Il tramonto della luna (poesia di Leopardi)

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Si intitola Il tramonto della luna ed è l’ultima poesia composta da Giacomo Leopardi, che la scrisse nella primavera del 1836, proprio poche ore prima di morire. Essa svolge un tema caro al poeta, più volte ripreso, costituito dal rimpianto della giovinezza e delle dolci illusioni, a cui segue la vecchiaia, che vede appassire le illusioni e si conclude con la morte. Il poeta trae lo spunto di questo tema dalla contemplazione di uno spettacolo naturale: il tramonto della luna, e da questa contemplazione ricava il paragone con il tramonto della giovinezza, rilevando subito dopo la differenza tra i riflessi sulla vita della natura, quando tramonta la luna, e i riflessi sulla vita dell’uomo, quando tramonta la giovinezza.

Tramonto della luna
Tramonto della luna, è il titolo dell’ultima poesia di Leopardi

Come quando tramonta la luna, la natura è invasa da un’oscurità densa e uniforme, così, quando tramonta la giovinezza, la vita resta abbandonata e oscura. Ma mentre la natura sarà presto inondata dal sole con una luce più intensa e gioiosa di quella della luna, la vita dell’uomo, sparita la giovinezza, non si colora più di altra luce, né di altra aurora, resta per sempre priva di luce e di gioia, e alle tenebre che avvolgono le altre età, cioè la virilità e la vecchiaia, gli dei assegnarono come termine la sepoltura, cioè la morte.

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Il canto si articola in tre parti. La prima parte ha carattere idillico ed elegiaco e comprende la prima e la seconda strofa (vv, 1-33). Essa contiene una lunga comparazione tra la luce della luna e la giovinezza. Come la luna, dice il poeta, in una notte solitaria sopra campagne ed acque inargentate dalla sua luce, là dove spira dolcemente zefiro e dove le ombre lontane creano mille indefinite apparenze e forme ingannevoli fra le onde tranquille e fra rami, siepi, collinette e ville, giunta all’estremo orizzonte (al confine del cielo) scende dietro l’Appennino o le Alpi o nel vasto grembo del Tirreno, e il mondo perde i suoi colori, le ombre proiettate dalla luce lunare scompaiono e una uniforme oscurità avvolge la valle e il monte.

La notte resta priva di luce e cantando con malinconica musicalità il carrettiere dalla sua via saluta l’ultimo biancheggiare della luce fuggente, che fino ad ora gli fu guida e compagna durante il viaggio, così la giovinezza scompare, e così lascia la vita dell’uomo (vv. 20). Con essa scompaiono rapidamente i fantasmi e le apparenze delle dolci illusioni, e cadono le speranze lontane, riposte cioè nel futuro, sulle quali speranze la natura dell’uomo, destinata alla morte, si sostiene.

Scomparsa la giovinezza, la vita resta abbandonata, priva cioè di sostegno, e oscura, priva di luce e di gioia. Volgendo lo sguardo in essa, cioè nella vita rimasta priva di illusioni, l’uomo simile ad un viandante smarrito, senza più una guida, cerca invano uno scopo o una ragione del lungo cammino che sente di dover ancora percorrere, e si accorge che l’umana sede, la terra, è diventata straniera a lui, e lui è diventato straniero alla terra.

La seconda parte ha carattere ragionativo, polemico e ironico. (vv. 34-50).
Alla constatazione della desolazione della vita dopo che è scomparsa la giovinezza, segue la riflessione del poeta sulla tragica condizione dell’uomo sulla terra, accompagnata dal sarcasmo sugli dei che presiedono alla misera sorte dell’uomo.

Lassù in cielo agli dei, dice Leopardi, alludendo alla potenza arcana della natura, arbitra del nostro destino, la nostra misera condizione apparve troppo felice e lieta, se la giovinezza (il giovanile stato), nella quale ogni bene si ottiene a prezzo di mille sofferenze, durasse tutto il percorso della vita.







tramonta la giovinezza
Il tramonto della luna e il tramonto della giovinezza

Troppo mite apparve lassù il decreto che condanna ogni essere vivente a morire, se inoltre ad essi prima della morte non si assegnasse anche la seconda metà del cammino della vita (quella che va dalla fine della giovinezza all’estrema vecchiaia) più dura, più impervia e dolorosa, della stessa terribile morte. Degna invenzione di intelligenza immortale, ultimo e più grave di tutti i mali, gli dei ritrovarono la vecchiaia, nella quale età nei cuori umani il desiderio fosse intatto, morta la speranza di soddisfarlo, inariditi i sensi che sono le sorgenti del piacere, le sofferenze sempre maggiori, e non più concessa alcuna gioia.

Nell’ultima strofa Giacomo Leopardi riprende il motivo idillico ed elegiaco iniziale, rilevando la differenza tra la vita della natura dopo il tramonto della luna, e la vita dell’uomo dopo la fine della giovinezza.

Ecco il testo completo della poesia:

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là ‘ve zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l’ombre lontane
Infra l’onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell’infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l’ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L’estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale
Lascia l’età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l’ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s’appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l’umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S’anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D’intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all’occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall’altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l’alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza sparì, non si colora
D’altra luce giammai, nè d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l’altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.







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Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il "Giornale di Sicilia" e con "La Repubblica" e, attualmente, scrive articoli per il giornale "L'ora" e per questo sito, cura l'ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell'associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

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