Canne al vento (romanzo di Grazia Deledda): riassunto

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Tra i capolavori più noti della scrittrice Grazia Deledda troviamo il romanzo dal titolo “Canne al vento”. Il libro fu pubblicato nel 1913 e ottenne un ottimo successo di critica e di pubblico; da qui nasce una notorietà e credibilità della scrittrice che la porta a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1926.

Canne al vento - libro - Grazia Deledda
Canne al vento (1913), una copertina del libro di Grazia Deledda

Temi trattati

Nel libro “Canne al vento” vengono affrontati temi come: la fragilità umana, l’amore, l’onore, la povertà e l’amara consapevolezza di un destino già segnato. Gli uomini e le donne sono visti come esseri fragili, piegati come canne al vento: sopra di noi esiste una forza soprannaturale (la sorte) che non possiamo in alcun modo contrastare e combattere. La scrittrice, in questo caso, prende spunto dal romanzo “Elias Portolu” del 1903, che già faceva notare la misera vita degli uomini, sballottati come canne al vento.

Da sfondo, troviamo il paesaggio sardo, visto come un mondo senza tempo e pervaso da una sorta di mistero. La scrittrice descrive l’amata Sardegna, soffermandosi da una parte sulla staticità delle antiche usanze di paese e dall’altra ne rileva il rapido sviluppo industriale e tecnologico. Nel romanzo “Canne al vento“, Grazia Deledda si diletta a scrivere sia in lingua italiana che in lingua sarda, utilizzando molto spesso termini dialettali.

Canne al vento, riassunto del libro

Il romanzo narra le vicende della famiglia Pintor: padre, madre e le sue quattro figlie (Ruth, Ester, Noemi e Lia) che abitano in un villaggio sardo, chiamato Galte, poco distante dalla foce del Cedrino, sulla costa tirrenica della Sardegna. Si tratta di una famiglia di origine nobile che vive la propria vita senza particolari scossoni. Le donne si dedicano ai lavori domestici e sono costrette a sottostare alla volontà di un padre prepotente che si preoccupa solo di mantenere il prestigio e la reputazione della sua famiglia agli occhi della comunità isolana.

Solo Lia si ribella a questa condizione di mestizia malinconica nella quale sfuma perfino l’orgoglio, trasgredendo le regole imposte dal padre Don Zame, che è descritto come un uomo cupo e violento, paragonato al diavolo. Lia decide quindi di fuggire dalla Sardegna e approda a Civitavecchia. Don Zame impazzisce per il disonore e tenta invano di inseguire Lia.







L’uomo verrà trovato poi morto sul ponte all’uscita dal paese Galte. Solo più avanti, nel romanzo, si scoprirà che a provocare la morte involontaria di Don Zame è stato il servo Efix, che aveva coperto il tentativo di fuga della bella Lia alla quale era molto legato. Lia vive la sua vita, si sposa, ha un figlio di nome Giacinto, ma a breve la sua esistenza in questa vita sfuma e si ferma.

Le tre sorelle Pintor, invece, dopo la morte misteriosa di Don Zame, sono costrette a vivere in povertà e l’unico aiuto lo trovano nel loro servo Efix. L’uomo, però, spera di trovare una soluzione definitiva e sogna il rifiorire della casa e della famiglia. La loro vita poi è ulteriormente resa difficile dall’arrivo di Giacinto (figlio di Lia), segnalato con l’arrivo di una lettera. A quel punto, Noemi non vuole ospitare il nipote, Ester é favorevole al suo arrivo, mentre Ruth teme che Giacinto possa sconvolgere la loro vita. Efix cerca di stabilire la calma promettendo di occuparsi lui di Giacinto.

Ma ben presto il giovane si rivela un disastro, poiché sperpera quei pochi soldi che sono rimasti alle zie. Come se non bastasse, il giovane Giacinto si innamora di Grixenda, una donna che non appartiene alla loro classe sociale e quindi, inizialmente, il loro amore non ottiene l’approvazione delle zie. La situazione non cambia, anche se da lì a poco Giacinto trova un impiego presso l’ufficio delle dogane. Il giovane difatti non riesce a mantenere il prezioso impiego a causa di un furto da lui commesso.

Giacinto confessa il terribile errore commesso a Efix che lo rimprovera severamente per il gesto compiuto e le sorelle sono così costrette a indebitarsi sempre di più per colpa sua. La situazione precipita ulteriormente quando da lì a poco muore improvvisamente Ruth, mentre Ester e Noemi, per coprire i loro debiti, decidono a malincuore di vendere il loro podere al cugino Predu. Intanto, il giovane Giacinto continua a essere rimproverato da Efix per i suoi comportamenti irresponsabili. Ma Giacinto non sopportando più questa situazione, di lì a poco, svela a Efix di conoscere il suo terribile segreto ovvero quello di essere l’assassino Don Zame.

Finale

A quel punto, il servo Efix, in preda ai sensi di colpa, decide di abbandonare la casa della famiglia Pintor, iniziando a mendicare per poter sopravvivere. Dopo un lungo periodo di assenza dalla famiglia, un giorno Efix ritorna a Galte e incontra Giacinto, che lavora come mugnaio. Giacinto intanto ha deciso di convolare a nozze con la sua amata Grixenda. Anche Noemi, finalmente, decide di cedere alle lusinghe che da tempo le vengono proposte dal cugino Predu e convola a nozze con lui addirittura prima del nipote.

La situazione famigliare migliora ed Efix decide di farsi da parte e di trascorrere in serenità l’ultimo periodo della sua vita. Il servo, ormai provato da una malattia, prima di morire si libera di un peso e confessa al prete del paese l’omicidio involontario di Don Zame. I capitoli conclusivi sono molto toccanti. Efix si spegne in pace proprio il giorno delle nozze di Noemi con il cugino Don Predu, mentre donna Ester declama a Efix, come in una nenia funebre, tutta la sua riconoscenza per quello che l’uomo ha sempre per la sua famiglia.







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Stefano Moraschini

Stefano Moraschini

Stefano Moraschini si occupa di web dal 1999. Legge e scrive su, per, in, tra e fra molti siti, soprattutto i suoi, tra cui questo. Quando non legge e non scrive, nuota, pedala e corre. Oppure assaggia vini, birre e cibi. Fa anche altre cose, ma sono meno interessanti. Puoi metterti in contatto con lui su Google+, Twitter, Facebook e Instagram.

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