Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

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Giacomo Leopardi compose la poesia dal titolo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia tra il 22 ottobre del 1829 e il 9 aprile dell’anno seguente. L’ispirazione per questa opera venne dalla lettura del Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820 del barone russo Meyendorff, colpito dalla narrazione dei pastori kirghisi dell’Asia centrale, e di come fossero soliti intonare alla luna piena lunghe e dolci nenie.

Leopardi: Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (quadro di Antonio Berté)
Antonio Berté: quadro ispirato alla poesia di Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è l’idillio che racchiude il pessimismo cosmico di Giacomo Leopardi. E’ incentrato su quello che Tolstoj chiamava “i maledetti problemi“, che sempre si ripropongono, perché nessuno ha mai dato una risposta universalmente e definitivamente convincente a queste domande: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è il senso e il significato della vita? Perché siamo sempre insoddisfatti e inquieti?”.

Nella «Quiete dopo la tempesta» e nel «Sabato del villaggio» Leopardi svolge il tema dell’illusorietà e della vanità della gioia umana, nel Canto notturno egli tratta il tema della vanità stessa della vita per tutti gli esseri, uomini e animali: “… dentro covile o cuna/è funesto a chi nasce il dì natale” (vv. 142-143). Il più infelice però degli esseri viventi è l’uomo: è la sola creatura consapevole della propria infelicità, afflitta dal tedio della vita, dal senso cioè di una profonda e totale insoddisfazione perché tutto è scolorito, meschino ed insignificante al suo interiore bisogno di assoluto e di infinito.

Il canto è costituito da un susseguirsi di domande e di riflessioni, che interrompono l’ideale colloquio tra il pastore, in cui si adombra il poeta, e la luna, che qui non è più la confidente consolatrice dei piccoli idilli (v. Alla luna), ma è un astro gelido, indifferente, distaccato, simbolo della natura bella e impassibile verso il nostro soffrire, così come appare nel dialogo tra la Natura ed un Islandese.

Fa da sfondo al colloquio il paesaggio notturno, silenzioso e sterminato, che accentua il senso della piccolezza dell’uomo nell’immensità del creato, e il senso del mistero che lo avvolge. Da notare che tutte le strofe terminano con la rima costante in -ale. che suggerisce, come dice il Fubini, un’impressione musicale di antichissima nenia.

Il tono del canto è elegiaco, perché esprime l’elegia, il lamento del poeta sulla sorte dolorosa di tutti gli esseri viventi.

Come anticipato e come scrive il Pazzaglia “lo spunto fantastico venne al poeta dalla lettura di un viaggiatore russo (il barone Meyendorff), il quale raccontava che i pastori Chirghisi (un popolo dell’Asia centrale) passavano la notte seduti su un sasso, guardando la luna e improvvisando canti. La scelta di questo personaggio (il pastore), essere primitivo e immune da ogni preoccupazione intellettualistica, consente al poeta di cogliere il dramma della situazione umana nella sua condizione più elementare“.

Nelle prime strofe (vv. 1-20) il pastore, osservando la luna, scopre un’analogia tra la vita della luna e quella propria. Come la luna sorge la sera e cammina per le vie del cielo contemplando dall’alto la terra, anche il pastore sorge all’alba, spinge il gregge al pascolo, contempla la pianura, poi la sera torna stanco all’ovile e non spera altro. Di fronte alla monotonia di questa esistenza, il pastore domanda alla luna qual è lo scopo del corso degli astri e della vita umana. La domanda non cade nel vuoto, l’accoglie il poeta stesso, nelle vesti del pastore, che, nella seconda e nella terza strofa (vv. 21-60), espone l’allegoria drammatica della vita umana. La vita umana è una corsa affannosa verso la morte, verso il nulla: somiglia al destino di un vecchio infermo con gravissimo fascio sulle spalle, che attraverso mille difficoltà corre verso l’abisso, simbolo della morte, nel quale precipita e si annulla.

Se dunque l’uomo nasce per soffrire, è meglio non nascere (vv. 61-104).







Solo la luna, forse, creatura immortale, conosce il significato e lo scopo della vita, il pastore ignora tutto, sa soltanto che vivere è soffrire.

Il pastore stima felice il gregge, perché è solo pago di cibo e di riposo e non è tormentato dal tedio (vv. 105-132).

Forse, conclude il pastore, se io possedessi le ali per voli più sublimi o il dono dell’energia cosmica, se io cioè non avessi i limiti della mia natura, sarei veramente felice. Ma anche ciò è una vana illusione: il giorno della nascita è funesto (apportatore di dolore) a tutti gli esseri, nascano essi in covili, siano cioè essi animali, o siano posti in una culla, siano cioè essi uomini (vv. 133-fine).

Testo completo della poesia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.







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Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il "Giornale di Sicilia" e con "La Repubblica" e, attualmente, scrive articoli per il giornale "L'ora" e per questo sito, cura l'ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell'associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

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