La crisi dei missili di Cuba

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La crisi dei missili di Cuba ebbe inizio il 15 ottobre del 1962 e si concluse il 27 ottobre dello stesso anno con la vittoria strategica degli USA che fu in realtà un abile e tesissimo combattimento diplomatico che portò gli Stati uniti d’America e l’URSS ad un passo dalla Terza Guerra Mondiale.

L’isola di Cuba dalla fine del 1959 era uno stato indipendente con un governo comunista, le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America erano state azzerate a causa dell’esproprio dei beni americani che il governo di Fidel Castro aveva ordinato dopo la fuga del dittatore Batista. Il governo dell’Unione Sovietica, il cui Segretario del Comitato Centrale era Nikita Sergeevič Chruščëv, stabilì una nuova strategia missilistica: avvicinare i missili con testate nucleari alla costa della California in modo tale da avere una diretta minaccia contro gli americani.

I missili, infatti, partendo da Cuba potevano raggiungere Washington in circa 20 minuti e avevano un raggio di azione di gittata media di circa 1.600 km, e questo implicava che molte basi americane, disposte nella parte sud degli USA, potevano essere colpite senza quasi avere il tempo di organizzare una risposta efficace.

Il presidente americano Kennedy autorizza la quarantena navale su Cuba
Il presidente americano Kennedy autorizza la quarantena navale su Cuba

La scelta di posizionare i missili a Cuba, il cui governo aveva scelto anche a causa dell’embargo USA di mettersi sotto l’influenza sovietica, si rivelò fin da subito azzardato sia per la quantità di missili che i governi dell’URSS e di Cuba avevano deciso di posizionare (sembra si raggiunse il numero di 140 testate) sia per la palese provocazione che avrebbe indotto il governo americano ad un intervento immediato.

Probabilmente i sovietici volevano sperimentare la determinazione degli USA nel perseguire una strategia della tensione e rispondere alla strategia missilistica americana che l’esercito USA stava sviluppando in quei mesi con l’istallazione di missili Jupiter in Italia e in Turchia che prevedevano una gittata più lunga di quelli russi.

I cubani, invece, avevano un conto aperto con gli americani perché nell’aprile del 1961 avevano subito un attacco di terra da esuli cubani foraggiati, addestrati e sostenuti dalla CIA. Tale attacco, l’invasione della Baia dei Porci, durò tre giorni e finì con la sconfitta degli esuli e la vittoria dell’esercito castrista. Fu un errore dell’amministrazione Kennedy che si era insediata alla Casa Bianca il 20 gennaio del 1961 e che si era presentata con una posizione in politica estera pacifista e orientata verso il dialogo e l’equilibrio strategico.

La crisi dei missili di Cuba: i fatti

Fra luglio e agosto decine di navi sovietiche arrivarono a Cuba cariche di materiale militare sufficiente a costruire rampe e missili in numero elevato. Il controspionaggio USA avvertì subito la Casa Bianca del tipo di trasporto ma Kennedy d’accordo con il suo staff decise di mantenere una posizione non interventista. Fra la fine di agosto e gli inizi di settembre gli aerei spie U-2 americani fotografarono in più occasioni la posa in essere delle rampe e l’arrivo sull’isola di Cuba del materiale bellico.

In ottobre vi fu un’accelerazione nella posa di rampe e nella costruzione e attivazione dei missili. A questo punto Kennedy dovette decidere una contromossa diplomatica. Riunì il suo gabinetto e decise di informare il paese della situazione, nessun alleato era stato informato e conosceva la natura del discorso del presidente.

Kennedy il 22 ottobre del 1962 disse in televisione che il suo governo era a conoscenza di quello che stava avvenendo a Cuba e che se ci fosse stato un attacco diretto da parte dei cubani contro l’America la guerra si sarebbe estesa all’Unione Sovietica che riteneva direttamente responsabile di ciò che stava accadendo.

Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Il 25 ottobre 1962, nel pieno della crisi dei missili di Cuba, l’americano Adlai Stevenson durante una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, incalzò il rappresentante sovietico, Valerian Zorin chiedendogli se il suo paese stesse installando missili a Cuba. Nel farlo pronunciò la celebre frase Don’t wait for the translation! (“non aspetti la traduzione!”), sollecitando una risposta immediata.







Al rifiuto di Zorin di rispondere, Stevenson continuò dicendo che avrebbe aspettato una risposta fintanto che l’inferno fosse gelato (“I am prepared to wait for my answer until Hell freezes over”). Quando finalmente Zorin rispose negando, Stevenson con un colpo teatrale esibì prontamente le fotografie che dimostravano la presenza dei missili.

Il pericolo mondiale

A questo punto il mondo si svegliò sull’orlo di una guerra termo nucleare dalle conseguenze indefinibili. Il Presidente degli Stati Uniti decise inoltre di porre sotto quarantena l’isola per evitare altri sbarchi di materiale bellico.

Negli anni seguenti Fidel Castro dichiarò che i missili erano 140 e che chiese al leader sovietico di utilizzarli contro l’America. Chruščëv per fortuna non ascoltò il suggerimento del leader cubano ma mantenne una linea di dialogo e anche Kennedy non ascoltò il suo Stato maggiore che gli chiedeva di ordinare un’operazione militare per colpire le basi missilistiche cubane distruggendo tutti i missili.

I problemi

Sulla base del Diritto internazionale vi erano diversi problemi:

il governo cubano non stava svolgendo alcuna azione di minaccia, la sua scelta di istallare missili era legittima quanto la presenza dei missili americani puntati verso l’Unione Sovietica collocati in Italia e in Turchia.

La quarantena dell’isola era possibile nell’ambito delle acque internazionali ma diventava un atto di minaccia nei confronti del governo cubano anche se era svolta per proteggere il governo USA. E se la quarantena si fosse trasformata in un blocco navale allora l’azione da parte del governo americano poteva essere considerata un atto di rappresaglia contro Cuba.

Quest’ultima opzione però sembrò a Kennedy l’unica possibilità percorribile, al posto di un attacco militare contro Castro. La quarantena fu ufficializzata con il discorso di Kennedy in televisione il 22 ottobre. Il governo sovietico rispose immediatamente ammettendo la presenza dei missili ma considerandoli solo difensivi ed eccependo che il governo americano aveva diverse basi missilistiche collocate vicino al confine con gli stati satellite della Russia.

Il 25 ottobre ci fu una movimentata assemblea all’ONU in cui l’ambasciatore sovietico venne sbugiardato dall’ambasciatore USA che di fronte alla negazione del collega sulla presenza dei missili ne mostrò le foto. La tensione fra i due governi raggiunse l’apice e a questo punto Chruščëv propose a Kennedy un compromesso: il 26 ottobre offrì il ritiro dei missili in cambio dell’assicurazione che l’esercito americano non avrebbe invaso Cuba né la CIA avrebbe appoggiato un’ invasione organizzata da dissidenti o oppositori.

Il 27 ottobre, dopo l’abbattimento di un aereo U-2 che volava su Cuba, chiese anche lo smantellamento dei missili americani istallati in Turchia. Kennedy accettò ufficialmente la prima proposta e ufficiosamente la seconda. Il giorno dopo i missili iniziarono ad essere smantellati e il 20 novembre l’isola di Cuba venne liberata dalla quarantena.

Conclusioni

La crisi dei missili di Cuba che si concluse il 27 ottobre 1962 ebbe diverse interpretazioni. Sicuramente fu una vittoria di Kennedy che dimostrò la debolezza sovietica e l’intenzione a non volere arrivare ad una guerra atomica. Il presidente americano perse la considerazione di molti militari, anche del suo staff, che avrebbero voluto vedere risolta la situazione di Cuba in modo drastico anche perché c’erano forti sospetti, in seguito rivelatisi veri, che nell’isola ci fossero altri missili con testate nucleari. I sovietici ne vennero fuori male e Chruščëv non riuscì a raccogliere pienamente i vantaggi del suo compromesso che il PCUS vide più come un ritiro maldestro che come una vittoria tattica.







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Fulvio Caporale

Fulvio Caporale

Fulvio Caporale è nato a Padova e vive a Milano. Laureato in Scienze Politiche svolge la professione di consulente editoriale e pubblicitario. Collabora con case editrici e giornali cartacei e online occupandosi di libri, arte ed eventi culturali. Ha tradotto testi letterari e tecnici dallo spagnolo, dal portoghese, dall’inglese e dal catalano.

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