Intervista a Tony di Corcia, autore del libro sulla vita di Gianni Versace

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Tony di Corcia è nato a Foggia nel 1975, ed è giornalista professionista. Laureato in Giurisprudenza. Ha scritto di moda per le redazioni pugliesi del Corriere della Sera e di Repubblica. Dirige la testata web Viveur.it. Nel 2010 ha esordito a livello editoriale con il libro “Gianni Versace: lo stilista dal cuore elegante”, una raccolta di interviste incentrate sul grande stilista di Reggio Calabria.

Tony Di Corcia, giornalista e scrittore
Tony Di Corcia, autore di due libri sulla vita di Gianni Versace

Nel 2012 però, grazie alla casa editrice Lindau, Tony Di Corcia è tornato sul “luogo del delitto”, con una biografia molto importante sempre incentrata sulla vita dello stilista morto in circostanze misteriose nel 1997, dal titolo: “Gianni Versace. La biografia“. Ad impreziosire il libro, la prefazione dell’eterno rivale di Versace, Giorgio Armani.

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Gianni Versace – La biografia. Prefazione di Giorgio Armani

Il 31 luglio 2013, la Ares Film, società di produzione cinematografica e televisiva di cui Mediaset è socia, specializzata nella realizzazione di miniserie per la tv (l’ultima delle quali “Pupetta”, con Manuela Arcuri), ha annunciato di aver acquisito i diritti del libro, con il fine di farne un film o una fiction.

Il primo ciak è fissato a novembre 2013. In questa intervista, a pochi giorni dalla “prima” assoluta del suo secondo libro, il giornalista Tony Di Corcia racconta come ha lavorato, quali personalità ha dovuto sentire e la sua idea sulla stessa morte del grande stilista calabrese.

Intervista a Tony Di Corcia

Qual è la differenza tra questo nuovo libro su Gianni Versace e il precedente?

La tipologia di libro, sicuramente. Il primo era una raccolta di interviste, alla quale mi appoggiavo letteralmente: venticinque personaggi che hanno conosciuto, che hanno lavorato con Gianni Versace. Un racconto polifonico a più voci, il quale mi permetteva di raccontare Versace attraverso la voce di chi aveva avuto a che fare con lui. Questa volta invece si tratta di una biografia: mi sono preso la responsabilità di raccontare Versace con la mia voce. Inevitabilmente poi, ho dovuto e voluto fare qualche domanda ad alcune persone, anche per deformazione professionale. Ho sentito personaggi come Patty Pravo, Alba Parietti, o top model come Eva Herzigova, ma anche coloro i quali fanno parte dell’industria della moda: le prime imprenditrici che hanno fatto lavorare Versace come stilista, molti suoi collaboratori, amici, familiari. È nella natura di un tipo di lavoro del genere.

Tra le personalità intervistate, spicca quella di Giorgio Armani, che ha firmato la prefazione al libro. Quale dei personaggi sentiti, compreso lo stesso Armani, ha lasciato maggiormente il segno nel libro?

Trovo che sia molto bello, innanzitutto, che il suo “grande antagonista” abbia deciso di rendergli onore con queste belle parole, impreziosendo addirittura il libro con una sua prefazione. Tra gli altri personaggi sentiti, penso soprattutto ai suoi collaboratori più stretti, soprattutto alla stilista Manuela Brambatti, e alcuni suoi bozzetti sono inclusi nel libro, ma anche a Bruno Gianesi, responsabile del suo ufficio stile: loro mi hanno trasferito tutto l’entusiasmo che Versace riversava nel lavoro.







Quale il momento storico che ti ha divertito di più raccontare, della vicenda legata a Versace?

Gianni Versace
Gianni Versace

Sicuramente quello vissuto in prima persona è stato divertente: agli inizi degli anni ’90 mi sono avvicinato alla moda e ho vissuto quegli anni da vero fan di Gianni Versace, sino alla sua morte.

Tuttavia, il mio periodo preferito è proprio quello che non ho vissuto: negli anni ’80 infatti, soprattutto verso la fine, Versace ha dato vita a delle realizzazioni che ancora oggi vengono copiate a tutto spiano anche dai cosiddetti stilisti di grido.

Raccontare quel periodo mi è servito per comprendere a pieno quanto fosse avanti in quegli anni: aveva previsto un modo di vestire che è quello che utilizziamo ancora oggi.

Versace nel tuo libro è intravisto nei termini di un “dionisiaco”. È questo il tratto essenziale?

Sì, è stato il vero Dioniso della moda. È stato capace di capire quanto attraverso l’abito passino molti più significati di quelli che noi vogliamo dargli: attraverso l’abito è possibile una metamorfosi importante che chiama ad una vera affermazione del sé, che viene a galla. Riuscire a fare questo attraverso un abito è raro…

Volo a Miami” diceva Versace, alla fine di ogni sfilata. Cosa è successo l’ultima volta, nel 1997? Sembra la morte di una rockstar?

È una morte molto cinematografica e a suo modo molto rock. Rimane una morte però molto tragica e nera, e a tratti misteriosa. Io credo che di fronte a questi episodi così complessi, la spiegazione sia sempre la più semplice ed evidente. Gianni Versace era un personaggio estremamente celebre, anche più di una rockstar, se vogliamo. Quando si è troppo celebri si può finire nel mirino di uno squilibrato, abitare le sue ossessioni: è possibile che accada. Io credo che sia successo semplicemente questo: Versace è rimasto vittima della sua celebrità. Io l’ho raccontata esattamente così, rispettando la versione ufficiale.







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