imprenditori Archivi - Cultura Canale del sito Biografieonline.it Sun, 23 Oct 2022 09:44:13 +0000 it-IT hourly 1 Storia della Red Bull https://cultura.biografieonline.it/storia-della-red-bull/ https://cultura.biografieonline.it/storia-della-red-bull/#comments Sun, 23 Oct 2022 09:05:45 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=2943 La Red Bull viene fondata da Dietrich Mateschitz nel 1984, ma in realtà la sua storia prende il via molto tempo prima. Laureato in economia a Vienna alla Hochschule fur Welthandal, Mateschitz, prima di dare origine alla Red Bull, può vantare un curriculum piuttosto modesto, come direttore marketing di Blendax, azienda tedesca del settore cosmetico.

Dietrich Mateschitz
Dietrich Mateschitz

Dietrich Mateschitz

Il business dell’energy drink più famoso del mondo nasce, in effetti, quasi casualmente: Mateschitz, durante un viaggio di lavoro, giunge a Bangkok, capitale della Thailandia, e qui, per risollevarsi dal fuso orario, beve la cosiddetta Krating Daeng, una bibita locale rigenerante il cui nome significa più o meno “bufalo rosso d’acqua”.

Il logo Red Bull
Il logo Red Bull

Si tratta di una bevanda alquanto popolare nel continente asiatico, a base di Lipovitan, che incontra un notevole successo soprattutto tra i contadini e i camionisti, che grazie a essa riescono a contrastare la stanchezza e a lavorare anche di notte.

La nascita della Red Bull

Mateschitz scopre che a produrre la Trating Daeng è un’azienda giapponese partner della Blendax, e così, propone all’azienda nipponica di lavorare insieme: la ricetta delle bevanda, quindi, viene modificata e resa più conforme ai gusti occidentali, aggiungendo dell’anidride carbonica. Vengono cambiati anche il nome e il packaging: nasce ufficialmente la Red Bull (in italiano, “toro rosso”).

Gli inizi non sono dei più semplici, anche perché le autorità austriache impongono test severi prima di concedere la licenza che permette l’importazione della bevanda in Europa. Non sono in pochi, infatti, a ritenere la Red Bull simile a una droga in grado di suscitare dipendenza, soprattutto a causa della taurina: si tratta di un aminoacido che stimola il sistema nervoso, la circolazione del sangue e il metabolismo.

Una volta ricevuta l’autorizzazione, comunque, Mateschitz può dedicarsi alle vendite. Vendite che, tuttavia, nei primi anni sono piuttosto modeste: i consumatori non apprezzano il gusto dolciastro della bibita, mentre le analisi di marketing sono decisamente scoraggianti.

La rivoluzione della lattina

Il primo anno si conclude con un milione di lattine vendute, e con un deficit equivalente a circa 830mila euro: numeri non proprio facili da digerire. Mateschitz, tuttavia, vuole insistere sulla creatura, e idea una nuova strategia di marketing, forse una delle più rivoluzionarie nella storia dell’economia mondiale. L’azienda austriaca, infatti, mette in vendita la bevanda in lattine in alluminio, “sleek cans”, slanciate verso l’alto, dal disegno poco complicato ma di sicuro impatto.

Una lattina "sleek can" di Red Bull
Una lattina “sleek can” di Red Bull

Il logo è costituito da due tori rossi opposti al sole, situato su quattro parallelogrammi argento e blu affiancati e sovrapposti. Anche la storia del logo, peraltro, è stata contrastata: l’imprenditore austriaco, infatti, ha rifiutato più di cinquanta proposte prima di scegliere il design definitivo, accompagnato dallo slogan “Red Bull ti mette le ali” conosciuto da tutti ancora oggi.

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Ballo, sport, movimento, energia

Discotecari e ragazzi imparano ad apprezzare la bevanda, diffusa soprattutto tra gli sportivi – per il suo potere rivitalizzante – e tra i giovani, che la mischiano all’alcol in improbabili cocktail. Con il passare dei mesi tutti i consumatori imparano a conoscere il design della lattina, proprio come avvenuto decenni prima per la Coca-Cola: e non è un caso che qualche anno dopo proprio Coca-Cola deciderà di passare alle “sleek cans”, abbandonando parzialmente le lattine più basse.

Nel giro di poco tempo, la Red Bull, bevanda dallo strano sapore e dal colore non invitante, diventa un fenomeno planetario, diffondendosi dapprima in Austria e in Ungheria, e poi in Gran Bretagna. In Germania, addirittura, i produttori non sono in grado di soddisfare tutte le richieste, con un milione di lattine vendute ogni giorno.

Nel giro di poco più di un decennio Red Bull praticamente conquista l’Europa, e nella seconda metà degli anni Novanta si appresta a espandersi nel resto del mondo. L’unico ostacolo sembra provenire dalla Francia, che vieta momentaneamente la vendita della bevanda a causa della presenza di taurina e di quantitativi di caffeina equivalenti a dodici tazze di caffè Ma anche Parigi, alla fine, si arrende allo strapotere di Red Bull.

La Formula 1

Il marchio di Mateschitz, quindi, si espande e, grazie alla sua riconoscibilità, viene sempre più spesso associato allo sport: non è un caso che Red Bull entri in Formula 1. Red Bull acquista il team Jaguar Racing, in decadenza, facendolo diventare uno dei più vincenti di sempre. Da Gian Carlo Minardi poi rileva la scuderia italiana di Faenza per farne una sorta di palestra per i futuri campioni: da lì sono escono Sebastian Vettel e Max Verstappen.

La Formula 1 dà alla Red Bull la consacrazione definitiva a livello di immagine e di posizionamento di mercato. Vince quattro titoli mondiali di fila, dal 2010 al 2014.

Sebastian Vettel, campione con la Red Bull
Sebastian Vettel, campione con la Red Bull

Arriva poi anche nel calcio, con le sponsorizzazioni dei New York’s Red Bulls, del Red Bull Brasil, del Red Bull Salisburgo e del Red Bull Leipzig.

Contemporaneamente al successo, si sviluppa, naturalmente, l’invidia dei competitor, e con essa fioriscono le leggende metropolitane: per esempio, si dice che la taurina venga direttamente estratta dai testicoli di toro, o che la bevanda provochi gravi danni alla salute. In realtà Mateschitz gioca e si avvantaggia di queste dicerie, e rende sempre più solido il marchio Red Bull: il fatturato del 2010 arriva a tre miliardi di euro, grazie a qualcosa come quattro miliardi di lattine vendute in tutto il mondo.

L’austriaco Dietrich Mateschitz si è spento il 22 ottobre 2022 all’età di 78 anni. Secondo la rivista Forbes, nel 2021 è stato la 56ª persona più ricca al mondo: il suo patrimonio era stimato in 25 miliardi di dollari.

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Intervista a Gianluca Mantovani, importante imprenditore nel settore socio sanitario https://cultura.biografieonline.it/gianluca-mantovani-intervista/ https://cultura.biografieonline.it/gianluca-mantovani-intervista/#respond Mon, 02 Mar 2020 12:36:57 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=27957 Imprenditore di origini ferraresi, Gianluca Mantovani ha dato vita e sviluppato centri nell’ambito del settore socio sanitario, capaci di creare lavoro per oltre un migliaio di dipendenti. Nell’intervista che segue scopriamo un po’ di più sul suo percorso imprenditoriale, la sua filosofia e il valore che ha portato in tanti anni di lavoro nel settore della sanità.

Gianluca Mantovani
Gianluca Mantovani

Come è iniziata la sua attività nella sanità?
GM: Nasco in una Casa di Cura privata di proprietà della mia famiglia nel 1963. Non me ne sono più andato. L’inizio di una carriera imprenditoriale che mi ha portato fuori dai confini della mia città natia, realizzando strutture sanitarie e sociosanitarie.

Quali sono stati gli ostacoli e le difficoltà più grandi che ha dovuto affrontare nel suo percorso professionale?

GM: Ho iniziato a lavorare molto giovane e concluso gli studi universitari vivendo i problemi aziendali ogni giorno. La realtà scolastica è profondamente diversa da quella lavorativa. Ho imparato sul campo a fare da solo dopo aver perso mio padre a 32 anni e non ho avuto più nessuno con cui condividere le problematiche di tutti i giorni. Sono cresciuto in un’epoca in cui ancora non esistevano i computer. Internet ha accelerato gli scambi relazionali, ma ha anche creato situazioni di confusione nelle persone. Fare l’imprenditore vuol dire sentirsi spesso soli e per questo è importante avvalersi di bravi collaboratori.

Oggi la sanità pubblica è costantemente in rosso ed i servizi sempre più carenti. Qual è stato il suo segreto per vincere la sfida con il sistema pubblico?

GM: Il modo di fare sanità nel privato è profondamente cambiato nel tempo. Oggi sono presenti le tecnologie più evolute e con i nuovi sistemi di accreditamento la qualità viene garantita da procedure di controllo molto severe. Vedo indispensabile una crescita dimensionale che porti i gruppi aziendali a dimensioni economiche tali da permettere gli investimenti necessari per seguire gli aggiornamenti strutturali e tecnologici.

Come sarebbe possibile a suo avviso migliorare oggi questo sistema Sanitario Italiano?

GM: La sanità privata fornisce più del 30% delle prestazioni necessarie con un impegno di spesa che non arriva al 10%. Va da sé quale potrebbe essere il risparmio su base 100. Sono convinto che non si spenda troppo in sanità rispetto agli altri paesi. Il nostro problema è che spendiamo male. Il divario tra Nord e Sud è ancora troppo evidente. I bilanci sociali delle Casa di Cure dimostrano che i finanziamenti ricevuti sono notevolmente inferiori ai ritorni che lo stato riceve nelle varie forme di imposte e contributi da parte delle società, dei professionisti che vi lavorano e di tutti i dipendenti a rapporto di impiego.

Si parla spesso di fuga di cervelli dall’Italia verso il mondo. Eppure moltissima eccellenza viene prodotta nelle nostre università. Il sistema sanitario privato potrebbe essere un mezzo per trattenere e valorizzare queste figure professionali?

GM: Il blocco delle assunzioni del settore pubblico, finalizzato ai risparmi, sta portando il sistema al collasso. Ripeto che il tema non è quanto spendiamo, ma come lo spendiamo, e ridurre i finanziamenti porterà gravi disagi sociali. La crisi economica perdurante non aiuta le famiglie a pagarsi da sole i servizi che lo stato disattende. Bisognerà trovare un equilibrio che salvaguardi il nostro sistema sanitario pubblico e privato che è certamente fra i migliori al mondo.

Qual è la frase che meglio la contraddistingue?
GM: Come dice Socrate, nonostante la volontà e la determinazione nel raggiungere gli obiettivi: io so di non sapere.

Un’ultima domanda. Ferrara è la città che l’ha vista nascere sotto tutti i punti di vista. Che pensiero le dedicherebbe?

GM: Una bellissima città che non ha saputo però inserirsi in un contesto più internazionale, mantenendo la propria economia basata sul sistema agricolo e non sull’industria. Le aziende del settore terziario di servizi sono prevalenti.

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Monopoli: storia del gioco. Curiosità, versioni e trucchi per vincere https://cultura.biografieonline.it/monopoli-gioco-storia/ https://cultura.biografieonline.it/monopoli-gioco-storia/#comments Mon, 25 Nov 2019 08:53:35 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=27617 In Italia è conosciuto come Monopoli: dal 2009 ha assunto il nome internazionale, Monopoly

Il più famoso gioco di società del mondo, il Monopoli, nasce nel secolo XIX. Tutti, almeno una volta nella vita, si sono cimentati in questo gioco, calandosi nel ruolo di ricchi imprenditori immobiliari, spregiudicati acquirenti e venditori di case.

La mascotte Rich Uncle Pennybags sulla scatola del Monopoly
Rich Uncle Pennybags: l’uomo coi baffi campeggia su ogni scatola del Monopoly. E’ il personaggio-mascotte del gioco: fu disegnato dall’artista Dan Fox; apparve per la prima volta nell’edizione USA del 1936.

La nascita del Monopoly (questo il nome inglese originale – che significa monopolio)avviene presumibilmente nel 1935. Il suo inventore fu un tecnico di Philadelphia, Charles Darrow. Questi, dopo aver apportato alcune modifiche al prototipo di gioco originario, propose la versione alla fabbrica di giocattoli Parker Brothers.

Il primo modello del gioco risale al 1903 e viene attribuito alla scrittrice statunitense Elizabeth Magie. L’autrice sosteneva la teoria economica e filosofica di Henry George (che si diffuse con il nome di “georgismo”). Egli partiva dal presupposto che ognuno può appropriarsi del frutto del proprio lavoro, mentre tutto ciò che si trova in natura è di patrimonio comune dell’intera umanità.

Le teorie di George erano chiaramente in contrapposizione all’acquisizione della proprietà privata della terra. Magie volle chiaramente realizzare un prototipo di gioco in grado di divulgare i principi di tale teoria a fini didattici.

Dal The Landlord’s Game al Monopoli dei giorni nostri

Inizialmente il nome del gioco oggi conosciuto come Monopoly fu “The Landlord’s Game” (Gioco dei proprietari terrieri) ed era simile al Monopoli attuale: c’erano dadi da lanciare, 40 caselle, tasse da pagare. Si permetteva ai giocatori di versare l’affitto in un fondo comune, lanciando così un messaggio sfavorevole all’accumulo di proprietà, e quindi anti-monopolistico.

Il gioco si diffuse negli Stati Uniti d’America. Ben presto la finalità antimonopolistica venne meno, tanto che fu chiamato “Auction Monopoly” (Monopolio all’asta).

Gioco del Monopoli in italiano con i soldi in Lire
Il gioco del Monopoli in italiano con i soldi in Lire

In Italia

Nel nostro Paese il gioco è stato messo in commercio con il nome “Monopoli” e non con quello inglese “Monopoly”: per quale motivo? La spiegazione è semplice visto che in Italia il gioco è stato prodotto a partire dal 1935. In quell’anno, in pieno regime fascista, la legge proibiva di utilizzare termini inglesi.

Così il termine è stato italianizzato ed è stato introdotto l’accento sulla “o” con lo scopo di discostarsi dal concetto di monopolio. Questo fino al 2009, quando anche in Italia il nome commerciale è diventato Monopoly.

E’ il più venduto gioco da tavola al mondo, giocato in 111 Paesi e tradotto in 44 lingue; prende il nome proprio dal sistema economico del monopolio e ha come scopo finale quello di concentrare il controllo assoluto del mercato immobiliare nelle mani di un solo imprenditore, appunto il supermonopolista.

monopoli monopoly soldi money
Tabellone del Monopoli con i tipici soldi, una pedina e le carte arancioni degli Imprevisti

Qualche curiosità sul Monopoli

ll tabellone del gioco di Darrow prende a modello Atlantic City (negli USA), e i suo caratteristico Boardwalk: una passeggiata di circa 5 km pavimentata con lunghi listoni di legno.

In media una singola partita dura circa un’ora e mezza. Forse non tutti sanno che alcuni giocatori sono stati impegnati in una partita al Monopoly per 70 giorni!

Di recente è stato creato il Monopoly edizione Monopoli, con i nomi delle strade e dei vicoli di Monopoli, il suggestivo paese turistico in provincia di Bari. Il creatore di questa speciale edizione del gioco di società è un giocattolaio del posto che dopo aver contattato la Winnining Moves su Licenza Hasbro ha lanciato il classico gioco di società riportando sul tabellone i tipici luoghi della cittadina pugliese.

Del Monopoly esistono anche versioni moderne: app su smartphone, videogiochi, versione tascabile e magnetica, tematiche (sulla pizza, Fortnite, Jurassic Park), celebrative (nascita dell’Euro, Ferrari, 150 anni dell’Unità d’Italia) e dedicate ad alcune città in particolare. Ci sono anche versioni senza banconote, dove si usano valute elettroniche e carte di credito. Insomma, ce n’è per tutti i gusti! Le versioni più recenti si trovano sul sito ufficiale in italiano.

Infine una curiosità etimologica: i soldi del Monopoly sono legati al modo di dire “a iosa”. Scopri perché nell’articolo.

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Storia della Maserati https://cultura.biografieonline.it/maserati-storia/ https://cultura.biografieonline.it/maserati-storia/#comments Sat, 19 Oct 2013 10:52:43 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=8009 La gloriosa tradizione italiana (e, in particolare, emiliana) nel settore delle auto di lusso e da competizione conta ormai un secolo di vita. Essa affonda le proprie radici nel lontano 1914: quando Enzo Ferrari ha appena 16 anni e Ferruccio Lamborghini non è ancora nato, Alfieri Maserati, già collaudatore della Isotta Fraschini – altra prestigiosissima casa automobilistica italiana che, però, è rappresentativa di una fase, diremmo, più arcaica – fonda a Bologna la “Società Anonima Officine Alfieri Maserati”.

Il logo della Maserati
Maserati: il famoso logo

Carlo Maserati

Iniziatore della tradizione di famiglia nel mondo dei motori è Carlo Maserati. E’ nato nel 1887, quartogenito dei sette figli di Rodolfo Maserati, macchinista nelle Ferrovie, e Carolina Losi, entrambi di Voghera.

Ideatore di un motore per biciclette, gareggia egli stesso su velocipedi della fabbrica Carcano, dove lavora come tecnico, registrando importanti successi. Passa poi alla Fiat e, nel 1903, alla Isotta Fraschini – come collaudatore ed esperto di meccanica. Chiama con sé, poco dopo, suo fratello Alfieri. La sua carriera agonistica prosegue con la Bianchi, per poi assumere la direzione generale della torinese Junior. Fino ad avviare una propria attività di produzione di parti elettriche per auto. La sua vita, però, si interrompe prematuramente nel 1916, ad appena 29 anni.

Alfieri Maserati

Alfieri, intanto, che nella Isotta Fraschini ha seguito le orme di Carlo, come tecnico e corridore, facendosi apprezzare per le sue doti fino ad assurgere a ruoli dirigenziali, nel 1914 – proprio come il fratello – dà vita, nel capoluogo emiliano, alla sua società, coinvolgendo altresì alcuni degli altri suoi fratelli. Le “Officine Maserati” lavorano inizialmente per le vetture della Isotta Fraschini, a bordo delle quali Alfieri vince diverse corse.

Il prestigio e la notorietà acquisiti destano l’interesse dei fratelli Diatto, anch’essi produttori torinesi di auto sportive di alto segmento. Essi lo chiamano a progettare e pilotare le loro vetture. Anche qui Alfieri si distingue per abilità e competenza. Un incidente di percorso (partecipa ad una gara con un motore non regolamentare), gli costa però cinque anni di squalifica.

La penalizzazione, che porta con sé un pesante fardello di mortificazione e frustrazione, si rivela invece provvidenziale. Gli offre un lungo periodo di riflessione alla fine del quale Alfieri si ritrova con idee molto chiare per il suo futuro. Le “Officine Maserati” produrranno auto proprie sotto il simbolo del Tridente. Il marchio viene scelto pensando alla fontana di piazza Nettuno, a Bologna, raffigurante l’omonimo dio delle acque.

Il simbolo del tridente Maserati
Maserati: il simbolo del tridente

Nasce il mito “Maserati”

La prima auto nasce nel 1925, ed è subito un trionfo. Pilotata dallo stesso Alfieri, la “Tipo 26” si aggiudica la spericolata “Targa Florio”. Due anni dopo la “Tipo 26B” vince il Campionato Internazionale Marche. Nel 1929 viene stabilito il record mondiale di velocità con la “V4”. Il Tridente della Maserati ha ormai conquistato i cuori degli sportivi e degli appassionati di auto in tutto il mondo. La “V4” vince anche il GP di Tripoli, nel 1930.

Oramai lanciata nel blasonato e lussuoso firmamento dell’automobilismo sportivo, Alfieri progetta e realizza altri due bolidi, la “4CTR” e la “8C 2500”, prima del 1932, anno in cui, in seguito ad un tragico incidente stradale, si spegne anch’egli, il 3 di marzo, all’età di 47 anni.

Ma i fratelli Ernesto, Ettore e Bindo, animati dalla stessa carica di determinazione e di entusiasmo, caratteristiche di famiglia, non si lasciano scoraggiare. Dopo un primo momento di ovvio dolore e disorientamento, prendono in mano le redini della casa automobilistica decisi a perpetuarne lo stile, la tecnologia ed il successo.

Nel 1933 arruolano il pilota Tazio Nuvolari, che vince ben tre GP, in Belgio, in Montenero e a Nizza. Seguono ancora due vittorie, nel 1939 e 1940, ad Indianapolis, prima della pausa forzata a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L’Italia dei motori

Gli anni successivi alla guerra vedono l’Italia primeggiare, a livello mondiale, nel campo delle automobili: su strada o su pista, l’industria italiana propone vere perle di eleganza, efficienza, potenza, dalle “Lancia” alle “Alfa Romeo” (la casa vincitrice del primo GP di Formula 1), dalle “Ferrari” (che vincono il secondo GP e si aggiudicano poi una serie innumerevole di vittorie in F1 e in altre competizioni) alle “Lamborghini”, e con nomi altisonanti nel settore del desing: l’argentino De Tomaso, che in Italia avvia e sviluppa la sua brillante carriera; le carrozzerie Pinin Farina e Bertone, la Italdesign di Giorgetto Giugiaro.

In tutto questo la Maserati, che nel 1937 era stata ceduta ad Adolfo Orsi – l’imprenditore bolognese che avrà un ruolo determinante nella decisione di Enzo Ferrari di dedicarsi alla produzione di auto – conserva una posizione di primissimo piano. I vecchi proprietari, che sono rimasti nell’azienda come curatori del settore tecnico, continuano a dare il proprio prezioso contributo.

Grazie anche a piloti formidabili come Fangio, Gonzalez, Marimon, Bonetto, de Graffenried, la Squadra Corse Maserati consegue una lunga serie di successi, fra i quali il Gran Premio di Modena del 1951, il GP d’Italia del 1953, il GP di Argentina del 1954, fino al titolo iridato in F1, nel campionato 1957.

L’addio alle competizioni

Grande deve essere stata la frustrazione per la dirigenza della casa bolognese (da qualche anno trasferitasi a Modena) quando, subito dopo aver conseguito il titolo più ambito, si vede costretta ad annunciare il ritiro dalle competizioni per i costi ormai divenuti insostenibili. Pur continuando a progettare e costruire eccellenti motori per altri marchi – in particolare per la Cooper – la Maserati punta ormai alla produzione di auto sportive di gran lusso e di grande successo.

Gli anni delle trepidazioni

Con i modelli “3500 GT”, “Sebring”, “Mistral” fino alla “Quattroporte”, prima berlina di alta classe, seguita dalla leggendaria “Ghibli”, e grazie allo stile unico, alla efficienza ed alla potenza, Maserati si afferma sul mercato internazionale inserendosi a pieno titolo fra le case di più alto prestigio.

Nonostante ciò, alla fine degli anni ‘60 inizia un periodo turbolento che la vede passare di mano in mano. Nel 1968 la famiglia Orsi cede l’industria alla Citroen. Nel 1975 la proprietà passa alla Benelli fino al 1993, quando viene acquisita da FIAT Auto. Fra il 1997 ed il 1999 passa alla Ferrari per tornare alla FIAT nel 2005.

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Tanto scombussolamento, che farebbe pensare ad una crisi continua ed irreversibile, non influisce invece sulle capacità del Tridente di continuare a dare il meglio di sé: con la Citroen sforna la “Merak”, la “Khamsin”, i prototipi della “Quattroporte II”, carrozzata da Bertone, e la “Merak SS”, tutte auto di eccezionale livello le cui vendite sono frustrate soltanto dalla crisi petrolifera degli anni ’70. Con la Benelli, che ne ha affidato l’amministrazione a De Tomaso, vengono prodotte la “Kyalami” e la “Quattroporte III”, disegnata da Giugiaro, grazie alle quali le vendite riprendono a salire, nonostante la crisi. Segue la Biturbo che riscontra una tale affermazione da indurre la casa a produrne alcune decine di versioni. Anche la “Quattroporte” messa in cantiere da FIAT Auto e disegnata da Marcello Gandini ottiene grande riscontro sul mercato.

Maserati oggi

Gli anni Duemila si aprono all’insegna dell’ottimismo, in un crescendo continuo le cui tappe sono segnate dalla “3200GT”, a firma Giugiaro, e dalla “Quattroporte Evoluzione”, in produzione già dal 1998. Seguono la “Spyder” e la “Coupé”, veri gioielli di ricercatezza e tecnologia. Ma la vera spinta per il rilancio viene dalla nuova versione della “Quattroporte”. Essa si afferma sui mercati internazionali collocandosi fra le berline più premiate ed apprezzate.

Una foto della Maserati Gran Cabrio 2007
Maserati Gran Cabrio

Con il ritorno alla FIAT, nel 2005, la Maserati raggiunge l’apice del successo. Dopo le buone performance di vari nuovi modelli, il varo della “GT” rappresenta, nel 2007, una vera esplosione di consenso ed entusiasmo intorno al simbolo del Tridente, il quale viene ormai affiancato ai più prestigiosi ed esclusivi marchi automobilistici internazionali.

Con il lancio della “Gran Cabrio”, nel 2007, la casa di Modena scrive un’altra memorabile pagina nella storia dell’automobilismo sportivo e di lusso. Conferma ed ulteriormente accresce la propria fama. Ma questi sono anche gli anni del ritorno alle competizioni – pur se non nelle gare di massimo livello. Si conquistano nuovi trofei, tra i quali ben 12 nei Campionati Mondiali FIA GT.

Maserati Coupè
Maserati Coupé

Il Museo delle Maserati

Delle 40 automobili che compongono la collezione di auto storiche della famiglia Panini, a Modena, ben 23 recano il marchio Maserati. In un excursus storico davvero emozionante che, prendendo le mosse dal 1936, con la “Tipo 6 CM”, attraversa i decenni con i modelli di maggior prestigio. Come la “Tipo A6GCS Berlinetta Pinin Farina”, del 1953. La “A6G/54”, costruita nel 1954 e carrozzata da Alemanno. La “3500 GT Carrozzeria Touring”, del 1957. La “420M/58 Eldorado”, costruita in un solo esemplare per la 500 Miglia di Monza del 1958. Dino alla “Khamsin”, a firma Bertone, del 1972. Oltre ad alcuni prototipi rimasti tali perché non ne fu mai avviata la produzione.

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