Marzo 1821: analisi dell’ode di Alessandro Manzoni

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Le canzoni civili o odi civili di Alessandro Manzoni, ispirate alla storia contemporanea, sono “Marzo 1821” e “Il Cinque Maggio”. L’ode “Marzo 1821” che andremo qui ad analizzare fu scritta quando si diffuse la notizia, risultata poi infondata, del passaggio del Ticino da parte dei patrioti piemontesi, durante i moti del 1821, per strappare con la guerra la Lombardia all’Austria.

Marzo 1821 (di Alessandro Manzoni)
Odi civili: Marzo 1821 (di Alessandro Manzoni)

Il Manzoni la pubblicò nel 1848, durante le Cinque Giornate di Milano (18-23 marzo), dedicandola significativamente «alla illustre memoria di Teodoro Koerner -poeta e soldato – della indipendenza germanica – morto sul campo di Lipsia il giorno 18 ottobre 1813 – Nome caro a tutti i popoli – che combattono per difendere – o per riconquistare una patria». Con questa dedica il Manzoni voleva affermare e dire agli Austriaci che, come era stata giusta e santa la guerra dei Tedeschi contro i Francesi, altrettanto giusta e santa era la guerra degli Italiani contro l’Austria. Nella pubblicistica risorgimentale Tedeschi ed Austriaci erano spesso confusi insieme.

Il motivo ispiratore dell’ode Marzo 1821 è senz’altro patriottico ed oratorio. Con questa ode civile il Manzoni voleva incitare gli Italiani a combattere per l’indipendenza e l’unità della patria, ma il sentimento patriottico del poeta aveva un saldo fondamento religioso e si conformava allo spirito del suo cattolicesimo liberale. Manzoni riteneva che Dio, nei suoi disegni imperscrutabili, ha assegnato ad ogni popolo una patria e una missione da svolgere nella storia. Avviene tuttavia che un popolo, indebolito dalla corruzione dei costumi e da discordie interne, perda la libertà e cada sotto la dominazione di un altro popolo, più giovane e gagliardo, prescelto da Dio come strumento della sua punizione.

Tuttavia, trascorso un lungo periodo di espiazione, durante il quale prova tutte le amarezze della schiavitù, il popolo oppresso, purificatosi delle sue colpe, sente il bisogno di riscattarsi e trova in Dio stesso la forza e il sostegno per rivendicare la libertà. Il Manzoni sente che è questa la condizione dell’Italia del suo tempo che, dopo secoli di divisione e di oppressione, ha espiato le sue colpe e nella lotta per il riscatto è meritevole dell’aiuto di Dio.

L’idea che Dio, quando il popolo si desta dal torpore della schiavitù, si pone alla sua testa e gli dà le sue folgori per scrollarsi di dosso l’oppressione, è il motivo ispiratore della parte centrale dell’ode, là dove il poeta ricorda che il Dio che ascoltò le preghiere dei Tedeschi oppressi, in guerra contro i Francesi oppressori, non può essere sordo alle preghiere degli Italiani: è lo stesso Dio che salvò Israele dall’inseguimento del malvagio Faraone ed armò la mano di Giaele per uccidere un oppressore del suo popolo, è il Dio padre di tutte le genti, che non disse giammai al Tedesco di andare a raccogliere i frutti dei campi che non ha mai arato, di spiegare le unghie per ghermire e straziare l’Italia.

In questa fase del pensiero manzoniano la guerra è giustificata come atto di politicità pura, cioè come strumento di giustizia e di libertà, immune da interesse di parte, di arroganza, di potenza e di oppressione.

Questo spiega il tono tirtaico della penultima strofa dell’ode, là dove il poeta, rivolgendosi ai combattenti, auspica che sui loro volti baleni finalmente il furore contro gli oppressori, finora tenuto segreto nelle congiure, e li invoglia a combattere e a vincere per l’Italia, perché il suo destino dipende dal loro eroismo guerriero.

Nei Promessi Sposi invece il Manzoni considera la guerra e ogni altra forma di violenza come una follia fratricida, che disonora la nostra umanità e grida vendetta davanti a Dio. Per questo Fra Cristoforo rimprovera sempre severamente Renzo, tutte le volte che, trascinato dall’impeto giovanile, accenna a voler farsi giustizia da sé. Egli sa, per esperienza diretta, che la vendetta di un sopruso subito “è un terribile guadagno” (Promessi Sposi, cap. V) e che “una vita piena di meriti non basta a coprire una violenza”.

Ma ancor prima dei Promessi Sposi il poeta condanna la guerra e la violenza nella chiusa della Battaglia di Maclodio (coro del Conte di Carmagnola), dove l’autore dice che siamo tutti fratelli, figli tutti d’un solo riscatto, legati tutti ad un patto d’amore e di solidarietà, e invoca il castigo di Dio su chi viola questo patto e affligge un’anima immortale.

La condanna della violenza e della guerra fatta ripetutamente dal Manzoni, suscitò, durante il Risorgimento, la reazione dei politici estremisti, che lo accusarono di insegnare agli Italiani la rassegnazione alla tirannide e all’oppressione. Ma il Manzoni non insegnava la rassegnazione passiva, che porta all’ignavia e alla viltà, ma, semmai, la rassegnazione attiva, che attinge le sue forze della fede nella Provvidenza e nella giustizia immanente nelle cose, che prima o poi finisce col trionfare. Del resto nel nostro tempo presso i popoli di più matura coscienza democratica i movimenti di non violenza sono quelli, che hanno realizzato le più importanti conquiste politiche e sociali, non escluso il crollo di dittature, come quelle dell’Est, che sembravano irreversibili.

Testo completo dell’ode

Marzo 1821

Alla illustre memoria di Teodoro Koerner poeta e soldato della indipendenza germanica
morto sul campo di Lipsia il giorno XVIII d’Ottobre MDCCCXIII
nome caro a tutti i popoli che combattono per difendere o per conquistare una patria







Soffermati sull’arida sponda
Vòlti i guardi al varcato Ticino,
Tutti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell’antica virtù,
Han giurato: non fia che quest’onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell’ombra le spade
Che or levate scintillano al sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte;
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell’Orba selvosa
Scerner l’onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella
E dell’Oglio le miste correnti,
Chi ritorgliergli i mille torrenti
Che la foce dell’Adda versò,

Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati,
Risospingerla ai prischi dolor;
Una gente che libera tutta
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto
Con che stassi un mendico sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo:
L’altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d’altrui;
La sua parte servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v’è.
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
Un giudizio da voi proferito
V’accompagna a l’iniqua tenzon;
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera e pèra
Della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste
Preme i corpi de’ vostri oppressori,
Se la faccia d’estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v’ha detto che sterile, eterno
Saria il lutto dell’itale genti?
Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
Saria sordo quel Dio che v’udì?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
Va’, raccogli ove arato non hai;
Spiega l’ugne; l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è:
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta sventura,
Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’alpe spïasti
L’apparir d’un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno ai tuoi santi colori,
Forti, armati dei propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito dei popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d’altrui,
Come un uomo straniero, le udrà!
Che a’ suoi figli narrandole un giorno,
Dovrà dir sospirando: «io non c’era»;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non avrà.







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Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il “Giornale di Sicilia” e con “La Repubblica” e, attualmente, scrive articoli per il giornale “L’ora” e per questo sito, cura l’ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell’associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

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