Intervista a Fabrizio Gifuni

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Fabrizio Gifuni. Nato a Roma, formatosi all’Accademia Silvio D’Amico, è uno dei migliori attori italiani di cinema e teatro, pluripremiato anche all’estero e, anche, conosciuto sul piccolo schermo per aver preso parte ad alcune fiction di qualità.

Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni

Tra le sue molte interpretazioni, spiccano quelle nei film “Giovanni Falcone” (1993), “Il partigiano Johnny” (2000), “La meglio gioventù” (2003), “La ragazza del lago” (2007) e i recenti “La kryptonite nella borsa” e “Romanzo di una strage” (2011).

Premiato come “Rivelazione Europea” al Festival di Berlino, Globo d’Oro e Premio De Sica nel 2002, ha vinto il Nastro d’argento nel 2004 con lo splendido affresco dell’Italia post-nucleare firmato Marco Tullio Giordana, dal titolo “La meglio gioventù”. Premio Flaiano nel 2005, quattro nomination al David di Donatello, ha vinto anche il “Premio Ubu 2010”, il “Premio della critica” e “Premio Le maschere d’oro del teatro italiano” per lo spettacolo “L’ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro”.

Proprio questa pièce teatrale, unita allo spettacolo “Na specie di cadavere lunghissimo”, tratto da brani di Pasolini e del poeta Giorgio Somalvico, costituisce, insieme ad un libro-reportage contenente diversi contributi intorno al suo lavoro e quello del regista Giuseppe Bertolucci, un’unica opera, pubblicata in cofanetto nel gennaio del 2012 dalla casa editrice minimum fax con il titolo “Gadda e Pasolini. Antibiografia di una nazione” (2 dvd + libro).

Il progetto pertanto, nelle parole dello stesso Fabrizio Gifuni, “nasce dal desiderio di organizzare un grande racconto sulla trasformazione del nostro paese. Su ciò che eravamo, su ciò che siamo diventati e su ciò che in fondo siamo sempre stati. Per capire cosa è accaduto, come sia stato possibile arrivare a tutto questo”. Intorno a questo lavoro e alla sua esperienza di attore italiano di cinema e, soprattutto, di teatro, Fabrizio Gifuni ha risposto ad alcune domande, nel corso di un’intervista in esclusiva, colta durante una presentazione del cofanetto minimum fax.

Fabrizio Gifuni, a sangue freddo: che cos’è un’antibiografia?

Questa antibiografia è un lavoro che nasce da un’idea risalente a circa dieci anni fa e che partiva da una domanda molto urgente: come fosse stato possibile arrivare a tutto questo, come fosse stato possibile essere scaraventati nell’oscenità dei tempi presenti.







L’antibiografia nasce dalla voglia di capire se, attraverso gli strumenti del teatro, riutilizzando le parole e i pensieri di due giganti della letteratura italiana, oltre che due grandi italiani, fosse possibile capire un po’ meglio cos’è accaduto a questo paese.

 “Gli italiani sono tutti tranquilli quando possono persuadere se medesimi di aver fatto una cosa che in realtà non hanno fatto”. L’allegoria è gaddiana, lo sfondo è la prima guerra mondiale, si parla del ministro Salandra, addirittura del re. Ma quanto è attuale questa frase che reciti durante lo spettacolo? E quando, soprattutto, l’ultima volta che è stata messa in atto?

Credo che sia  uno degli assunti gaddiani più terribilmente presenti davanti ai nostri occhi. Lo sguardo di questi due autori molto spesso illumina una specie di difetto di fabbricazione che ci riguarda da vicino: una difficile assunzione di responsabilità. Siamo sempre in grado di mettere in atto un meccanismo per il quale è sempre colpa di qualcuno: le istituzioni, i partiti, gli uomini della provvidenza. C’è sempre qualcuno a cui dare la colpa, purché non noi. Gadda e Pasolini sono due esempi concreti di come si possa condurre una pratica onesta di assunzione individuale delle proprie responsabilità.

Scrivi: “il teatro mette paura al potere”. È, anche, per questa ragione che la cultura è stata ormai derubricata dalle voci di bilancio e non solo in tempi di crisi? Quale scenario, di questo passo, si profila?

Che la cultura sia stata derubricata è ormai una cosa alla quale ci siamo tristemente abituati, salvo fantastiche eccezioni, che ci sembrano appunto eccezioni perché ci siamo abituati al peggio. Io sono più propenso a pensare a ciò che si può fare, ad attivare una cittadinanza attiva: penso ad esempio all’esperienza del Teatro Valle occupato,che è anche molto presente all’interno del cofanetto, con vari frammenti registrati direttamente da lì. È un’esperienza che compie un anno ed è una cosa completamente inedita. Non si era mai visto nel nostro paese un teatro così importante venire non “occupato”, ma “preoccupato”, in cui tanti lavoratori e lavoratrici della conoscenza se ne prendessero carico con tanta cura, con tanta passione e con tanto amore. Adesso credo sia molto più importante guardare a questi esempi positivi.

Nel tuo spettacolo, traendo brani dal grande poeta friulano, viene fuori L’italietta di Pasolini.  Un messaggio sempre attuale, pur con le dovute modifiche, con certi aggiornamenti. Ma di preciso, oggi, nel 2012, qual è l’italietta? E come l’avrebbe descritta, rappresentata, versificata, Pasolini, secondo Fabrizio Gifuni?

Molto spesso ci si domanda cosa avrebbe detto e scritto Pasolini oggi. Io credo che non è un caso che Pasolini non ci sia più. Fortunatamente ci ha lasciato talmente tanto, tra letteratura e critica e cinema, che è proprio attraverso la sua opera che è possibile utilizzare quegli strumenti ancora utili per leggere meglio la realtà di oggi. Quando parlava negli anni ’70 di genocidio culturale, all’epoca erano parole che risultavano perlopiù incomprensibili, non per tutti comunque. Ma oggi, invece, capiamo meglio cosa significa, ognuno di noi ha la precisa idea di vivere in un’epoca di post-genocidio culturale. Si tratta solo di capire cosa fare.







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