Spesso il male di vivere ho incontrato, parafrasi e commento

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La poesia che andiamo ad analizzare e commentare si intitola “Spesso il male di vivere ho incontrato” ed è compresa nella raccolta “Ossi di seppia” pubblicata nel 1925. Poeta e scrittore italiano, Eugenio Montale ha ottenuto il Premio Nobel per la Letteratura nell’anno 1975 ed è considerato uno dei migliori autori del Novecento.

Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato.

Per Montale la poesia rappresenta un efficace strumento per testimoniare la (triste) condizione esistenziale dell’uomo moderno, dilaniato dal quotidiano “male di vivere“. Il poeta, secondo la visione di questo autore novecentesco, non si erge a guida spirituale o morale nei confronti degli altri uomini: anzi si fa portavoce delle fragilità, delle insicurezze e delle paure dei suoi simili essendo lui stesso fragile, insicuro e in balia degli eventi.

La lirica di Montale, in genere, non ha alcun ruolo di elevazione spirituale, visto che ha come oggetto la frattura insanabile esistente tra il singolo e il mondo che lo circonda. Nelle poesie di Montale riecheggia un senso di estraneità e di impotenza che le rende spesso tristi e malinconiche.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Analisi e commento alla poesia

L’argomento principale che fa capolino dai versi è il dolore, il male di vivere che non risparmia neppure la natura: sia gli elementi inanimati che quelli vivi (come le piante e gli animali) sperimentano il male e la sofferenza. Si nota subito un parallelismo esistente tra le due strofe che aprono la lirica: il poeta utilizza sapientemente alcuni oggetti simbolici per spiegare l’affermazione iniziale: “Spesso il male di vivere ho incontrato“.







Nella prima strofa, che corrisponde ad una quartina, il termine principale è “male“; intorno a questo ruotano le immagini: il ruscello che non riesce a scorrere, la foglia inaridita che si accartoccia su se stessa, il cavallo sfinito che stramazza a terra.

Nella seconda strofa (anche questa una quartina) il poeta mette in risalto i simboli del “bene”: la statua che si erge silenziosa, la nuvola sospesa nel cielo, il falco in volo in uno spazio indefinito e lontano. Al “bene” il poeta affianca un altro stato d’animo che contraddistingue l’esistenza umana: l’indifferenza. Montale parla di indifferenza attribuendole la maiuscola perché secondo il suo punto vista rappresenta l’unico rimedio al male di vivere. Il restare indifferenti dinanzi alle difficoltà e al male della vita permette di non soffrire, adottando il giusto grado di distacco verso gli accadimenti.

Il male di vivere che Montale descrive in questa lirica è lo stesso di cui parla Leopardi con il suo “pessimismo cosmico“, ma qui il linguaggio è ridotto all’essenziale e piuttosto scarno. Poiché “il vivere stesso è il male” non esistono soluzioni per combatterlo, tranne che adottare la “miracolosa” indifferenza di cui abbiamo detto prima.

In questa poesia di Montale gli elementi naturali sembrano dotati di una loro sensibilità che riflette lo stato d’animo del poeta. L’esperienza del male di vivere, che non risparmia neppure la natura, è comune a tutto l’universo e la si riscontra appunto nelle immagini-simbolo scelte: il ruscello, la foglia, il cavallo stramazzato al suolo. Eppure, rispetto al pessimismo leopardiano, in Montale si scorge un barlume di salvezza: il male di vivere si affronta facendo ricorso all’Indifferenza, che implica accettazione distaccata della realtà di tutti i giorni.

A differenza di ciò che fanno Leopardi e Foscolo che si crogiolano nel dolore e nel pessimismo, Montale cerca di allontanare da sé la sofferenza e cerca un rimedio al male di vivere che accomuna tutti gli uomini senza alcuna distinzione. La poesia è breve, ma come altre liriche del poeta genovese, in pochi versi riesce ad esprimere al meglio lo stato d’animo dell’autore. Nella raccolta “Ossi di Seppia” in cui è compresa questa lirica il linguaggio poetico è esatto e preciso, il lessico è essenziale, ad ogni termine si lega un unico significato.

Oltre agli autori già citati prima come Foscolo e Leopardi, Montale si rifà alla poesia francese di Verlaine e ai simbolisti d’oltralpe. La poesia degli Ossi di Seppia è definita “metafisica” e si basa sulla frattura tra uomo e natura, che produce sofferenza e dolore. Sentimenti ai quali non ci si può sottrarre, questo è il triste destino degli uomini e della natura.







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Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci è laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La sua grande passione è la scrittura. Ha maturato una discreta esperienza sul web e collabora per diversi siti. Ha anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l'Università di Bari e l'Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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