Intervista a Leonardo Palmisano

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Leonardo Palmisano. Sociologo ed etnografo, assegnista di ricerca, è autore di numerose inchieste e pubblicazioni, fra le quali: “Quale laicità nella scuola pubblica italiana?” (2009) e il romanzo “Trentaquattro” (2010). Si è formato lavorando sul traffico di migranti in Nord Africa, sviluppando inchieste sul campo apparse anche sul quotidiano “Il Manifesto”.

Collabora con la cattedra di Sociologia della Facoltà di Lettere dell’Università di Bari e, come consulente, con la Cgil Puglia. Nel 2011, la casa editrice CaratteriMobili gli ha pubblicato un’inchiesta molto interessante, che mette sul piatto della bilancia 55 interviste sul campo, interamente rilevate nel mondo sommerso (ma nemmeno poi tanto) della prostituzione. Emblematico il titolo: “La città del sesso. Dominazioni e prostituzioni tra immagine e corpo”.

Prendendo in esame una città-tipo come Bari, l’autore racconta la vicenda delle escort, delle donne di strada, dei clienti e dei cosiddetti “papponi”. Oltre ad altre situazioni estreme, come la droga e il giro di soldi connesso, nel quale marcia la criminalità non solo pugliese. Nel vorticare di queste testimonianze dirette, prende vita anche l’analisi del sociologo Palmisano. In un’intervista, alcune considerazioni su questo ultimo, importante lavoro.

Alla fine del tuo lavoro d’inchiesta relativo alla “Città del sesso”, qual è stato l’elemento più sorprendente rilevato rispetto all’idea che avevi inizialmente di questo fenomeno? E quale, invece, la conferma riscontrata?

La cosa più sorprendente è l’arroganza, il cinismo dei maschi. Non si tratta di malati o di deviati, ma di comunissimi padri di famiglia, per lo più cinquantenni, che usano queste donne per farne merce da comprare, corpi da martoriare. Tutto questo è intollerabile, alla luce di quanto sta avvenendo: una guerra del maschio contro la donna. La conferma è stata banale: la riduzione in schiavitù delle donne rende molto al crimine organizzato pugliese.







Qual è stato il modus operandi della tua inchiesta: hai avuto dei problemi? Sei incorso in alcuni pericoli? Come ti sei mosso in questo mondo nemmeno poi tanto sommerso? Reticenze?

Il mio modus operandi è quello dell’inchiesta etnografica. Ho recuperato dei clienti in alcune palestre e discoteche, poi mi sono fatto condurre nelle zone grigie del mercato del sesso. Con molta discrezione, grazie all’aiuto dei miei informatori, ho raggiunto i diversi attori. Ho fatto quello che dovrebbe fare ogni tanto anche la stampa.

Elegia nigeriana ed elegia rumena, prendendo in considerazione i primi due capitoli del tuo lavoro. Quali sono le differenze tra questi due mondi? E, anche, non c’è il rischio, con un lavoro simile, di incorrere in eccessive classificazioni (pur nella naturale buona fede del sociologo, il cui rischio ricorrente è sempre questo, infondo)?

Le classificazioni servono a capire perché, provenendo da mondi diversi, queste donne convergono nel girone dell’inferno prostituzionale. Le modalità di assoggettamento sono differenti, e ovviamente questa scoperta è utile per comprendere i dispositivi della dominazione e del nuovo maschilismo italiano. Dispositivi aberranti e feroci, che danno l’immagine di un pericoloso esercito in ritirata.

Come reagiscono, o hanno reagito, le donne cosiddette “libere” al suo lavoro?

Reagiscono come dovrebbero reagire gli uomini: adontandosi e prendendo una netta posizione contro questa terribile pratica di usare dei corpi per farci sesso e denaro.







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