Seconda Guerra Mondiale Archivi - Cultura https://cultura.biografieonline.it/argomento/storia/seconda-guerra-mondiale/ Canale del sito Biografieonline.it Wed, 13 Sep 2023 07:53:38 +0000 it-IT hourly 1 Bismarck, nave da battaglia: storia e riassunto https://cultura.biografieonline.it/bismarck-nave-da-battaglia/ https://cultura.biografieonline.it/bismarck-nave-da-battaglia/#respond Thu, 25 May 2023 13:49:00 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=34841 La Bismarck fu la nave più famosa della Kriegsmarine – la marina militare tedesca – di tutta la seconda guerra mondiale. Si trattava di una modernissima nave da battaglia (termine spesso considerato equivalente a corazzata), varata nel 1939 ed entrata in servizio nell’agosto del 1940. Dislocava 41.700 tonnellate e l’armamento principale era costituito da 8 cannoni da 380 mm, superiori ai 356 mm imbarcati dalle più recenti navi da battaglia inglesi.

Scopriamo di seguito le vicende che coinvolsero questa storica nave, che deve il suo nome di battesimo in onore del cancelliere Otto von Bismarck (1815-1898).

Bismarck nave da battaglia
La Bismarck fu una celebre nave da battaglia tedesca della Seconda Guerra Mondiale

La situazione nel 1941

Per proseguire la guerra, la Gran Bretagna dipendeva totalmente dalle importazioni. Era quindi vitale che riuscisse a mantenere aperto ininterrottamente il flusso di traffico mercantile in approdo e in partenza alle e dalle isole del Regno Unito. La situazione tattica era però precaria: con l’annessione di Francia e Norvegia, la Kriegsmarine disponeva di basi localizzate in posizioni quasi ottimali per recidere il cordone vitale delle importazioni britanniche.

Per il contrasto l’Ammiragliato poteva schierare molte imbarcazioni (cacciatorpediniere, e successivamente corvette e fregate), aerei da ricognizione e combattimento, e piccoli natanti come pescherecci trasformati, da adibire a compiti di scorta dei convogli e di pattugliamento delle rotte di approccio ai porti della madrepatria.

L’obiettivo era la lotta ai sommergibili, i ben noti U-Boot, che si prevedeva avrebbero tentato di contrastare il traffico mercantile Alleato. I tedeschi però ritenevano di poter ottenere buoni risultati utilizzando in questo ruolo anche le navi di superficie che avrebbero costretto la Royal Navy – la marina inglese – a disperdere le sue risorse nelle vastità degli oceani; ciò per far fronte a una minaccia che poteva apparire in un punto, colpire e poi sparire per fare la sua ricomparsa in acque distanti e dopo settimane.

A questa funzione erano adibiti i cosiddetti corsari, navi mercantili veloci e dotate di adeguato armamento cannoniero. Tuttavia, sia pure sporadicamente, vennero impiegate anche le principali unità della Kriegsmarine, in modo particolare le corazzate tascabili e i due incrociatori da battaglia Gneisenau e Scharnhorst, oltre agli incrociatori pesanti Prinz Eugen e Admiral Hipper.

Nella primavera del 1941 anche la Bismarck era pronta a salpare per attaccare i convogli britannici.

La nave da battaglia Bismarck e la sua unica fatale missione

Il 18 maggio 1941 una piccola squadra navale salpava da Gotenhaven, l’attuale Gdynia, al comando dell’ammiraglio Lütjens. La componevano la Bismarck e l’incrociatore Prinz Eugen la cui missione consisteva nell’eseguire un raid nell’Atlantico causando il massimo danno possibile, per poi rientrare nel grande porto francese di Brest, unirsi alle unità tedesche già stanziatevi e costituire una minaccia ancora più terribile per il nemico con la loro semplice presenza (concetto di fleet in being, flotta in potenza).

Gli Inglesi erano preavvertiti della missione, sia dalle intercettazioni radio della celeberrima organizzazione Ultra, sia da avvistamenti dei ricognitori che identificarono la Bismarck all’ancora nel fiordo di Bergen (Norvegia) il 21 maggio. Questa crociera rappresentava una minaccia gravissima: due navi così potenti avrebbero potuto compiere un’autentica strage di mercantili e uomini se avessero potuto attaccare un convoglio atlantico; ciò considerato che le scorte utilizzate all’epoca raramente impiegavano navi di dimensioni superiori al cacciatorpediniere.

La nave Bismarck fotografata in porto
Storica foto della Bismarck fotografata in porto

Per contrastarla, furono poste sotto il comando della Home Fleet – la squadra della Royal Navy che aveva il compito di proteggere le acque territoriali – tutte le unità disponibili. Mentre altre vennero fatte affluire dalle rispettive zone di pattugliamento nell’Atlantico e a Gibilterra.

Nel Canale di Danimarca, il braccio di mare compreso tra Islanda e Groenlandia, vennero inviati gli incrociatori Norfolk e Suffolk, dotati di radar. Fu proprio il radar di quest’ultimo che segnalò la presenza del nemico, la sera del 23 maggio, all’imbocco del Canale di Danimarca.

La squadra di Lütjens era infatti salpata da Bergen la mezzanotte precedente e, a sua volta, rilevò con il radar gli incrociatori della Royal Navy.

Il momento del trionfo: l’affondamento della Hood

Le due unità della Royal Navy continuarono a seguire il nemico, tra occasionali scambi di cannone, con l’intento di continuare a segnalarne la posizione per facilitare l’intercettazione da parte della Home Fleet che accorreva da sud. L’incontro che ne seguì però fu tutt’altro che fortunato per gli Inglesi: i mostruosi cannoni della Bismarck inquadrarono ben presto l’incrociatore da battaglia HMS Hood, pesantemente armato ma dotato di corazza relativamente leggera.

Colpita da una salva sparata a 14.000 metri di distanza, la Hood esplose letteralmente e affondò in soli 4 minuti.

I superstiti furono solo tre a fronte della perdita di 1.416 marinai!

Fu poi la Prince of Wales ad essere presa di mira e  ricevere a bordo alcuni colpi che causarono gravi danni e l’uccisione o il ferimento di tutti gli ufficiali, eccettuato il comandante. L’ammiraglio Wake Walker, che aveva assunto il comando, ritenne opportuno interrompere il contatto e consentire alla Bismarck di allontanarsi.

Quest’ultima aveva patito danni leggeri ma nel suo scafo si era prodotta una falla dalla quale fuoriusciva nafta: sarà proprio questo uno dei fattori che determineranno il fato della corazzata tedesca.

La caccia e la fine della Bismarck

L’affondamento della Hood destò scalpore nel Regno Unito. Non poteva restare invendicato e così la Royal Navy chiamò a raccolta tutte le forze per riprendere contatto con il nemico. Ci riuscì intercettando il traffico radio con il quale Lütjens informava Berlino dell’esito dello scontro di superficie, ricevendone l’ordine di lasciare libero di procedere il Prinz Eugen – che arriverà indenne a Brest il 1° giugno – e di continuare la missione.

Fu proprio la perdita di nafta e la conseguente scarsità di combustibile a spingere però Lütjens a far rotta per sud-est, verso il porto bretone. Nella notte del 25 giugno però, venne attaccato da 9 vecchi biplani Swordfish, decollati dal ponte di volo della portaerei Victorious.

I velivoli riuscirono a mettere a segno un unico siluro che l’eccellente corazzatura della Bismarck assorbì con apparente noncuranza.

Un nuovo avvistamento permise però di determinare la posizione della preda e nel pomeriggio del 25 fu la volta di 15 Swordfish decollati dalla Ark Royal, portaerei della Forza H di stanza a Gibilterra, di attaccare. Ma, per errore, lo fecero contro lo Sheffield, un incrociatore amico.

Nave Bismarck: modellino in scala
Nave Bismarck: modellino in scala

L’affondamento della Bismarck

Al crepuscolo ci fu un nuovo attacco degli Swordfish: questa volta due siluri andarono a segno, bloccando i timoni della Bismarck.

Da lì in poi fu una sorta di sarabanda degli inglesi, che attaccarono prima con i cacciatorpediniere e poi con i cannoni delle navi principali l’azzoppata e ormai impotente ammiraglia di Lütjens.

La nave da battaglia tedesca Bismarck affondò alle 10.37 del 27 maggio.

Si discute da sempre quale sia stato il colpo decisivo.

Il ritrovamento del relitto nel 1989, 650 chilometri a ovest di Brest, sembra confermare la tesi tedesca che furono le cariche di autodistruzione innescate dall’equipaggio quando era apparsa chiara la condanna della nave, a decretarne il fato.

Con la Bismarck perirono l’ammiraglio Lütjens, oltre a 2.200 membri dell’equipaggio. I superstiti furono soltanto 110.

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La conferenza di Wannsee e la “soluzione finale” https://cultura.biografieonline.it/conferenza-di-wannsee/ https://cultura.biografieonline.it/conferenza-di-wannsee/#comments Fri, 01 Jul 2022 11:35:38 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=2798 La “soluzione finale” fu una formula linguistica terribile, inventata dai nazisti per elaborare un piano che prevedesse l’emigrazione, la resa in schiavitù e lo sterminio di una parte del popolo ebraico che viveva nei territori conquistati dall’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.

La villa nei pressi del lago Wannsee dove si svolse la conferenza
La villa nei pressi del lago Wannsee dove si svolse la conferenza

Al fine di realizzare questo piano Adolf Hitler chiese al Maresciallo Hermann Göring di dare avvio all’organizzazione logistica e militare per deportare tutte le persone di origine ebraica in un luogo preposto.

Hermann Göring
Il gerarca nazista Hermann Göring

Goring ordinò a Reinhard Heydrich, alto ufficiale delle SS, capo del Reichssicherheitshauptamt  (nome per esteso della “RSHA” l’ufficio centrale per la sicurezza del Reich che svolgeva funzioni di spionaggio, di controspionaggio e di polizia nei territori del Reich) e governatore del protettorato di Boemia e Moravia di organizzare una conferenza nella quale si discutesse come avviare la soluzione finale e a questo proposito di convocare le personalità che avrebbero dovuto coinvolgere ministeri e istituzioni del Reich per realizzare il più grande esodo e genocidio della storia.

La conferenza si tenne il 20 gennaio 1942 in una villa nei pressi del lago Wannsee non molto lontano da Berlino. Vi parteciparono 15 gerarchi del governo nazista. Di seguito l’elenco.

I gerarchi nazisti

  1. Reinhard Heydrich, Capo della Polizia del Reich, Capo dei servizi di Sicurezza e dei Servizi Segreti e Governatore del Protettorato di Boemia e Moravia.
  2. Alfred Meyer, Segretario di Stato del Ministero dei Territori orientali sotto dominio del governo tedesco.
  3. George Leibbrandt, Capo del dipartimento politico del Ministero dei Territori orientali sotto dominio del governo tedesco.
  4. Wilhelm Stuckart, Segretario di Stato del Ministero degli Interni.
  5. Erich Neumann, Direttore del dipartimento per il piano quadriennale.
  6. Roland Freisler, Segretario di Stato del Ministero della Giustizia.
  7. Josef Bülher, Segretario di Stato del governatorato generale.
  8. Martin Luther, Sottosegretario Ministero degli Esteri.
  9. Gerhard Klopfer, Segretario della Cancelleria del Reich.
  10. Friedrich Wilhelm Kritzinger, Direttore generale della Cancelleria del Reich.
  11. Otto Hofmann, Capo dell’ufficio centrale per la razza e la colonizzazione.
  12. Heinrich Müller, Capo della Gestapo.
  13. Adolf Eichmann, segretario della conferenza e capo del Dipartimento B4 della Gestapo.
  14. Karl Eberhard, Comandante della Polizia e Capo dei Servizi di Sicurezza del Governatorato generale.
  15. Rudolf Lange, Comandante della Polizia e Capo dei Servizi di Sicurezza in Lettonia.
Conferenza di Wannsee - Lettera di invito da Reinhard Heydrich a Martin Luther
Conferenza di Wannsee – Lettera di invito da Reinhard Heydrich a Martin Luther

La conferenza di Wannsee

Heydrich  aprì la riunione. Fece un’ampia premessa sulle politiche e strategie organizzative adottate, fino a quel momento, dal governo tedesco per trasferire gli ebrei residenti nel continente europeo in una zona specifica. Inizialmente era stato previsto come luogo di confino il Madagascar. In seguito si cambiò  decisione. Soprattutto a causa degli sviluppi che stava prendendo la guerra. Si decise di spostare gli ebrei nei campi di concentramento e nei paesi dell’Est Europa.

Il fine era di utilizzarli come manodopera in tutte le strutture operative e industriali che servivano al mantenimento della macchina bellica. Si pensò all’impiego per la costruzione di strade soprattutto in quei paesi nell’Est Europeo dove mancavano. Si pensò alla manodopera specializzata e non specializzata nelle fabbriche e industrie dei territori occupati e del Reich.

Quest’ultimi non sarebbero stati evacuati fino a quando non fossero stati sostituiti da altra manodopera dello steso livello. Non si parla, infatti, nel verbale della conferenza (l’unico esemplare pervenutoci apparteneva a Martin Luther, Sottosegretario al Ministero degli Esteri, ma ne furono redatte 30 copie) di sterminio. Nemmeno si citano armi o metodi di soppressione delle persone. Si identifica tuttavia nella deportazione e nel lavoro forzato il metodo più efficace per operare una selezione naturale dei prigionieri.

Gli ebrei residenti in Europa erano circa 11 milioni: questa sarebbe stata la cifra della deportazione.

La “soluzione finale”

Durante i lavori della conferenza di Wannsee si discusse in quale modo, nei vari territori europei alleati e occupati dall’esercito tedesco, sarebbe stato necessario intervenire per operare nel modo più veloce l’emigrazione forzata di persone di origine ebraica: fu ripartita la presenza degli ebrei in tutti i paesi europei e fu rilevata la maggiore difficoltà nell’organizzare efficacemente l’emigrazione forzata in Romania, dove era più facile procurarsi illegalmente documenti falsi e in Ungheria, dove non era ancora stato nominato un responsabile della questione ebraica.

In Francia fu sottolineato che non c’erano grossi problemi grazie anche al collaborazionismo del governo di Vichy. Mentre la Boemia e la Moravia, governate da Heydrich, avrebbero dovuto essere i primi territori in cui applicare la soluzione finale. Anche l’Italia e la Spagna avrebbero collaborato senza difficoltà grazie al forte legame con i nazisti.

La conferenza si concluse con la richiesta, da parte di Heydrich a tutti i partecipanti, di aiutarlo fin da subito con il loro zelo e le loro conoscenze a realizzare tale progetto nel modo più rapido ed efficace.

E’ interessante notare che il lavoro forzato di persone di origine ebraica fu utilizzato anche da industrie tedesche che dopo la guerra raggiunsero uno sviluppo notevole e che cercarono di nascondere il fatto di aver utilizzato schiavi per la realizzazione dei loro prodotti.

Ci sono molti libri che raccontano quali aziende furono coinvolte e che varrebbe la pena leggere per comprendere il grado di compromissione che il popolo tedesco ebbe con il trattamento riservato dai nazisti al popolo ebraico.

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Lo sbarco in Sicilia https://cultura.biografieonline.it/sbarco-in-sicilia/ https://cultura.biografieonline.it/sbarco-in-sicilia/#comments Sun, 03 Apr 2022 07:14:22 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=14524 Lo sbarco in Sicilia avvenne dopo la mezzanotte del 10 luglio 1943. Forze statunitensi, inglesi e canadesi sbarcarono tra Licata e Cassibile, vicino a Siracusa, invadendo 160 km di costa. Gli uomini impiegati nell’invasione della Sicilia furono 180.000. Fu il più grande sbarco mai realizzato in un solo giorno.

Lo sbarco in Sicilia
Lo Sbarco in Sicilia avvenne il 10 luglio 1943

I motivi dell’operazione militare

I motivi che spinsero gli alleati a decidere l’apertura di un secondo fronte in Europa, furono figli di un compromesso difficile. Stalin fu la causa principale di questa decisione. Il dittatore russo pretendeva, a ragione, di avere un sostegno più deciso da parte degli alleati.

Durante gli ultimi tre anni di guerra l’Unione Sovietica aveva subito più perdite di tutti; chiedeva da tempo l’intervento di Stati Uniti e Inghilterra in Europa per alleggerire il suo impegno. Inglesi e americani non erano d’accordo su come creare un secondo fronte. I primi preferivano sviluppare una serie di battaglie per distrarre truppe e mezzi dei nazisti, mentre gli americani preferivano concentrare l’attacco su un unico luogo.

Fu scelta la Sicilia, dopo un ampio dibattito, perché lo Stato Maggiore Usa voleva conquistare l’Italia raggiungendone il nord e da lì entrare in Germania. L’Alto Comando sovietico pensava, invece, che la guerra in Italia avrebbe costretto Hitler a spostare molte truppe dal fronte orientale e l’Inghilterra riteneva che la penisola fosse un luogo non troppo importante ma ugualmente necessario per sperimentare un primo massiccio attacco in Europa.

Lo sbarco in Sicilia - soldato con guida
Lo sbarco in Sicilia: soldato con guida

La Sicilia era anche un territorio facile dal punto di vista militare perché, malgrado ci fossero circa 250.000 soldati tedeschi e italiani, le strade erano talmente dissestate che il primo sbarco non avrebbe trovato una grande resistenza e i rinforzi e i rifornimenti avrebbero impiegato troppo tempo per dare manforte alle linee di difesa. In realtà la guerra in Italia avrebbe avuto problematiche ben diverse, ritardando di molto mesi i piani alleati.

Lo sbarco in Sicilia: operazione Husky

Il nome in codice dello sbarco fu: operazione Husky. La prima parte dell’invasione avvenne dal cielo.

Furono lanciati duemila paracadutisti americani e altrettanti paracadutisti inglesi, che non riuscirono però a raggiungere, a causa delle condizioni meteorologiche, gli obiettivi che gli erano stati assegnati. Il loro scopo era neutralizzare le difese dei ponti e di alcuni punti strategici per permettere poi ai soldati, che sarebbero sbarcati sulle spiagge, di procedere verso le principali città della Sicilia.

Gli americani furono sparpagliati fra Gela e Siracusa e dovettero impiegare più tempo per raggiungere i punti che gli erano stati assegnati.

Lo sbarco in Sicilia - schema
Operazione Husky – schema

Anche gli inglesi furono presi alla sprovvista dal forte vento.

Nel loro caso esso influì ancora di più sullo spostamento dagli obiettivi, perché i paracadutisti britannici utilizzarono gli alianti per approdare in Sicilia.

L’uso degli alianti

Gli alianti, come è noto, sono aerei senza motore; essi vengono trasportati da altri aerei vicino al punto in cui devono atterrare; poi vengono sganciati per farli planare con una libertà di manovra limitata da parte del pilota.

Pertanto, il vantaggio di poter volare silenziosamente era controbilanciato dallo svantaggio di non poter controllare il velivolo. E con un vento forte il risultato fu disastroso.

Molti alianti caddero in mare e affondarono, altri non riuscirono a raggiungere gli obiettivi. Solo dodici atterrarono nei punti sensibili che gli erano stati assegnati. Uno di questi obiettivi fu il Ponte Grande sul fiume Anapo. Gli inglesi riuscirono a raggiungerlo e a conquistarlo nell’attesa che arrivassero le truppe che stavano sbarcando sulle spiagge. Mentre, infatti, i paracadutisti combattevano contro i soldati italiani e tedeschi, 2.500 navi sbarcavano 180.000 soldati.

Lo sbarco in Sicilia - soldato con mulo
Lo sbarco in Sicilia – soldato con mulo

Gli alleati, benché inferiori numericamente rispetto ai loro nemici, disponevano di un numero di mezzi nettamente superiore. Tuttavia, il forte vento aveva reso il mare mosso e lo sbarco si era complicato; inoltre, le truppe sbarcate avevano raggiunto punti errati della costa e questo aveva ritardato l’arrivo dei rinforzi che i paracadutisti stavano attendendo. A est, comunque, le truppe inglesi e canadesi riuscirono a sbarcare tutte e, dopo il caos organizzativo, riuscirono a raggiungere i paracadutisti.

A Gela, invece, gli americani trovarono una forte resistenza militare. Benché la conquista della città fu ottenuta rapidamente, le truppe italiane poste sulle colline e rafforzate dai tedeschi non si arresero facilmente. Gli italiani combatterono tutto il giorno, creando non pochi problemi alle truppe americane.

Solo alla fine della giornata, e malgrado i rinforzi tedeschi, dovettero ripiegare. A est, gli inglesi combatterono valorosamente ma furono colpiti duramente dagli italiani che, dopo un’iniziale confusione, dimostrarono un forte spirito combattivo.

Conclusioni

La sera del 10 luglio 1943 tutti gli obiettivi che gli alleati si erano prefissati furono raggiunti. Tuttavia, i morti furono molti di più rispetto a quelli che erano stati preventivati. I tedeschi dimostrarono fin da subito che non avevano alcuna intenzione di arrendersi. Già, quindi, da questa prima giornata di combattimenti fu abbastanza chiaro che la guerra in Italia sarebbe durata a lungo: molto di più di quello che avevano pianificato gli Stati Maggiori alleati.

Sbarco in Sicilia - carro armato
Un carro armato in una delle strette vie dei paesi siciliani

La Sicilia costò agli alleati 25.000 morti e l’impiego di 15.000 mezzi corazzati. La Sicilia fu conquistata dopo cinque settimane di combattimento. In seguito, si capì che questo fronte non era fondamentale per la guerra ma che, invece, fu la causa dell’arresto di Benito Mussolini e della sua sostituzione con il maresciallo Badoglio, che ordinò il passaggio dell’Italia da alleato dei tedeschi ad alleato degli inglesi e degli americani.

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Guerra Fredda: significato, cause e riassunto https://cultura.biografieonline.it/la-guerra-fredda/ https://cultura.biografieonline.it/la-guerra-fredda/#comments Wed, 16 Mar 2022 07:27:20 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=787 Guerra Fredda è una definizione utilizzata per comprendere il periodo storico che va dalla conferenza di Yalta avvenuta nel 1945 alla caduta del Muro di Berlino avvenuta nel 1989. All’interno di questo arco temporale le due super potenze Stati Uniti d’America e Unione Sovietica hanno coinvolto il mondo in una strategia della tensione costituita da:

  • guerre parallele,
  • guerre spionistiche,
  • alleanze diplomatiche,
  • scontri sul piano della politica internazionale,
  • corsa agli armamenti tradizionali e alle armi nucleari.
Winston Churchill, Roosevelt e Stalin alla conferenza di Jalta (1945)
1945 – Churchill, Roosevelt e Stalin alla conferenza di Yalta

Dopo la Conferenza di Yalta del febbraio 1945, a cui parteciparono Winston Churchill come Primo Ministro del Regno Unito, Franklin Delano Roosevelt come presidente degli Stati Uniti d’America e Josif Stalin come Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica,  fu subito chiaro al Primo Ministro inglese quanto fosse pericolosa la politica estera russa che stava di fatto inglobando ideologicamente e militarmente i territori conquistati dall’Armata Rossa.

Il presidente americano, invece, sembrava sottovalutare Stalin e al fine di averlo come alleato contro i giapponesi gli consentì di avanzare pretese sui territori conquistati.

La Conferenza di Posdam che avvenne nel febbraio del 1945 rese chiaro a tutti che Churchill aveva ragione e che di fatto si stava stendendo la Cortina di Ferro fra due super potenze: l’America e i suoi alleati e l’ Unione sovietica e i suoi alleati.

Durante la Conferenza di Parigi del 1946-1947, a cui parteciparono le potenze vincitrici, iniziarono a porsi seriamente i primi problemi fra la delegazione americana e quella russa per quanto riguardava la spartizione della Germania.

Il termine Guerra Fredda

Fu il politico statunitense Bernard Baruch, incaricato nel 1946 dal suo governo di redigere un piano per giungere al disarmo in materia di armi atomiche, a coniare il termine Guerra Fredda, proprio per indicare le relazioni diplomatiche tra USA e URSS: era il 16 aprile 1947.

Dalle tensioni mondiali al disgelo

La tensione durante la Guerra Fredda raggiunse il culmine con “la questione greca” e il destino politico delle democrazie popolari che a questo punto non erano più autonome e non avevano più alcuna parvenza democratica. Inoltre, in Asia si stava aprendo un terzo fronte con la Cina che si stava trasformando in una repubblica comunista e marxista alleata con la Russia che si contrapponeva allo stato di Taiwan dove si era rifugiato il governo del generale Chiang Kai-shek alleato e sostenuto da molti governi occidentali.

Durante la Guerra Fredda, i due blocchi – Gli USA e i loro alleati da una parte e l’URSS e i suoi alleati dall’altra – non rappresentavano solo una contrapposizione militare e diplomatica ma anche ideologica, sociale, politica, economica e di visione del futuro del mondo.

Dal punto di vista economico e ideologico uno degli atti più importanti che gli americani decisero già nel 1946 e avviarono nel 1947 fu il Piano Marshall.

Mentre nel 1949 fu istituito, per volontà americana, il Patto Atlantico che rappresentava di fatto un alleanza militare, con un comando integrato chiamato NATO. La North Atlantic Treaty Organization riuniva:

  • USA,
  • Canada,
  • Gran Bretagna,
  • Francia,
  • Belgio,
  • Olanda,
  • Lussemburgo,
  • Italia,
  • Danimarca,
  • Norvegia,
  • Islanda,
  • Portogallo,
  • Grecia e Turchia – aderirono nel 1951
  • Germania Federale – entrò nel patto nel 1956.

L’URSS, invece, diede vita nel 1955 al Patto di Varsavia proprio per contrastare il Patto Atlantico. Vi aderirono:

  • Albania,
  • Cecoslovacchia,
  • Bulgaria,
  • Polonia,
  • Romania,
  • Repubblica Democratica Tedesca,
  • Ungheria.

L’aumento della tensione

Da questo momento in poi la strategia della tensione aumentò proporzionalmente con l’aumento delle armi nucleari e degli armamenti tradizionali in entrambi i blocchi; fino a quando, negli anni ’70, si iniziò una difficile serie di trattative per contenere tale crescita, che soprattutto per l’URSS, stava diventando insostenibile.

Due furono i principali terreni di scontro fra i due blocchi:

  1. la Guerra di Corea, che vide gli Stati Uniti contro la Corea del Nord e la Cina;
  2. la Guerra del Vietnam fra Stati Uniti e Vietnam del Nord.

In entrambe le guerre i due blocchi furono coinvolti attraverso sostegni di tipo politico e militare, anche se le potenze coinvolte direttamente furono solo quelle citate.

La fine della Guerra Fredda

Negli anni ’80 l’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti d’America e la nomina di Mikhail Gorbaciov a Segretario Generale dell’Unione Sovietica, diede un’ accelerata al disarmo e alla politica della distensione.

Reagan e Gorbaciov nel 1985 (Summit di Ginevra) – Guerra Fredda
Reagan e Gorbaciov nel 1985 (Summit di Ginevra) – L’evento portò al termine della Guerra Fredda

Entrambi i capi di Stato iniziarono una politica nuova all’interno dei loro paesi: Reagan, malgrado la sua crociata contro il comunismo e la sua politica economica liberale, si fece garante di un cambiamento economico radicale e di un avvicinamento politico e strategico all’Unione Sovietica.

Mentre Gorbaciov aprì la strada ad una democratizzazione del suo paese e dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica.

L’atto finale fu la caduta del Muro di Berlino nel 1989 che diede avvio alla dissoluzione dell’impero sovietico.

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Stalin, biografia di un dittatore, libro di Oleg V. Chlevnjuk https://cultura.biografieonline.it/stalin-biografia-di-un-dittatore/ https://cultura.biografieonline.it/stalin-biografia-di-un-dittatore/#comments Wed, 16 Mar 2022 02:44:22 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=21838 Josif Stalin è stato per 24 anni, dal 1929 al 1953,  il dittatore assoluto e indiscusso dell’Unione Sovietica. Con pugno di ferro e con una strategia che non ammetteva compromessi. Ma che ha sempre posto come prima decisione la violenza e l’annichilimento di chiunque lo contrastasse. Stalin ha gestito la società civile trasformando un paese arcaico in una superpotenza mondiale.

Stalin

Stalin, biografia di un dittatore

La sua interpretazione semplicistica e personale del marxismo, gli ha permesso di stravolgere totalmente il suo paese, senza che nessuno  abbia mai osato contrastarlo o ci sia riuscito con un minimo di efficacia. Anzi l’idea che più lo ossessionava era quella dell’esistenza di nemici all’interno del partito o nei vari strati della società, che avessero intenzione di deporlo o di ucciderlo.

Proprio per evitare questa possibilità, Stalin ha preventivamente incarcerato, fatto fucilare e processato milioni di persone. Il regime del terrore che riuscì a instaurare in URSS ha costretto tutti i cittadini a vivere in un clima di insicurezza e paura. In tale clima anche il vicino di casa poteva essere un pericoloso delatore.

Probabilmente più di 60 milioni di persone hanno subito le sue repressioni. Cittadini che sono stati coinvolti senza un vero processo o prove certe contro di loro, in un meccanismo kafkiano, che nella maggior parte dei casi si è concluso con  la prigione nei gulag o con la fucilazione.

Malgrado queste certezze storiche, pare che oggi in Russia la figura di Stalin stia vivendo un momento di gloria e che il suo mito stia riaffiorando con considerazioni molto positive sul suo operato. Ad esempio si discute su quanto la sua strategia politica abbia influito per trasformare un paese arcaico in una super potenza economica e militare che ha sconfitto Hitler e la Germania nazista.

Il libro

Oleg V. Chlevnjuk, forse il maggior esperto mondiale di Stalin, ha scritto un bel libro dedicato al dittatore. In esso sfata i miti che gli sono stati attribuiti. Il titolo è: Stalin, biografia di un dittatore, di Oleg Chlevnjuk, Le Scie, Mondadori editore (2016, Pagine: 467).

Stalin, biografia di un dittatore
Copertina del libro “Stalin, biografia di un dittatore” (2016), di Oleg V. Chlevnjuk

Questo libro su Amazon

L’autore contrasta nel libro questa riabilitazione di Stalin. Riesce a sfatare il suo mito di amministratore eccelso, stratega militare lungimirante o vittima di collaboratori avidi e corrotti che lo hanno spinto a vedere ovunque traditori e possibili nemici del popolo. Ma dall’altra parte, Chlevnjuk sfida anche i miti negativi che vedono Stalin solo come il traditore di Lenin e della sua eredità politica. O come un dittatore paranoico che si è concentrato unicamente sulla sua sanguinosa vendetta.

L’autore basandosi  su documenti d’archivio, testimonianze dirette e indirette ha incrociato una quantità notevole di materiale, ricostruendo in modo dettagliato la vita di Stalin. Ponendo una particolare attenzione al percorso che da oscuro combattente e rivoluzionario georgiano, ha visto il futuro leader sovietico diventare uno dei più stretti collaboratori di Lenin durante la rivoluzione d’Ottobre. Poi, in seguito, suo unico erede in seno al gruppo dirigenziale del Comitato centrale del partito comunista.

Stalin
Stalin

Infine, il ritratto di Stalin si compie con il racconto della dittatura dello Stato sovietico che lo ha visto protagonista di decisioni politiche spregiudicate. Decisioni che, però, gli hanno permesso di conservare, per quasi un quarto di secolo, un potere pressoché assoluto.

Recensione e commento

Chlevnjuk analizza però anche le scelte di Stalin quale leader politico di una nazione in espansione. In particolare l’autore racconta la genesi delle collettivizzazioni delle campagne russe e l’industrializzazione imposta secondo un metodo costruito a tavolino. Esso ha costituito uno degli errori più gravi nella storia moderna della Russia.

Con uno stile narrativo avvincente e ricco di dettagli, l’autore racconta gli ultimi giorni di vita del dittatore per poi tornare alla sua infanzia e adolescenza. Periodo in cui Stalin, dopo il seminario, ha cominciato a prendere le distanze dalla religione e ad abbracciare il marxismo. Per intraprendere così un percorso rivoluzionario clandestino che lo ha portato ad un’ascesa politica rapidissima. Il ritratto che ne viene fuori  è avvincente ed equilibrato. E permette al lettore di farsi un’idea chiara di ciò che fu Stalin nella  Russia del XX secolo.

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Le foibe e il Giorno del Ricordo https://cultura.biografieonline.it/le-foibe/ https://cultura.biografieonline.it/le-foibe/#comments Wed, 10 Feb 2021 15:46:14 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=6233 Il Giorno del ricordo è stato istituito il 30 marzo 2004 e la legge che ne determina i parametri legislativi è la n. 92 votata e approvata, a larga maggioranza, dal Parlamento italiano il 16 marzo 2004. La legge stabilisce che il 10 febbraio di ogni anno vengano commemorate le vittime delle foibe: uomini e donne uccisi in Istria, Dalmazia e nelle provincie del confine orientale dai partigiani jugoslavi durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In tale giorno si commemorano anche i cittadini italiani che furono costretti a lasciare le loro case e i loro beni in Istria, Dalmazia e Fiume per sfuggire alle persecuzioni del nuovo governo jugoslavo del maresciallo Josip Broz Tito.

Foibe istriane
Schema di una foiba istriana: illustrazione tratta da una pubblicazione datata 1946.

La legge, inoltre, stabilisce che siano previste iniziative per diffondere la conoscenza di questi tragici eventi e che ciò avvenga nelle scuole di ogni ordine e grado e che attraverso istituzioni e enti sia favorita la raccolta e la diffusione di documentazioni riguardanti gli eccidi delle foibe e gli esodi, affinché ne sia conservata la memoria. Infine, la legge stabilisce che vengono favoriti dibattiti, incontri e convegni su questo aspetto della storia italiana ed europea e sugli avvenimenti che ne hanno caratterizzato le cause e le conseguenze. La commemorazioni avvengono al Quirinale di fronte al Presidente della Repubblica e in molte città nelle vie e nelle piazze che ricordano i massacri delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata.

Foibe mappa

Cosa sono le foibe?

Con tale espressione si identificano i massacri  e gli eccidi che furono perpetrati dai partigiani jugoslavi ai danni delle popolazioni italiane (cittadini italiani di etnia italiana e di etnia slovena e croata) per motivi sia etnici che politici i quali risiedevano nella Venezia Giulia e nella Dalmazia.

Il periodo storico è la Seconda guerra Mondiale e gli anni immediatamente successivi al conflitto. Le foibe sono delle voragini profonde all’interno delle quali venivano gettati  i corpi delle vittime. Tali voragini erano presenti nella Venezia Giulia e si chiamavano appunto foibe. Furono soprattutto luoghi di raccolta dei cadaveri. Infatti i prigionieri venivano giustiziati soprattutto nei campi di prigionia e durante il trasferimento. A volte le vittime venivano gettate nelle foibe quand’ erano ancora vive.  Come tutte le tragedie che sono state generate da decisioni politiche e ideologiche anche le foibe sono oggetto di interpretazioni e polemiche; il dato oggettivo dei massacri però rimane e la decisione della sua commemorazione è un passo avanti verso il ricordo delle vittime della barbarie e della furia omicida.

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Il Piano Marshall del 1947: gli Stati Uniti aiutano l’Europa https://cultura.biografieonline.it/il-piano-marshall/ https://cultura.biografieonline.it/il-piano-marshall/#comments Mon, 08 Feb 2021 21:05:27 +0000 http://cultura.biografieonline.it/?p=559 Piano Marshall: le origini

Un membro dello staff del generale Marshall ha ricordato,  in un’ intervista alla CBS di qualche anno fa, un episodio emblematico riguardante il generale. Pare che il presidente Truman incontrandolo alla Casa Bianca, per nominarlo segretario di Stato gli abbia chiesto se poteva chiamarlo George e lui rispose che sarebbe stato meglio generale Marshall. Da lui prende il nome il Piano Marshall.

Il generale Marshall
George Marshall

Chi era George Marshall

Era un uomo tutto d’un pezzo che prendeva in modo estremamente serio il suo incarico. Dopo la nomina a segretario di Stato  si occupò, con determinazione e disciplina, alla realizzazione del più grande programma di ricostruzione della storia moderna, il così detto Piano Marshall. Il 5 giugno 1947 con un discorso all’Università di Harvard George Marshall ne delineò i contorni parlando di un piano di ricostruzione economica dell’Europa.

Il centro teorico del piano era la necessità di evitare una decadenza inevitabile dei paesi coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale e che non avevano più risorse per affrontare la loro ricostruzione. Durante il discorso, Marshall non entrò dei dettagli strategici del piano, lasciando la sua attuazione a successivi interventi e soprattutto all’operatività che si sarebbe sviluppata nei successivi 4 anni. Tuttavia chiarì subito che l’intento era quello di iniziare una collaborazione fra le due sponde dell’Atlantico che non si limitasse solo alla realizzazione del piano ma che  fosse anche da stimolo affinché il Continente europeo potesse iniziare a mettere le fondamenta della sua futura unione.

Piano Marshall - Il Poster
Piano Marshall – Il Poster

Una strategia di aiuti per l’Europa

La strategia del Piano Marshall, il cui nome ufficiale era ERP (European Recovery Program) prevedeva un investimento di 17 miliardi di dollari erogati dal 1947 al 1951. La strategia non prevedeva un finanziamento a pioggia ma un sistematico e ragionato intervento su diversi livelli. A questo proposito si attuò l’ OECE: Organization for European Economic Cooperation il cui scopo principale era quello di sistematizzare l’intervento, stimolando in modo perentorio gli stati beneficiari del finanziamento affinché utilizzassero i fondi, non solo per appianare i problemi e le necessità immediate, ma anche per sviluppare progetti di più ampio respiro e di più lungo corso.

Questo in parte venne fatto soprattutto finanziando impianti industriali e dando vita alla ricostruzione dell’ossatura produttiva e imprenditoriale dei paesi coinvolti. Tuttavia molti finanziamenti vennero dirottati verso l’acquisto massiccio di beni di prima necessità come combustibile, prodotti industriali e materie prime.

Gli Stati, infatti, chiesero all’ECA, l’organismo che si occupava del coordinamento degli aiuti e che prendeva le decisioni da Washington, di avere la possibilità di sanare alcuni squilibri microeconomici  che si erano creati in diversi territori, intervenendo anche con sostegni quotidiani soprattutto per il ricovero delle persone e il loro sostentamento con generi alimentari e beni materiali di utilizzo domestico e quotidiano.

La fine del Piano Marshall

Nel 1951 il governo americano pose termine all’attuazione del Piano Marshall. Le sue conseguenze furono largamente positive e anche a distanza di tempo la storiografia ha dimostrato che il  Piano abbia avuto conseguenze benefiche sia per le economie degli Stati europei sia per gli Stati Uniti d’America. I miglioramenti furono palesi già dal 1948 quando le economie europee raggiunsero livelli di crescita superiori al periodo pre-bellico.

Furono favoriti gli scambi commerciali con gli Usa e questo aiutò l’economia americana ad assorbire l’80% della sua disoccupazione, passando da 10.000.000 di lavoratori senza un lavoro stabile a poco più di 2.000.000. I partiti delle democrazie europee, che erano al potere durante l’erogazione degli aiuti, rafforzarono notevolmente il loro consenso.

E’ importante sottolineare che l’URSS e i paesi satelliti non parteciparono all’organizzazione del Piano e quindi non ne beneficiarono in alcun modo, questo perché Stalin lo considerò un modo per rafforzare la Cortina di ferro e obbligò direttamente e indirettamente tutti gli Stati dell’Europa dell’Est a rifiutare qualsiasi aiuto  proveniente dagli americani.

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Questo aspetto intensificò le polemiche contro il piano Marshall da parte delle opposizioni nei parlamenti europei, soprattutto quelle di stampo marxista – leninista, che lo considerarono un cavallo di Troia, strutturato solo per avvicinare le economie europee a quella americana al fine di egemonizzarle. Tuttavia fu facilmente dimostrato che avvenne il contrario e cioè che l’economia statunitense fu superata da molti paesi europei provocando  un danno competitivo sulla produzione USA.  Appare palese, comunque,  che nel lungo periodo il rapporto fra le economie presenti sulle due sponde dell’Atlantico si sostennero a vicenda creando e rafforzando la loro alleanza politica e militare.

I Paesi che beneficiarono del Piano Marshall

I paesi a beneficiare degli aiuti furono:

  • Austria;
  • Belgio;
  • Lussemburgo;
  • Danimarca;
  • Francia;
  • Germania Ovest;
  • Islanda;
  • Irlanda;
  • Italia;
  • Paesi Bassi;
  • Norvegia;
  • Portogallo;
  • Regno Unito;
  • Svizzera;
  • Svezia;
  • Turchia.
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Campagna di Guadalcanal: riassunto, fatti storici e protagonisti https://cultura.biografieonline.it/campagna-di-guadalcanal/ https://cultura.biografieonline.it/campagna-di-guadalcanal/#comments Sun, 03 May 2020 10:01:00 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=28550 La Campagna di Guadalcanal ebbe inizio con lo sbarco dei marines nelle isole Salomone Meridionali, il 7 agosto 1942 e terminò il 9 febbraio del 1943, quando gli Americani constatarono che il nemico aveva evacuato l’intero settore. Secondo molti storici, rappresentò il turning point, il punto di svolta, della intera guerra nel Pacifico. Prima di questa campagna il Giappone aveva dettato tempi e modi della guerra, da Guadalcanal in poi l’offensiva fu sempre nelle mani degli Alleati.

Sbarco dei marines americani sulla spiaggia di Guadalcanal
7 agosto 1942: lo sbarco dei marines americani sulla spiaggia di Guadalcanal

Giappone e USA: la situazione alla vigilia

Dopo la disastrosa sconfitta a Midway, l’alto comando giapponese era come un pugile alle corde, incapace di reagire ai pugni subiti. Per diverse settimane, lo staff dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto – comandante in capo della Flotta Combinata – non fu in grado di elaborare piani.

Si trattava di un momento delicato: l’irreparabile perdita di 4 delle 6 portaerei della squadra di attacco esigeva un ridimensionamento degli obiettivi, se non proprio il passaggio a una fase difensiva.

Midway: portaerei in fiamme
Midway: una portaerei in fiamme

Di contro, gli americani non erano nella situazione ideale per sfruttare il successo: le loro forze erano ancora troppo deboli, in gran parte a causa della scelta politica sintetizzata nella locuzione Germany first, che privilegiava il teatro bellico europeo nell’assegnazione di risorse per la guerra.

Per ripetere una efficace metafora di dello storico H. P. Willmott, l’iniziativa era come una pistola abbandonata in strada: quale dei due contendenti l’avrebbe raccolta e avrebbe sparato per primo?

Guadalcanal: l’isola e la geografia

Nella parte meridionale delle Salomone giace l’isola che, fino allora sconosciuta, sarebbe diventata teatro di una delle campagne militari più famose e sofferte dell’intera seconda guerra mondiale.

Cartina geografica del teatro del Pacifico - 1942 - con la posizione di Guadalcanal
La cartina mostra l’area geografica del teatro del Pacifico. La grafica mostra i punti delle principali battaglie: Midway, Pearl Harbor, e Mar dei Coralli. Guadalcanal si trova vicino a quest’ultimo punto.

Nell’estate del 1942 Guadalcanal era un appezzamento di terra, per lo più disabitato, lungo circa 150 km e largo al massimo 53. Non era certo un luogo ospitale: le piogge erano frequenti e a carattere torrenziale, la zanzara della malaria molto diffusa e la giungla estremamente fitta. Eppure era stata scelta dal comando giapponese per allestire un aeroporto.

Gli Alleati temevano, con ragione, che questa posizione avrebbe consentito al nemico di minacciare la vitale rotta che collegava Stati Uniti e Australia; lungo tale via venivano indirizzati i mercantili che portavano uomini, armi e munizioni destinati alla difesa della Nuova Guinea e del continente australiano stesso.

Fu principalmente questo timore che indusse l’ammiraglio Chester W. Nimitz, comandante in capo della Flotta del Pacifico, a scegliere l’isola di Guadalcanal come teatro della prima offensiva americana nel Pacifico.

Lo sbarco e la reazione giapponese

L’operazione Watchtower ebbe inizio il 7 agosto, con gli sbarchi preliminari sugli isolotti di Gavutu-Tamambogo, seguiti dall’invasione di Tulagi, dove i giapponesi avevano approntato una base per idrovolanti nel maggio precedente, in occasione della battaglia del Mar dei Coralli.

L'incrociatore della Royal Australian Navy HMAS Canberra e 3 navi da carico al largo di Tulagi (Guadalcanal)
L’incrociatore della Royal Australian Navy HMAS Canberra (D33) al largo di Tulagi, durante gli sbarchi del 7 e 8 agosto 1942. Le navi visibili in lontananza sono tre mezzi da carico che sbarcano uomini e materiale. Sullo sfondo: Tulagi e le isole della Florida, parte delle Salomone.

Entrambe le operazioni incontrarono una resistenza maggiore del previsto, basata soprattutto su efficaci infiltrazioni notturne, tattiche nelle quali il fante nipponico eccelleva. Tutti gli obiettivi vennero comunque conquistati il 9 agosto, non senza la necessità di rinforzi.

Sull’isola di Guadalcanal erano acquartierati 2.230 giapponesi, circa 1.700 dei quali erano operai militarizzati. Alle 9.19 del 7 agosto cominciarono a sbarcare i marines del 1° e 5° reggimento, incorporati nella 1a divisione marines del generale Alexander A. Vandegrift, per un totale di 8.500 uomini.

La resistenza iniziale fu pressoché inesistente e gli americani, già nel primo pomeriggio, si impadronirono dell’aeroporto appena ultimato, che ribattezzarono Henderson Field, trovandovi anche una discreta quantità di materiale abbandonato dal nemico.

Attorno a questo obiettivo venne costituito un perimetro difensivo che sarà poi il teatro delle principali controffensive terrestri giapponesi. I soldati giapponesi, nonché opporsi allo sbarco dei marines, scelsero invece di rifugiarsi nella giungla all’interno dell’isola.

La battaglia di Savo

La reazione del Sol Levante fu affidata all’Ottava Flotta del viceammiraglio Gunichi Mikawa, composta da 5 incrociatori pesanti, 2 leggeri e un solo cacciatorpediniere.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto, questa squadra ottenne una delle vittorie numericamente più clamorose dell’intera guerra. Nel corso della battaglia di Savo riuscì infatti ad affondare 4 incrociatori pesanti alleati, senza perdere alcuna unità.

Fallì invece nell’obiettivo di localizzare e attaccare i mercantili nemici, ancora alla fonda e impegnati nello sbarco di materiali, e, in ultima analisi, nel conseguire un completo successo strategico.

La distruzione, o anche solo l’allontanamento dei mercantili, avrebbe certamente messo in crisi i marines, riducendo la loro capacità di opporsi alle imminenti controffensive terrestri.

Sviluppo della campagna di Guadalcanal

La campagna si sviluppò da allora secondo un canone ben preciso. Il possesso di Henderson Field garantiva agli americani il predominio dei cieli e, conseguentemente, la possibilità di operare, facendo giungere rinforzi e rifornimenti, alla luce del giorno.

Viceversa, l’oscurità, costringendo a terra gli aerei, andava a vantaggio dei giapponesi, addestrati a combattere di notte e in grado di far giungere, a loro volta, convogli ribattezzati Tokyo Express dagli americani; essi erano composti prevalentemente da cacciatorpediniere che, quasi ogni notte, trasportavano soldati e armi leggere dalle basi nelle Salomone settentrionali a Guadalcanal.

Le principali battaglie

È difficile isolare le singole battaglie perché la storia di Guadalcanal si compone di piccole azioni aeree, navali e terrestri quasi quotidiane.

Entrambe le parti si risolsero a inviare via mare flussi di rifornimenti di dimensioni ridotte per eludere l’opposizione nemica. Inoltre, la morfologia dell’isola si prestava ad incursioni di piccoli reparti.

È forse possibile identificare 6 azioni principali.

  • La battaglia terrestre del Tenaru, 21 agosto, quando il distaccamento Ichiki provò a forzare il perimetro di Henderson Field e venne annientato.
  • La battaglia aeronavale delle Salomone Orientali, 24-25 agosto, originata dal tentativo di eseguire azioni di rifornimento in grande stile; si trattò di uno scontro inconcludente che vide l’affondamento della portaerei leggera nipponica Ryujo e il danneggiamento della USS Enterprise.
  • Il 12 settembre venne combattuta la battaglia terrestre di Edson’s Ridge, nota anche come cresta insanguinata. Fu uno scontro durissimo che sfociò spesso in terribili corpo a corpo. L’offensiva giapponese, che mirava a Henderson Field, venne respinta con gravissime perdite.
  • L’11 ottobre ebbe luogo la battaglia aeronavale di capo Speranza, con bombardamenti navali dell’aeroporto americano che si protrassero fino al 15 ottobre.
  • Al 24 ottobre risale la battaglia di Henderson Field, ultimo serio tentativo nipponico di occupare l’aeroporto nemico. Questa offensiva terrestre coincise con lo scontro aeronavale del 26 ottobre, nota come battaglia delle Isole Santa Cruz.
  • La battaglia navale di Guadalcanal, combattuta nella notte tra il 12 e il 13 novembre. Determinata da un’operazione nipponica di rifornimento e al contempo bombardamento, incontrò l’opposizione di una flotta americana inferiore che venne annientata ma seppe precludere all’ammiraglio giapponese l’esecuzione della sua missione. Ripetuta il 14 novembre, l’operazione fallì nuovamente e questa volta gli americani si aggiudicarono anche il successo tattico.

La fine della campagna

Dopo l’ultimo scontro, il quartier generale giapponese non fu più in grado di organizzare un’offensiva. Di fatto, le perdite subite convinsero soprattutto la Marina che era giunto il momento di accettare la sconfitta.

L’evacuazione di Guadalcanal venne ordinata nell’ultima settimana di dicembre e portata a termine il 7 febbraio del 1943 con perdite modestissime. Due giorni più tardi, il generale Alexander Patch, recentemente nominato comandante delle forze alleate sull’isola, dichiarò conclusa la campagna.

Con la vittoria, gli americani poterono fare di Guadalcanal il punto di partenza delle loro successive offensive, sviluppando l’aeroporto già esistente e costruendone altri. Ma, soprattutto, poterono far tesoro della crescente debolezza del nemico, che non era in grado di compensare le perdite subite.

Gli Americani avevano raccolto la pistola abbandonata per strada, l’iniziativa, e non l’avrebbero più mollata fino alla resa senza condizioni del Giappone.

Bilancio e motivi della sconfitta giapponese

Se le perdite di uomini furono molto superiori per il Giappone, il computo delle navi affondate fu sostanzialmente pari. Nonostante questo, il quartier generale imperiale uscì dalla campagna di Guadalcanal in condizioni di grande inferiorità.

Perché?

Il motivo è presto detto: gli americani erano in grado di far fronte alle perdite subite grazie alle loro capacità industriali, in rapido e imponente aumento, i giapponesi no. Ma non si può tacere che il 7 agosto 1942 era il Giappone a detenere una certa superiorità di uomini e mezzi nel settore.

Quale fu allora il motivo della disfatta?

In primo luogo, è necessario far riferimento a una cattiva pianificazione dello Stato Maggiore nipponico. Per diverse settimane, a Tokyo ritennero che gli americani si fossero insediati a Guadalcanal con forze esigue, sufficienti tutt’al più a una ricognizione su vasta scala.

Da questa erronea convinzione derivarono sconfitte e perdite di uomini e materiali, con offensive lanciate in condizioni di netta inferiorità numerica, confidando anche nella (presunta) superiorità combattiva del soldato nipponico.

Contribuirono alla disfatta anche l’inferiorità qualitativa e quantitativa dei rifornimenti e la mancanza di adeguate strutture sanitarie all’interno dell’esercito che invece sarebbero state necessarie in un ambiente malsano come la giungla di Guadalcanal.

Basti dire che i soldati giapponesi evacuati nel febbraio 1942 erano così emaciati da scioccare i marinai dei vascelli su cui si imbarcarono.

I motivi della vittoria americana

Per parte loro, gli americani incominciarono la campagna con alcuni seri handicap, in primis l’inferiorità nel combattimento navale notturno al quale non erano addestrati, mentre la Marina Imperiale ne aveva fatto uno dei suoi punti di forza.

Seppero però recuperare, grazie a un rapido e intenso ciclo addestrativo e all’imponente produzione che consentì a esercito, marina e corpo dei marines di disporre di abbondanti riserve di materiale; questo nonostante periodi di crisi per la difficoltà di trasferire tanta abbondanza alla prima linea.

Considerazioni finali

Se c’è un aspetto sul quale i due nemici si trovano assolutamente d’accordo, è la durezza della campagna. Guadalcanal fu una tragedia per chi vi combatté perché le condizioni psicologiche e fisiche dei protagonisti furono messe a durissima prova.

Il termine che ricorre più spesso nei resoconti è “inferno”, valga per tutti l’epigrafe che accompagna la tomba di un marine e che recita:

«Quando questo marine si presenterà a Pietro gli dirà: Signore, io ho già servito all’inferno, sono stato a Guadalcanal».

And When He Gets To Heaven, To Saint Peter He Will Tell; One More Marine Reporting Sir, I’ve Served My Time In Hell – (Marine Grave inscription on Guadalcanal, 1942)

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Campagna del Nordafrica o Guerra nel deserto (II Guerra Mondiale) https://cultura.biografieonline.it/campagna-nordafrica-1940/ https://cultura.biografieonline.it/campagna-nordafrica-1940/#comments Thu, 05 Mar 2020 07:45:34 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=28005 La Campagna del Nordafrica è storicamente conosciuta anche come Guerra nel deserto: fu un importante capitolo della Seconda Guerra Mondiale. Ebbe luogo nei paesi: Libia, Algeria, Marocco, Tunisia ed Egitto. Gli scontri avvennero tra il 1940 e il 1943 e videro italiani e tedeschi, fronteggiare gli Alleati in un susseguirsi di scontri. Proviamo in questo articolo ad ordinare i fatti e raccontare gli scenari della Campagna del Nordafrica.

Guerra nel deserto: carri armati Panzer durante la Campagna del Nordafrica
Guerra nel deserto: i carri armati Panzer sono uno i mezzi più simbolici della Campagna del Nordafrica del 1940-1943

Gli italiani in Libia

Gli Italiani si insediarono in Libia, all’epoca parte dell’Impero ottomano, nel 1911, su impulso del Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. La regione fu comunque pacificata solo nei primi anni Trenta. Negli anni successivi, il fascismo diede impulso alla colonizzazione, favorendo l’afflusso di coloni dalla madrepatria.

Al momento della dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940, in alcune aree costiere gli Italiani costituivano oltre il 30% della popolazione. Le forze armate schieravano contingenti numericamente importanti ma poco adatti alle peculiari caratteristiche che avrebbe assunto la guerra nel deserto.

Inoltre, c’è un aspetto di massima importanza nell’analisi della campagna del Nordafrica: le unità dipendevano quasi totalmente dall’industria metropolitana per i rifornimenti; in particolare per i carburanti: i ricchi giacimenti petroliferi libici non erano ancora stati scoperti.

I britannici in Egitto

Di contro, l’Egitto faceva parte della sfera di influenza britannica fin dal 1881. Benché fosse formalmente una monarchia indipendente, era di fatto controllato da Londra.

Il canale di Suez, tratto d’acqua di capitale importanza, era sotto il totale controllo britannico e Londra conservava diverse importanti basi nel Paese. Fra tutte, merita menzione il porto di Alessandria d’Egitto che ospitava la quota principale della Mediterranean Fleet.

Fondamentale per l’esito della campagna del Nordafrica si rivelerà anche il possesso dell’isola di Malta da parte della Gran Bretagna.

Campagna del Nordafrica: caratteristiche

La guerra nel deserto fu principalmente un susseguirsi di offensive, lanciate ora dall’una ora dall’altra parte, con conseguente spostamento della linea del fronte verso oriente quando prevalevano le forze dell’Asse, e verso occidente quando erano le offensive alleate a conseguire risultati.

Le caratteristiche geografiche del teatro d’operazioni imponevano l’uso di reparti fortemente meccanizzati e motorizzati, sia per le grandi distanze da superare, sia per la mancanza di posizioni tatticamente forti a cui ancorare la difesa.

D’altronde, la scarsità di strade e di infrastrutture in genere, obbligava gli eserciti a movimenti prevedibili lungo la strada costiera costruita dagli Italiani in Libia o attraverso gli ostacoli naturali del terreno (passi e guadi), oppure a “saltare” da un pozzo a un altro per gli approvvigionamenti idrici.

Il problema dei rifornimenti

Un altro elemento chiave fu rappresentato dalla difficoltà degli approvvigionamenti. Tutto quanto, carburante, armi, munizioni, cibo, acqua, doveva essere trasportato alle truppe combattenti dalle lontane basi principali: Tripoli per il Regio Esercito e Alessandria o Il Cairo per le truppe del Commonwealth, lungo le stesse prevedibili ed esposte strade.

Inoltre, le succitate basi dovevano, a loro volta, essere rifornite via mare. A farlo erano mercantili provenienti dalla madrepatria, per gli Italiani, lungo la rotta del Capo Alessandria; oppure l’ancor più pericolosa rotta mediterranea da Malta e dallo stesso Egitto, quando era necessario ridurre i tempi; di fatto si affrontavano i rischi di far transitare i vulnerabili mercantili attraverso un mare ristretto come il Mediterraneo, a tratti, dominato dall’aviazione tedesca.

Sbarco di carri armati e materiale bellico durante la campagna del Nordafrica
Una foto che mostra lo sbarco di mezzi e materiale bellico

L’offensiva italiana e la controffensiva britannica

Nonostante una consistente superiorità numerica, allo scoppio delle ostilità la situazione tattica dell’Italia era difficile, essendo impegnata su due fronti: lungo il confine con l’Egitto e le truppe inglesi da un lato e, a 1.300 chilometri in linea d’aria, contro le colonie francesi dall’altro.

L’armistizio che segnò l’uscita francese dalla guerra risolse il problema e Mussolini cominciò a premere sul maresciallo Rodolfo Graziani, comandante supremo dell’Esercito in Libia (nominato dopo la morte di Italo Balbo), perché lanciasse un’offensiva in direzione del canale di Suez.

Il riluttante Graziani dovette alfine piegarsi alla volontà del duce: le truppe mossero all’attacco il 13 settembre del 1940. L’offensiva raggiunse Sidi el Barrani, dove si arenò immediatamente. Anzi, il generale inglese Archibald Wavell decise di prendere l’iniziativa e spinse il suo abile sottoposto, generale Richard O’Connor, a contrattaccare, sfruttando la piccola ma totalmente motorizzata forza, allora denominata Western Desert Force.

La 7a Divisione Corazzata, dotata degli allora efficienti carri armati Matilda, fu la punta avanzata dell’offensiva britannica che si esaurì soltanto dopo l’occupazione dell’intera Cirenaica (regione della Libia orientale).

Al termine dell’operazione, le perdite italiane ammontavano a 130.000 uomini, principalmente prigionieri, 845 cannoni e 380 carri armati. In sintesi, una disfatta.

L’arrivo dei tedeschi

L’evidente inferiorità di mezzi, operativa e dottrinale faceva apparire la situazione italiana talmente disperata che Mussolini, sia pure a malincuore, dovette cedere alle pressioni dell’alleato nazista e accettare l’invio di truppe di rinforzo dalla Germania.

La Regia Marina si rese allora protagonista di una delle più sottovalutate imprese dell’intera guerra, riuscendo a trasportare senza perdite le unità che presero il nome di Afrikakorps, la 5ª Divisione leggera poi seguita dalla 15a Panzer Division.

Gli uomini del generale Erwin Rommel furono pronti ad attaccare in primavera, nonostante lo scetticismo che imperava presso lo stesso Comando supremo della Wermacht, che avrebbe preferito un approccio difensivo finalizzato a puntellare la resistenza italiana e a scongiurare l’uscita dalla guerra dell’alleato.

L’audacia di Rommel, la superiorità qualitativa dei carri armati Panzer e dei cannoni antiaerei 8,8 cm Flak – spesso usati come armi anticarro – e l’eccellenza di soldati e ufficiali tedeschi, furono tra i principali fattori che determinarono l’inatteso successo dell’offensiva.

Non si può però trascurare anche la debolezza del sistema difensivo alleato: buona parte delle unità migliori erano state ritirate e inviate in soccorso dell’alleato greco, invaso dagli italo-tedeschi.

Di fatto, gli anglo-australiani furono respinti fino all’originale confine egiziano, riuscendo però a conservare l’importante piazzaforte di Tobruk che, rifornita dal mare resistette per molti mesi.

Operazione Crusader

Gli inglesi, che consideravano il Nordafrica un teatro bellico di primaria importanza, non potevano rassegnarsi alla situazione. Fu soprattutto l’energica volontà di Winston Churchill a determinare l’invio di cospicui rinforzi.

Nel maggio del 1941 venne avviata l’operazione Tiger: l’invio attraverso la pericolosa rotta del Mediterraneo di un convoglio di rifornimento con 250 carri armati. Grazie anche a questi rinforzi, fu possibile lanciare una limitata offensiva già il mese successivo (operazione Battleaxe).

I tedeschi si dimostrarono però pronti a riceverla: dopo limitati successi tattici britannici, passarono al contrattacco, riconquistando le posizioni perse al Forte Capuzzo, al passo Halfaya e nell’area di Sollum.

L’arrivo del generale Auchinleck

L’insuccesso irritò Churchill che decise di sostituire Wavell con il generale Claude Auchinleck. Presto, però, Londra entrò in rotta di collisione anche con il nuovo comandante: ad Auchinleck venne chiesta una nuova offensiva che, in tempi brevi, potesse cogliere un risultato risolutivo.

Auchinlek, invece, riteneva che le sue forze non fossero sufficienti per conseguire il successo; chiese così nuovi cospicui rinforzi, oltre che tempo per l’addestramento.

L’operazione Crusader venne così lanciata solo il 18 novembre 1941, non senza che da Malta fosse stata avviata una violenta e prolungata offensiva contro il traffico mercantile proveniente dalla Penisola e diretto in Nordafrica.

La situazione logistica dell’Armata italo-tedesca era quindi precaria; la scarsità di carburante era particolarmente sentita. Ciononostante, i tedeschi conseguirono i primi successi tattici, la cui importanza però Rommel sovrastimò.

Decise quindi di guidare personalmente un’offensiva; ma, una volta inoltratosi in territorio egiziano, subì pesanti perdite e si trovò isolato e nell’impossibilità di dirigere la battaglia.

Contemporaneamente, Auchinlek aveva sostituito l’irresoluto comandante della VIII armata con il generale Neil Ritchie, assumendo personalmente il comando della battaglia. La 2a Divisione neozelandese riuscì a raggiungere gli assediati a Tobruk, liberando la piazzaforte.

Epilogo dell’operazione Crusader

Nonostante qualche ulteriore e limitato successo tattico, alle truppe dell’Asse non rimanevano più che poche decine di carri armati, insufficienti ad opporsi alla marea montante alleata.

Entro dicembre, i tedeschi, lasciandosi dietro le truppe di guarnigione e molte unità di fanteria, avevano evacuato la Cirenaica ed erano tornate a difendere la Tripolitania.

Battaglia di Gazala

Agli alti comandi tedesco e italiano apparve subito chiara la principale causa della sconfitta di novembre: la carenza dei rifornimenti.

La neutralizzazione di Malta

Venne quindi ordinata un’intensificazione degli attacchi contro Malta e contro la Royal Navy.

Hitler ordinò quindi l’invio nel Mediterraneo di alcuni U-boat e del FliegerKorps II. Fu, in particolare, l’azione di quest’ultimo a rendere impossibile l’ulteriore utilizzo di Malta in funzione offensiva. Al culmine della battaglia, gli attacchi degli apparecchi del Maresciallo Albert Kesselring si ripetevano quotidianamente sull’isola, le cui popolazione e guarnigione erano ridotte a vivere in rifugi sotterranei con razioni sempre più scarse.

Una nuova offensiva tedesca

Ripristinata così la linea dei rifornimenti, Rommel poté ricevere quanto necessario a rimettersi in marcia. Il 21 gennaio, muovendo lungo una duplice direttiva, il contingente italo-tedesco ottenne la più completa sorpresa tattica.

Il 3 febbraio 1942 Rommel raggiunse l’imbocco del Golfo di Bomba, a poco più di 100 chilometri da Tobruk. In pochi giorni, gli inglesi avevano perso 370 carri e oltre 3.300 uomini.

Nonostante l’opposizione dei comandi italiano e tedesco, Rommel, che riteneva possibile raggiungere il delta del Nilo e Alessandria con una nuova offensiva terrestre, ottenne l’approvazione di Hitler e poté pianificare una nuova avanzata. Ottenne anche il massimo supporto di uomini e rifornimenti, parte dei quali vennero stornati dalle aliquote previste per l’operazione Herkules (o operazione C3), nome in codice per il progetto d’invasione di Malta.

Erwin Rommel con il suo staff nel 1941, nel deserto durante la campagna del Nordafrica
1941. Erwin Rommel con il suo staff nella guerra nel deserto. Il generale tedesco è storicamente noto con il soprannome di volpe del deserto.

Il 26 maggio 1942, Rommel riprese l’attacco contro la linea difensiva nemica, ancorata a Gazala. Le operazioni di aggiramento, benché dirette personalmente dalla “volpe del deserto”, incontrarono inizialmente una seria opposizione. Gli alti ufficiali britannici non riuscirono però a coordinare le loro azioni e dettero al nemico il tempo per riorganizzarsi.

Il 12 e 13 giugno ebbe luogo una grande battaglia di carri armati e la superiore capacità tattica tedesca ne determinò l’esito. L’VIII Armata rimase con soli 70 mezzi ancora efficienti e dovette ripiegare verso est, lasciando isolata Tobruk.

La piazzaforte era ancora ben difesa ma il morale delle truppe era basso. La resistenza si sfaldò presto: il 21 giugno Tobruk si arrendeva lasciando nelle mani dei tedeschi 33.000 prigionieri e grandi quantità di armi e rifornimenti.

La battaglia si sposta a El Alamein

Per arginare la crescente marea tedesca, i comandi di Alessandria decisero la ritirata fino a Marsa Matruh, predisponendo una seconda linea difensiva a El Alamein. I mezzi corazzati dell’Asse, ormai ridotti a solo 100 carri armati, raggiunsero la prima località la sera del 25 giugno.

Nonostante l’inferiorità numerica, impeto, audacia del piano, sorpresa e demoralizzazione del nemico, portarono ancora la vittoria. Non senza difficoltà, i resti della 8a Armata riuscirono a sganciarsi e raggiungere El Alamein.

Qui Rommel li raggiunse il 1° luglio 1942 e attaccò immediatamente. Stavolta però le sue forze erano troppo esigue e la posizione difensiva troppo forte. Il generale Auchinlek, impiegando inglesi, neozelandesi, indiani e sudafricani, respinse il nemico e sferrò locali contrattacchi.

Entrambe le parti si erano però dissanguate in oltre 2 mesi di combattimenti quasi ininterrotti e furono costrette ad attestarsi a El Alamein.

Winston Churchill nel deserto
7 agosto 1942: Winston Churchill nel deserto mentre osserva la posizione di El Alamein

La vittoria alleata

Churchill provvide a riorganizzare i quadri della campagna del Nordafrica, nominando il generale Harold Alexander comandante supremo e il generale Bernard Montgomery comandante dell’VIII Armata. Le forze del Commonwealth ottennero cospicui rinforzi, tra cui 300 carri armati M4 Sherman di produzione statunitense.

Una prima offensiva, condotta da Montgomery con grande impiego di artiglieria e fanteria, venne respinta nell’ultima settimana di ottobre. Ma il 2 novembre, Montgomery scatenò l’assalto decisivo.

La fanteria neozelandese riuscì ad aprirsi un varco nelle linee nemiche: attraverso questa falla si spinsero gli 800 carri armati del X Corpo d’Armata del generale Herbert Lumsden.

I tedeschi riuscirono ancora a combattere una battaglia di arresto, ma rimasero con soli 35 carri armati ancora efficienti. Il 4 novembre l’offensiva britannica riprese e, questa volta, non incontrò praticamente opposizione.

I resti dell’armata tedesca, ridotti a circa 22.000 uomini, si ritirarono definitivamente, lasciando che venissero catturate le unità appiedate, soprattutto italiane.

L’operazione Torch

L’8 novembre prese il via l’operazione Torch: al comando del generale americano Dwight Eisenhower, sbarcò in Marocco e Algeria un contingente anglo-americano, forte di oltre 100.000 uomini. La resistenza delle truppe coloniali francesi fu lenta e disorganizzata.

Il 9 novembre, l’ammiraglio François Darlan, comandante supremo della regione, decise di aderire alla causa degli Alleati; da quel momento cessò la resistenza organizzata, benché alcuni ufficiali rifiutassero di arrendersi.

Più efficace fu la resistenza tedesca, prima assicurata da una testa di ponte di reparti paracadutisti inviati a Tunisi e poi rinforzata dalla nuova 10 Panzer Division.

La cosiddetta “corsa a Tunisi” fu così vinta dall’Asse, le cui truppe entrarono nella città per prime, infliggendo anche dolorose sconfitte agli inesperti americani.

Questi sviluppi avevano però persuaso Rommel che la campagna del Nordafrica fosse ormai una causa persa. Nonostante ordini in contrario e aspre discussioni con il comando, diresse abilmente la lunga ritirata dei resti della sua armata fino alla Tunisia; da qui sperava di evacuare le esperte truppe, affinché combattessero ancora in difesa dell’Italia.

Montgomery poté quindi entrare a Tripoli il 23 gennaio 1943, completando la conquista della Libia.

L’epilogo della guerra nel deserto

Erwin Rommel aveva previsto di schierare le sue truppe lungo la linea del Mareth, fortificata dai francesi prima della guerra. Nel frattempo, il comando delle forze in Tunisia fu affidato al generale Hans-Jürgen von Arnim.

L’ultimo successo tedesco

Sfruttando l’inesperienza americana e il disaccordo tra gli Alleati, von Arnim inscenò alcuni contrattacchi locali coronati da successo, a dispetto della sensibile inferiorità di mezzi e uomini.

Nel frattempo era sopraggiunto anche Rommel, con i suoi veterani; i due generali tedeschi ottennero un significativo successo nella battaglia di Sid Bou Zid, annientando un centinaio di carri nemici.

A questo punto, prevalse il piano di Rommel che con le due divisioni corazzate attaccò verso il passo di Kasserine, con l’obiettivo di accerchiare le forze americane in Tunisia. Il 21 febbraio Rommel ottenne una vittoria completa e conquistò il passo.

Fu il canto del cigno: di fronte all’affluire dei rinforzi e al netto predominio nemico nel cielo, i tedeschi si ritirarono sulle posizioni di partenza. La campagna del Nordafrica stava per volgere al termine.

La vittoria finale degli Alleati

Il 20 marzo 1943 iniziò l’offensiva generale alleata. Le linee nemiche furono sfondate il giorno 26; gli italo-tedeschi cominciarono la ritirata.

L’8 aprile Americani e Britannici si congiunsero: al nemico era rimasto da difendere il perimetro attorno a Tunisi e Biserta, con poche decine di migliaia di uomini.

L’epilogo era vicino: a fine aprile gli Alleati lanciarono una nuova offensiva generale, l’operazione Vulcan. Agli uomini di von Arnim e del generale Giovanni Messe restava ben poco da opporre: cominciarono le rese in massa. I tedeschi si arresero l’11 maggio; gli italiani si arresero due giorni dopo, quando venne catturato il generale Messe.

Il successo alleato nella Campagna del Nordafrica si deve alle intelligenti decisioni strategiche e alla caparbietà di Winston Churchill; il primo ministro inglese nemmeno nei momenti più amari mise in dubbio la fondamentale importanza del teatro di operazioni per la complessiva strategia alleata, e alla enorme superiorità di mezzi di cui disposero i comandanti da Montgomery in poi.

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Battaglia di Midway https://cultura.biografieonline.it/midway-battaglia/ https://cultura.biografieonline.it/midway-battaglia/#comments Tue, 12 Nov 2019 16:21:29 +0000 https://cultura.biografieonline.it/?p=27453 I fatti, i protagonisti, lo scenario storico della Battaglia delle Midway
Midway, Battaglia di Midway
Battaglia delle Midway – Fu una storica battaglia della Seconda Guerra Mondiale che si combatté tra il 4 e il 6 giugno 1942 nei pressi dell’atollo di Midway, vicino alle Hawaii, tra Stati Uniti e Giappone

Midway: l’atollo

Midway è un atollo costituito da due isolette, Eastern e Sand. La sua unica importanza, nel 1942, risiedeva nella posizione strategica. Costituiva un avamposto della marina americana verso le Isole Filippine che, secondo tutti i piani prebellici, avrebbero dovuto costituire l’obiettivo principale dell’avanzata americana nel Pacifico. L’atollo di trova infatti a circa 2.300 km dalla più vicina base aeronavale americana, nelle Hawaii; e a oltre 5.000 km dalle coste Californiane; mentre è a circa 4.000 km da Tokyo. Queste enormi distanze devono essere sempre tenute presenti nel considerare lo svolgimento della Battaglia di Midway e, in genere, dell’intera guerra nel Pacifico. Tra il 4 e il 7 giugno 1942, Midway fu il teatro della più conosciuta battaglia aeronavale della storia.

Battaglia di Midway: la situazione alla vigilia

I giapponesi

Dopo il devastante attacco a Pearl Harbor (7 dicembre 1941), i giapponesi inanellarono una serie quasi ininterrotta di successi. Successi che li portarono, a fine aprile 1942, ad aver conseguito tutti i loro obiettivi strategici. Si erano infatti impadroniti di Singapore e della Malesia, di tutte le Filippine e delle Indie Orientali Olandesi, con i loro ricchi giacimenti petroliferi.

In questa situazione, lo stato maggiore nipponico aveva deciso di attuare una strategia più cauta. Perfezionarono così un perimetro difensivo costituito dalle isole del Pacifico sud-occidentale e centrale, allo scopo di opporre un’autentica barriera alla prevedibile controffensiva americana.

Rientravano in quest’ottica gli eventi che portarono alla cosiddetta Battaglia del Mar dei Coralli (4-8 maggio 1942); essa fu la prima mai combattuta tra 2 flotte che non si avvistarono e si colpirono solo per il tramite degli aerei imbarcati; ma fu anche la prima battuta di arresto per la Marina Imperiale che non riuscì a conseguire il controllo della Nuova Guinea e delle Isole Solomone.

Anzi, le 2 portaerei di squadra impegnate nel Mar dei Coralli furono danneggiate, soprattutto nella componente aerea. Furono compromesse al punto da non poter partecipare allo scontro a Midway. E questa assenza risultò probabilmente decisiva per la sconfitta.

Gli americani

Il disastro di Pearl Harbor aveva pesantemente condizionato la strategia americana fino a metà del 1942. Di fatto, le poche navi da battaglia superstiti avevano lasciato Pearl Harbor ed erano state ritirate verso la più sicura costa californiana.

La US Navy poteva schierare solo le portaerei, per coprire l’immensa vastità del Pacifico. Di queste, la Lexington era stata affondata proprio nel Mar dei Coralli; la Saratoga era in riparazione dopo essere stata silurata dal sottomarino giapponese I-6 e poté salpare da San Diego solo l’1 giugno: troppo tardi per partecipare alla battaglia.

Rimanevano le portaerei di squadra Enterprise, Hornet e Yorktown; quest’ultima riparata in fretta e furia dopo essere stata danneggiata nel Mar dei Coralli. Con le portaerei, l’ammiraglio Chester W. Nimitz, nominato comandante supremo della flotta del Pacifico dopo Pearl Harbor, aveva effettuato qualche operazione offensiva di secondaria rilevanza, allo scopo di non lasciare l’iniziativa totalmente nelle mani del nemico.

Midway: portaerei in fiamme
Portaerei in fiamme

In questo quadro rientrava il famoso raid Doolittle, dal nome del Tenente Colonnello James H. Doolittle che il 18 aprile aveva guidato 16 B-25B Mitchell, per l’occasione imbarcati proprio sulla Hornet, in una missione – più dimostrativa che efficace – di bombardamento di Tokyo e altre città giapponesi.

Secondo alcuni storici, il vero successo di questo raid fu soprattutto psicologico: spinse cioè lo stato maggiore nipponico e cercare di annientare le portaerei nemiche per prevenire ulteriori operazioni di questo tipo.

I piani delle due parti

I giapponesi avevano in animo di impadronirsi dell’atollo di Midway da utilizzare come base aerea e di attirare in battaglia il nemico per distruggerne le ultime 2 portaerei: erano infatti convinti che la Yorktown fosse affondata nel Mar dei Coralli.

Come era loro abitudine, avevano quindi concepito un piano complesso, articolato sulla loro tanto enorme quanto supposta superiorità qualitativa e quantitativa in campo navale.

La flotta giapponese

La flotta Imperiale era coinvolta quasi nella sua interezza ed era ripartita in numerosi gruppi operativi; alla prova dei fatti, essi si troveranno troppo lontani gli uni dagli altri per aiutarsi reciprocamente.

I giapponesi avevano inoltre concepito una contemporanea manovra nelle Aleutine che aveva lo scopo di occupare alcune località di questa nebbiosa catena insulare, contemporaneamente fungendo da esca per confondere gli americani.

La punta di diamante del loro schieramento era costituita dalla Forza d’attacco del viceammiraglio Chuichi Nagumo, composta dalle 4 portaerei Akagi, Kaga, Hiryu e Soryu, da 2 incrociatori da battaglia, 2 incrociatori pesanti, uno leggero e 8 cacciatorpediniere. Sarà proprio questa squadra a subire quasi tutto l’impeto del contrattacco statunitense.

La flotta americana

La flotta statunitense aveva ricevuto importanti informazioni dalla sezione destinata alla decodifica dei messaggi radio del nemico circa una probabile missione nel Pacifico Centrale e, con uno stratagemma, era riuscita a stabilire che l’obiettivo sarebbe stato l’atollo di Midway.

L’ammiraglio Nimitz decise di impiegare qui le sue ultime tre portaerei, lasciando quasi indifeso il fianco delle Aleutine, al quale vennero destinati pochi incrociatori e cacciatorpediniere. A supporto erano schierati anche 19 sommergibili, con il compito di attaccare il nemico durante il suo avvicinamento, non senza averne preventivamente comunicato l’avvistamento, e un assortimento di aerei dell’esercito e della marina schierati sulle piste di Midway.

La flotta in mare era affidata al contrammiraglio Frank J. Fletcher, comandante supremo in mare e della Task Force 17, che schierava la Yorktown, 2 incrociatori e 6 cacciatorpediniere, e al subordinato contrammiraglio Raymond A. Sprunce, con la Enterprise, la Hornet, 6 incrociatori e 9 cacciatorpediniere. La missione di Fletcher e Spruance era di colpire i giapponesi con attacchi aerei fin dalle primissime fasi della battaglia.

Il primo attacco giapponese

Gli aerei nipponici cominciarono a decollare dai ponti di volo di Akagi, Kaga, Hiryu e Soryu ancor prima dell’alba del 4 giugno. Obiettivo: Midway, e in particolar modo le piste di volo che, secondo i piani e secondo la dottrina bellica dell’epoca, dovevano essere messe fuori servizio prima che le truppe cominciassero l’assalto.

Un quadro raffigurante la battaglia delle Midway
Un quadro raffigurante la battaglia delle Midway

L’incursione non incontrò un’opposizione particolarmente efficace. Gli arei da caccia americani levatisi in volo erano quantitativamente inferiori (20 F2A Buffalo e 7 F4F Wildcat). I giapponesi invece schieravano 36 A6M Zero, che in questa fase della guerra erano di gran lunga superiori a qualsiasi apparecchio americano.

Tuttavia il comandante dell’incursione, tenente di vascello Joichi Tomonaga, segnalò all’Akagi, ammiraglia di Nagumo, la necessità di eseguire un secondo attacco, poiché le difese di Midway erano state sì duramente colpite ma non annientate: per le truppe di fanteria sarebbe stato troppo pericoloso lo sbarco.

Nagumo, che come misura precauzionale aveva trattenuto a bordo molti aerei, alle 07:15 diede ordine di prepararli per un secondo attacco su Midway. Alle 07:40 cominciarono però ad arrivare i primi rapporti dei ricognitori giapponesi sull’avvistamento di navi nemiche.

Queste notizie contraddittorie finirono per determinare l’esito della battaglia. Lo stato maggiore nipponico decise prima di riarmare gli arei in preparazione per l’attacco a Midway in modo che potessero danneggiare le navi nemiche. Ricevuta poi l’informazione, errata, che il nemico non disponeva di portaerei, si decise di tornare a concentrarsi sull’attacco a Midway, con conseguente contrordine e nuova preparazione degli aerei a bordo.

A tutta questa serie di ordini contraddittori, si aggiungeva la necessità per i giapponesi di sgombrare i ponti di volo per accogliere i velivoli di ritorno dall’incursione sull’atollo.

La reazione statunitense

Nel frattempo, la marina americana non se n’era certo stata con le mani in mano. Alle 05:34, un idrovolante PBY Catalina decollato da Midway aveva avvistato i giapponesi. Le TF16 e -17 virarono quindi per accorciare la distanza; dato che il raggio d’azione degli aerei imbarcati a quell’epoca era inferiore a quello dei giapponesi.

Alle 07:50 Spruance fece decollare la sua forza di attacco, seguito alle 09:06 da Fletcher. Il raggio estremo al quale gli aerei vennero inviati, con l’intento di colpire le portaerei nemiche prima che queste avessero la possibilità di fare altrettanto nei confronti delle ultime, preziosissime portaerei della U.S. Navy, fece sì che le varie squadriglie americane raggiungessero i loro obiettivi in varie ondate, impossibilitate a eseguire un attacco coordinato. Paradossalmente, questa si rivelò una fortuna.

Gli aerei da caccia del Sol Levante che proteggevano le navi amiche erano stati parecchi impegnati a respingere numerosi attacchi scagliati nelle prime ore del mattino da aerei basati a Midway e decollati prima che l’atollo venisse danneggiato dagli aerei di Tomonaga.

Ora, si trovarono a respingere i primi apparecchi decollati dalle portaerei, i lenti e vulnerabili aerosiluranti TBD Devastator che volavano a bassa quota per sganciare i loro letali siluri.

Fu una strage: solo uno riuscì a sganciare poco prima di essere abbattuto, ma il suo ordigno non andò a segno. 34 dei 41 aerosiluranti non fecero ritorno e la flotta giapponese era ancora intatta.

Aerei USA durante la Battaglia di Midway: foto della flotta americana scattata in volo
Aerei USA durante la Battaglia di Midway: foto della flotta americana scattata in volo

La battaglia di Midway si decide

La fortuna, più che il calcolo, aveva guidato le squadriglie di bombardieri in picchiata SBD Dauntless decollate da Enterprise e Yorktown, a convergere sulla squadra d’attacco di Nagumo da direzioni differenti. Con gli Zero giapponesi impegnati a bassa quota per contrastare lo sfortunato e già ricordato attacco degli aerosiluranti, gli aerei dei comandanti C. Wade McClusky e Max Leslie poterono sfruttare condizioni quasi ideali per l’attacco. Anche perché sui ponti di volo le squadre di marinai nipponiche erano impegnate a rifornire e riarmare gli aerei.

Ciò comportava la presenza sul ponte di grandi quantità di bombe e carburante, condizione pericolosissima per una portaerei.

Tra le 10:25 e le 10:28 i Dauntless colpirono e incendiarono 3 delle portaerei di Nagumo. Benché queste impiegassero ancora diverse ore ad affondare, la battaglia era decisa. Ai giapponesi rimaneva una sola portaerei operativa, la Hiryu.

La Yorktown e la Hiryu affondano

Furono proprio bombardieri in picchiata Aichi D3A Val, fatti decollare dalla portaerei superstite, a colpire una prima volta con 3 bombe la Yorktown poco dopo mezzogiorno.

I marinai statunitensi, lavorando con grande alacrità, riuscirono però a riparare i danni, e quando gli aerosiluranti Nakajima B5N Kate colpirono nuovamente l’ammiraglia di Fletcher, circa 2 ore più tardi, riferirono che si trattava di un’altra portaerei, non quella già danneggiata in precedenza.

I giapponesi si convinsero così di aver affondato 2 portaerei nemiche. Viceversa, erano tutte e tre ancora a galla: 2 totalmente intatte e la Yorktown gravemente danneggiata, che finirà per affondare alle 05:30 del 7 giugno, dopo essere stata silurata anche dal sommergibile I-168.

La squadra di Spruance, dopo l’atterraggio degli aerei reduci dal vittorioso attacco contro le portaerei, era ben decisa a non lasciarsi sfuggire la superstite portaerei nemica. Una nuova ondata di attacco colpì la Hiryu poco dopo le 17:00 e anche questa nave seguì la sorte delle altre portaerei: divorata dagli incendi finì per affondare.

Fu nel corso della successiva notte che i giapponesi valutarono la situazione; decisero di abbandonare l’operazione e di ritirarsi: anche se si ebbe qualche ulteriore scontro che portò all’affondamento dell’incrociatore Mikuma e al danneggiamento del gemello Mogami, la battaglia di Midway si era conclusa con un decisivo successo americano.

Il dopo Midway e l’analisi della battaglia

Perché gli americani riuscirono a ottenere una vittoria così clamorosa, in condizioni di netta inferiorità come quelle in cui cominciarono la battaglia di Midway? I principali motivi sono:

  • lo straordinario lavoro dell’intelligence, che mise nelle mani di Nimitz una ricostruzione sufficientemente accurata del piano nemico;
  • le lacune del piano giapponese, in particolare l’eccessiva frammentazione delle forze;
  • la vulnerabilità delle portaerei giapponesi: gli scafi erano protetti meno di quelli delle equivalenti americani; e gli equipaggi erano meno addestrati nel controllo del danno;
  • la fortuna, che portò i Dauntless di McClusky e Leslie ad attaccare il nemico in condizioni ideali;
  • le indecisioni del viceammiraglio Nagumo il mattino del 4 giugno;
  • l’assenza delle portaerei Shokaku e Zuikaku, danneggiate nel Mar dei Coralli.

I numeri a confronto

Inoltre, secondo alcuni storici, H. P. Willmott su tutti, la superiorità numerica giapponese era solo presunta. A causa dell’errato piano d’attacco nemico, le flotte che effettivamente si scontrarono a Midway erano sostanzialmente di pari forza in quello che sarebbe diventato il decisivo “punto di incontro”: 4 portaerei giapponesi contro 3 americane.

A ciò si aggiungeva la stessa Midway, che fungeva da portaerei immobile ma inaffondabile; si aggiungeva inoltre un numero di aerei che varia in base alle fonti; anche se variabile esso può essere considerato sostanzialmente equivalente, tra i 260 e i 270 per parte.

Alcuni storici ritengono che la Battaglia di Midway costituisca il “turning point” della guerra nel Pacifico. Senza addentrarsi nella diatriba, è indubbio che l’affondamento delle 4 migliori portaerei nemiche, insieme ai loro addestratissimi equipaggi e aviatori, costituì un colpo durissimo per una nazione dalle limitate capacità industriali, qual era allora il Giappone.

Di fatto, mentre a partire dal 1943 gli americani mettevano in servizio enormi quantità di navi tecnicamente all’avanguardia, i giapponesi non si risollevarono più dalla perdita. Combatterono ancora per tutto il 1942 nell’intento di mantenere l’iniziativa strategica nel Pacifico. Con la sconfitta nella campagna di Guadalcanal, furono costretti sulla difensiva e, infine, alla resa incondizionata il 15 agosto 1945.

Film sulla battaglia di Midway

Sono stati prodotti alcuni film sull’evento storico della Battaglia di Midway. I più celebri sono quello del 1976 intitolato “La battaglia di Midway” (Midway), diretto da Jack Smight, con Charlton Heston, Henry Fonda, Robert Mitchum e Glenn Ford; e quello più recente del 2019 intitolato semplicemente Midway, diretto da Roland Emmerich, con Ed Skrein, Patrick Wilson, Luke Evans, Aaron Eckhart, Nick Jonas, Mandy Moore, Dennis Quaid e Woody Harrelson.

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