Intervista a Carola Susani

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Carola Susani
Carola Susani

Carola Susani. Nata a Marostica (Vicenza) nel 1965, dopo aver vissuto molti anni in Sicilia si stabilisce a Roma, dove si laurea e inizia la propria attività di scrittrice, diventando nell’arco di un decennio una delle autrici più apprezzate del panorama nazionale.  Il suo esordio arriva già nel 1995 con “Il libro di Teresa”, pubblicato dalla casa editrice Giunti. Per Feltrinelli successivamente, pubblica “La terra dei dinosauri” (‘98i) e i romanzi per ragazzi “Il licantropo” (2002) e “Cola Pesce” (2004), dove sperimenta un altro tipo di registro stilistico.

Redattrice di “Nuovi Argomenti”, storica rivista letteraria per anni diretta da Enzo Siciliano, nel 2006 pubblica per minimum fax la raccolta di racconti “Pecore vive”, molto apprezzata da pubblico e critica e selezionata al Premio Strega 2007. Per Laterza poi, arriva nel 2008, nella collana Contromano, “L’Infanzia è un terremoto”, a sfondo largamente autobiografico, mentre due anni dopo, nuovamente con la casa editrice Feltrinelli, pubblica “Mamma o non mamma”, scritto con Elena Stancanelli.

Nel marzo del 2012, la casa minimum fax pubblica il suo nuovo, attesissimo romanzo, dal titolo “Eravamo bambini abbastanza”, subito apprezzato dalla critica nazionale e considerato uno dei lavori più interessanti dell’anno: sorta di favola nera a metà strada tra la storia di formazione ed esistenziale. Il romanzo racconta la vicenda di sette bambini rapiti che si mettono in viaggio dal nord Italia fino a Roma, città nella quale, non solo simbolicamente, si conclude tutta la loro vicenda. Centro della storia, raccontata in prima persona dall’ultimo di questi bambini rapiti, c’è il “Raptor”, come viene soprannominato dagli stessi protagonisti: personaggio tanto carismatico quanto sfuggente, indefinito e misterioso, il quale è il motore dell’intero romanzo. Intorno a questa figura centrale e ai molteplici spunti contenuti nel romanzo, l’autrice Carola Susani ha risposto ad alcune domande.

Partiamo subito dal “Raptor”: da dover arriva questo personaggio e quale il suo significato?

Il Raptor è un personaggio che è venuto fuori da un’immagine precisa nella mia testa, come un personaggio scavato, asciutto, assetato, che si appostava all’angolo delle strade e che rapiva i bambini. Da qui, è nato tutto. La sua origine deriva dalle mie ossessioni materne, sicuramente, un po’ comuni alle madri occidentali, ma proviene anche da molto più lontano: da un vuoto. Anzi, è egli stesso un personaggio di vuoto: da un lato risucchiato, ma dall’altro con una voragine così profonda dentro di sé che finisce per tirarselo dietro, facendo di lui un personaggio di ricerca, una specie di asceta. Non c’è molto altro, attorno al Raptor, in fondo. Ci sono degli indizi, lasciati qua e là nel corso della narrazione. Ma nient’altro. Si porta via i bambini secondo una logica abbastanza evidente di “imitatio Christi”, per quanto deforme, limitata. Io so di più di lui, ovviamente, rispetto a quanto racconto nel libro, ma non  mi sembra rivelarlo. A me serve da un lato, farne un centro di potere, per i bambini e per la vicenda in sé, e dall’altro farne un personaggio assetato, legato a questa sua sete fisica, oltre che legata ad una propria ricerca.







Nella comunità dei bambini rapiti si creano delle regole piuttosto definite: una sorta di sistema di autoregolamentazione interna che tiene legati indissolubilmente tra loro questi bambini. Come mai accade questo e perché?

C’è un’idea politica, infatti. L’imposizione di una comunità da parte di un personaggio che, fino alla fine, non è nemmeno molto chiaro nella propria emanazione delle dette regole. Si può dire che il fatto stesso che lui esista, fa sì che le regole emanino, naturalmente. La sanzione, la punizione, che è l’unica cosa che ha per la gestione il potere, è la manifestazione del suo potere assoluto. Perché questo è anche un libro sul potere, sulla gestione del potere, forse la questione più umana e concreta che ci sia al mondo. Lo stesso fatto che qualcuno se ne faccia carico intanto, è sì terribile ma, al contempo, è calmante, permette agli altri di vivere in modo più leggero.

La domanda che il lettore si pone continuamente durante la lettura è la seguente: perché i bambini non scappano da questa morsa, visto che spesso hanno questa possibilità, così come narrato da te in molte situazioni?

Tutto il libro cerca di dare questa risposta. I bambini restano perché la comunità regge, perché si appassionano l’uno all’altro, perché la vita che attraversano li sorprende. Restano perché il personaggio che li tiene uniti ha una forza, perché finché sono insieme sono loro stessi fino in fondo.

C’è una critica, anche, alla famiglia attuale?

Nessuna delle storie familiari di questi bambini è pacifica, questo va detto. Anche Manuel, il protagonista, viene da un momento particolare: la sua famiglia, sì borghese, benestante, vive un momento di stress, di forti tensioni. Il luogo della pace alternativo al mondo del Raptor non è un mondo di pace vero e proprio, affatto. In entrambi i mondi non c’è, la pace. Quello che il mondo del Raptor ha in più è nel suo percorso: c’è una forza, c’è una forza che è insita in questo loro conoscere la necessità, l’essere restituiti ad un mondo in cui mangiare è una questione seria, così come trovare un posto dove dormire. Uscire dal mondo dell’irrealtà, per toccare con mano cos’è davvero la condizione umana: credo che questo aspetto, insieme con la fede, con questa sorta di trascinamento che si porta dietro il Raptor, sia il vero movente del romanzo.







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