La battaglia di Waterloo

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La battaglia di Waterloo (inizialmente nominata dai prussiani come battaglia di Belle-Alliance e dai francesi come battaglia di Mont Saint-Jean) fu una battaglia che si svolse nel corso della guerra della Settima coalizione, il 18 giugno del 1815, tra l’esercito francese guidato da Napoleone Bonaparte e le truppe prussiane del federmaresciallo Gebhard Leberecht von Bluecher, alleate con le truppe britanniche del Duca di Wellington.

Battaglia di Waterloo
La Battaglia di Waterloo ebbe luogo il 18 giugno 1815: fu una delle più cruente battaglie del secolo XIX. Lo scontro ebbe luogo nel territorio di Mont Saint-Jean (Belgio) distante pochi chilometri dalla cittadina di Waterloo.

Il fatto che il termine “Waterloo” sia entrato nell’uso del linguaggio comune come sinonimo di clamorosa sconfitta (subire una Waterloo significa proprio subire una disfatta) fornisce la misura storica dell’evento: si trattò di fatti dell’ultima battaglia di Napoleone, che sancì la sua sconfitta definitiva, cui sarebbe seguito l’esilio a Sant’Elena.

Napoleone_Bonaparte
Napoleone Bonaparte

Il luogo e l’evento storico

Teatro di battaglia, in realtà, non fu la cittadina di Waterloo – dove invece aveva sede il quartier generale del Duca di Wellington – ma il villaggio di Mont Saint-Jean, che ai tempi faceva parte del Regno Unito dei Paesi Bassi. Lo scontro iniziò all’una di pomeriggio, quando il I Corpo d’Armata dell’esercito francese era in procinto di sferrare un attacco contro La Haie Sainte e Mont Saint-Jean: in quel momento, però, si palesarono 30mila uomini prussiani appartenenti al IV Corpo d’Armata, guidati dal maresciallo von Bluecher.

Arthur Wellesley, I duca di Wellington
Arthur Wellesley, I duca di Wellington

I motivi della sconfitta

I reparti francesi erano preceduti dalla fanteria leggera, che procedeva in ordine sparso fuori dai ranghi, allo scopo di disturbare con tiri di precisione il nemico.

Ogni divisione di Napoleone muoveva con otto battaglioni, posizionati uno dietro l’altro: una formazione non molto efficace, perché permetteva di sparare unicamente a duecento uomini, quelli della prima fila del primo battaglione.

Tra le fila inglesi, invece, i battaglioni erano collocati uno di fianco all’altro, con due linee di fucilieri: in questo modo i fanti britannici riuscivano a sparare senza problemi, così che sui francesi il fuoco provenisse da più parti.

Sui battaglioni francesi, in effetti, si abbatté una bufera di proiettili (una coppia di soldati, di cui uno situato dietro all’altro, riusciva a far fuoco una volta ogni dieci secondi). Benché la potente artiglieria francese avrebbe avuto la possibilità di causare disagi alle file dei fucilieri di Wellington, lunghe ma sottili, tale evento non si verificò perché i britannici si erano schierati dietro il crinale della collina, così da non poter essere visti dalle batterie avversarie: uscirono allo scoperto unicamente nel momento in cui i francesi si trovarono a un paio di centinaia di metri, a tiro di fucile.

La Battaglia di Waterloo in un dipinto di William Sadler II
La Battaglia di Waterloo in un quadro del pittore irlandese William Sadler II

Le colonne di Napoleone, già falcidiate da perdite alquanto sanguinose, non riuscirono a mantenersi compatte (forse, così facendo sarebbero riuscite comunque a scompaginare le linee inglesi), anche perché composte soprattutto da giovani coscritti privi di esperienza, o da uomini troppi in là con gli anni, e quindi non dotati della necessaria prestanza fisica che sarebbe servita per portare avanti la battaglia in maniera proficua.







Nonostante alcune vittorie di scarso rilievo vicino a una cava di ghiaia, le truppe napoleoniche si fecero prendere dal panico, e subirono la carica della Union Brigade di Ponsonby, cui seguì poco dopo quella della cavalleria di Somerset. Sugli sprovveduti transalpini si avventarono anche gli Scots Greys (denominati così a causa del colore dei loro cavalli), che tuttavia si spinsero più in là di quanto fosse necessario: un eccesso che costò caro e che provocò la morte di almeno metà di loro.

La seconda fase della battaglia di Waterloo

Tra le quattro e le cinque del pomeriggio si verificò il secondo avvenimento che mutò in maniera definitiva le sorti della battaglia: guidati dal maresciallo Ney, 5mila tra corazzieri, cacciatori e lancieri francesi partirono alla carica. Un errore grossolano da parte di Ney, che aveva scambiato un arretramento inglese per un segnale di ritirata: invece, quelli che stavano abbandonando il campo di battaglia erano solo i soldati feriti che venivano raccolti dai carri delle munizioni.

L’assalto scatenato da Ney ebbe, quindi, conseguenze disastrose: e se l’impeto dei primi cavalieri fu accompagnato da una enorme ovazione, quando il resto delle cavallerie francesi si scagliò contro gli inglesi pensando di sferrare l’attacco decisivo, si materializzò la fine.

La Battaglia di Waterloo in un dipinto di Henri Felix Emmanuel Philippoteaux
La Battaglia di Waterloo in un dipinto di Henri Felix Emmanuel Philippoteaux: i corazzieri francesi caricano contro i “quadrati” della fanteria britannica.

Dopo la prima ondata di 5mila cavalieri, fu la volta di altri 10mila, ma gli uomini di Wellington si schierarono in quadrati per respingere gli assalti, in modo tale che la fila più esterna di ciascun quadrato fosse formata da uomini in ginocchio con il calcio del fucile radicato in terra, così da sventrare i cavalli; dalle file più interne si sparava invece contro gli uomini.

Fu proprio grazie a questo posizionamento strategico che la fanteria britannica riuscì a difendersi dalla cavalleria avversaria, anche perché i cavalli istintivamente si rifiutavano di calpestare gli uomini: ciò implicava che i cavalieri non potessero puntare direttamente contro i nemici travolgendoli, e così i francesi erano costretti a galoppare intorno agli inglesi sparando con le pistole.

La Battaglia di Waterloo in un dipinto di Denis Dighton - 1816
La Battaglia di Waterloo in un dipinto di Denis Dighton (1816)

Quando, i cavalli francesi furono ormai allo stremo delle forze, subentrò la cavalleria britannica di Uxbridge, che riconquistò la maggior parte dell’artiglieria che era finita in mani francesi e che i nemici non avevano ancora fatto in tempo a mettere fuori uso. Le possibilità di vittoria di Ney, a questo punto, erano ridotte al lumicino, ma nonostante ciò Napoleone non era ancora fuori gioco: poteva contare, infatti, su una decina di battaglioni di granatieri della Guardia che facevano parte della riserva strategica dell’Armata, e che erano composti da veterani scelti di qualità.

La fine della battaglia

Mentre i tamburi della Guardia venivano fatti rullare, Napoleone e i suoi uomini giunsero a 660 metri dalle linee avversarie, con i fucilieri e gli artiglieri inglesi che li aspettavano, nascosti nei campi di grano.

Lo scontro si concluse con un grido che riecheggiò nell’esercito francese: “La garde recule”, cioè “La guardia arretra”. Mentre l’Armata francese esitò per qualche istante, Wellington lanciò il proprio cappello in aria: un segnale che fu immediatamente percepito da 40mila inglesi, che lasciarono Mont Saint-Jean in direzione della piana dove si trovavano i nemici, la cui formazione venne definitivamente disintegrata.







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Stefano Moraschini

Stefano Moraschini

Stefano Moraschini si occupa di web dal 1999. Legge e scrive su, per, in, tra e fra molti siti, soprattutto i suoi, tra cui questo. Quando non legge e non scrive, nuota, pedala e corre. Oppure assaggia vini, birre e cibi. Fa anche altre cose, ma sono meno interessanti. Puoi metterti in contatto con lui su Google+, Twitter, Facebook e Instagram.

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