Macchia nera I (Black Spot), opera di Kandinsky del 1912

Print Friendly, PDF & Email

Tra le opere di Wassily Kandinsky, c’è Macchia nera I (Black Spot), realizzata nel 1912. Si tratta di un olio su tela, di centimetri 100×130, custodito presso il Museo di Stato Russo – San Pietroburgo. È un’opera in cui l’artista ha quasi del tutto abbandonato gli elementi figurativi, dove rimane solo qualche accenno, riconoscibile in basso a sinistra, a edifici e alberi.

Macchia nera I - Black Spot - Kandinsky - 1912
Macchia nera I (Black Spot) • Wassily Kandinsky, 1912

L’arte è un linguaggio grazie al quale si parla dell’anima in una forma che è accessibile e propria soltanto a questo linguaggio stesso, su cose che sono per l’anima il pane sostanziale e che quest’anima può ricevere soltanto in tale forma. – Sono le parole con cui Kandinsky descrive l’arte.

Macchia nera I (Black Spot) : i colori

Il tema centrale della pittura astratta diventa la “contrapposizione di forme e colori”. L’artista afferma appunto che

…se una forma è inadatta a un colore, non siamo di fronte a una ‘disarmonia’, ma a una nuova possibilità, cioè a una nuova armonia.

I colori che predominano sulla tela del pittore sono: il bianco, l’azzurro e il nero. Il bianco serve a dare quella sensazione di silenzio assoluto. Mentre l’azzurro conferisce quella sensazione di quiete, per sprofondare poi nel nero, come si vede nella forma ad arco, “risonanza di lutto non umano”. Nero è il colore dominante, e da esso prende il nome l’intera opera di Kandinsky.

Viene utilizzato il colore nero con l’intento di conferire una sensazione di tristezza, tragicità. Nero che provoca all’artista una sensazione di angoscia ogni volta che deve usarlo sulle sue tele. Come racconta Nina, la sua seconda moglie:

Fino alla più tarda vecchiaia, Kandinsky ha sempre provato una vera e propria angoscia interiore al momento di mettere del nero sulla tela.

L’astrazione

Soprannominato “uno dei più grandi rivoluzionari della visione” e anche “un grande Principe dello Spirito”, l’artista è insieme mistico e scienziato. Ama l’arte libera, rende visibile l’invisibile. È Kandinsky il primo pittore astratto. L’astrazione è un’arte senza oggetti: astrarre viene dal latino «ab-s-trahere» cioè «tirare via». Protagonisti della tela diventano linee e colori che non rappresentano immagini tratte dal mondo esterno.







È lo stesso Kandinsky a spiegare il problema dell’astrazione nel saggio del 1911 dal titolo “La spiritualità nell’arte”, dove spiega esattamente, esaminandolo, il rapporto tra la spiritualità e le manifestazioni artistiche. Nell’introduzione del saggio, Kandinsky scrive:

Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti. Analogamente, ogni periodo culturale esprime una sua arte, che non si ripeterà mai più. Lo sforzo di ridar vita a principi estetici del passato può creare al massimo opere d’arte che sembrano bambini morti. Noi non possiamo, ad esempio, avere la sensibilità e la vita interiore degli antichi greci.

E ancora:

…c’è però, necessariamente, un’altra somiglianza tra le forme artistiche. La somiglianza delle aspirazioni interiori e degli ideali…

I colori e la musica per Kandinsky

A proposito dell’interiorità per l’artista il movimento del colore è una vibrazione che tocca appunto le corde dell’interiorità. Da qui descrive i colori secondo emozioni e sensazioni e li paragona agli strumenti musicali. Per esempio, il giallo è il colore della follia vitale, paragonato al suono di una tromba.

L’azzurro è paragonato al suono di un flauto. Mentre il rosso, colore che trasmette vitalità, caldo, vivace e irrequieto, è energia: lo paragona al suono di una tuba. L’arancione è il colore dell’energia, del movimento, paragonabile al suono di una campana. Il verde è un colore noioso, è una quiete appagata. Lo assimila al suono di un violino. Il viola al corno inglese, alla zampogna, è un colore instabile. E ancora: il blu è associato al suono del violoncello, il bianco è invece un muro di silenzio assoluto, rappresenta la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale, preludio di altri suoni. Poi c’è il nero – protagonista del quadro in esame: Macchia nera I (Black Spot) – che è mancanza di luce, il non-colore, spento. È il silenzio di morte, la pausa finale dell’esecuzione musicale. Ma esso serve a fare risaltare qualsiasi colore.

Così, lentamente molte arti si avviano a dire quello che hanno da dire, con i loro mezzi specifici. E nonostante questa separazione, o grazie ad essa, le arti non sono state mai tanto unite come in quest’ultima fase della svolta spirituale. In tutte si avverte la tendenza all’antinaturalismo, all’astrazione e all’interiorità.

Così scrive nel capitolo IV intitolato “La piramide”, citando la celebre frase di Socrate: “Conosci te stesso!”. Per concludere, un’ultima frase del celebre artista russo:

Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita.







Aiutaci. Se ti è stato utile, segnala questo articolo

Print Friendly, PDF & Email
Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il “Giornale di Sicilia” e con “La Repubblica” e, attualmente, scrive articoli per il giornale “L’ora” e per questo sito, cura l’ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell’associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

L'articolo è interessante?
Lascia un commento per favore. La tua opinione è importante