concatenazione di reazioni, di opposizioni, verso quel “falso Verismo” mutato nelle vesti mitologiche di un novello Prometeo,

Ma il Prometeo de Titani, agli Sciti ed ai Caucasei, che vivevano barbari e senza leggi, diede leggi e civiltà; il novello Prometeo [il Verismo], invece, assise vittorioso e fidente sulle Alpi, additò Cupido a noi Italiani, servi come un branco di pecore gridandoci: Ecco l’originale!(ZANNONNI)







La realtà verista si scostò dallo splendore unicamente sibaritico dell’Ottocento romantico del foscoliano «[…] a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura», distante dalla chimerica visione di “un mondo perfetto […] destinato a offrire in terra lo spettacolo simbolico d una civiltà compiuta” e di quale si era fatta genitrice l’arte rinascimentale, culla d’ogni genialità artistica e che lega ad essa la sua maternità.

Il Verismo e l’Italia Meridionale

Il Verismo si nutrì della terra rossa impregnante ogni fibra dell'”amuscinu” (il fazzoletto di seta nero) siciliano, delle ossa scolpite dal tempo e dalla miseria, del sudore accecante e del sole ardente dell’Italia meridionale, trionfando sull’agiatezza del salotto milanese e schiudendo, per la prima volta, le preziose porte della letteratura italiana ai “[…] vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati, ciascuno colle stimmate del suo peccato […]” (VERGA, “I Malavoglia“).

Il tempo degli onori, delle battaglie edonistiche rivolte all’ideale, al virtuosismo della parola cessarono, lasciando posto all’autenticità dei dialetti, in base a quell’intuizione che vedeva nei padri del Verismo l’appartenenza al cosiddetto “artificio di regressione”, ovvero la scelta di immedesimarsi nei personaggi, aderendo, in tal modo, al registro culturale delle classi proletarie della Sicilia di Luigi Capuana (1839 – 1915) o alla vivacità partenopea dei protagonisti di cui fu artefice Matilde Serao.

Matilde Serao
Matilde Serao

L’uso del dialetto, nelle forme di una grammatica fusa alla lingua italiana ma al contempo svincolata dalle norme della punteggiatura, definì i contorni di un linguaggio nuovo, di un impasto linguistico perfetto, che per molti contemporanei era causa di un “affievolir” dell’arte italiana, così come il Verismo nella sua totalità era in grado, per molti intellettuali del tempo, di compiere l’opera fatale di ridurre l’essere umano ad “arida astrazione della virtù ragionativa“.

Il Verismo vide le dirette conseguenze della propaganda positivistica nelle interazioni con il Naturalismo francese, e dunque con i massimi esponenti del movimento d’Oltralpe: l’adesione ai principi della scrittura impersonale, investigativa, declinata nelle forme del romanzo sperimentale, si mosse nella direzione di un riconoscimento e apprezzamento da parte di Giovanni Verga della prefazione del romanzo “Germinie Lacerteux” (1865), dove anch’egli coglie l’illuminazione per cui “le persone del popolo sono più facili a ritrarsi, perché più caratteristiche e semplici – quanto complicati e tutti esprimentesi per sottintesi con le classi più elevate“, a causa di quella “specie di maschera e di sordina che l’educazione impone alla manifestazione degli stessi sentimenti […]” (Lettera a Èduard Rod – il traduttore di G. Verga, 14 luglio 1899).

Nel movimento verista, la missione umanitaria dell’intellettuale, erede diretta dello zoliano “J’accuse !“, trova in essere l’esperimento della sociologia narrativa, verso quelle indagini, che a differenza del Naturalismo, introducono ad un punto di vista dell’autore senza però concludersi in una netta opinione, in un giudizio che rischierebbe di essere macchiato di sentimenti e passioni inconsce, fino all’esaltazione di quello che De Sanctis definì “l’animalismo nella sua esagerazione“, dove “[…] il sentimento diviene sensazione; la volontà diviene appetito; l’intelligenza un istinto; il turpe perde senso e vergogna come nell’animale“.

L’intercalare di un giudizio, come avveniva con Alessandro Manzoni nei “Promessi Sposi“, nella missione verista, smise di intralciare il corso della storia narrata, quest’ultima descritta ferocemente, nei colori e nei suoni di un meridione ancora primitivo, sofferto e vinto dalla provvidenza.

Gli stridenti affreschi impressionisti dell’arte verista, non furono mai oscurati dal nome del loro autore sulla copertina, dall’identità dell’artefice come promotore di un’opera così incompleta da non avere “in sé stessa tutto il suo organismo“.

La letteratura verista mise in luce i laceranti contrasti sociali, in cui l’atavico presente era gravemente minacciato dall’imminente futuro. Gli autori del Verismo italiano descrissero, senza mai intervenire, la misera realtà del Mezzogiorno, il dramma esistenziale di contadini e famiglie di pescatori, per i quali non esisteva una soluzione, uno spiraglio di cambiamento nell’ottica di un progresso paradossalmente sconosciuto, esiliato nella grandi città dell’Italia settentrionale; il narratore si esenta dalla critica personale, non propone soluzioni perché non esiste una soluzione per la grande tragedia umana.

Note bibliografiche
Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XII
G. Verga, I Malavoglia, Arnaldo Mondadori Editore, Milano, 1995
L. Gelmetti, La lingua parlata di Firenze e la lingua letteraria d’Italia – Studio comparativo della quistione, Battezza e Saldini Coeditori, Milano, 1874
V. Capelli, Ottocento & Novecento – Un percorso di letteratura, Jaca Book, Milano, 1998







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Simona Corciulo

Simona Corciulo

Simona Corciulo nasce a Gallipoli il 5 maggio del 1992. Appassionata di arte e antiquariato, ha conseguito la laurea in ”Tecnologie per conservazione e il restauro” nel 2014. Fervida lettrice, ama scovare e collezionare libri di arte, storia, narrativa – italiani e stranieri – desueti o rari.

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