L’invenzione del telefono: la rivalità tra Meucci e Bell

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Comunico, “ergo sum”!

In quanto “animale sociale” l’uomo è sempre stato proteso alla comunicazione: è per questo che dai preistorici suoni gutturali è passato alla messa a punto di linguaggi compiuti e comuni, tali da consentire esaustive conversazioni fra due o più soggetti. Raggiunto questo basilare obiettivo, si è subito presentato un nuovo problema: come comunicare a distanza? Gli antichi greci e romani utilizzavano segnali di fumo, di giorno, e fiamme di notte; un altro sistema è stato quello di sventolare bandiere o drappi fra un’altura e l’altra, per finire con l’eliografo, o telegrafo ottico, uno specchietto che riflettendo i raggi del sole riesce ad essere visibile anche a grandi distanze. E così è stato per millenni, fino a quando, passo dopo passo, nel XVIII secolo sono state finalmente scoperte e comprese le leggi che regolano l’elettricità, traguardo fondamentale per passare alle sue applicazioni pratiche.

L’avvento dell’elettricità

Il primo ad intuire che l’elettricità avrebbe potuto consentire, tramite fasci di fili elettrici, la comunicazione su grandi distanze è stato il meteorologo ed inventore inglese Francesco Ronalds, nato nel 1788 a Londra, che così dà vita al telegrafo elettrico. Poco dopo gli inventori inglesi Carlo Wheatstone e Guglielmo Cooke trovano il modo per rendere la scoperta più economica, riducendo il fascio ad un solo filo. Quasi contemporaneamente in America Samuel Morse mette a punto il telegrafo elettromagnetico e l’apposito codice che da lui prende il nome.

Samuel Morse
Samuel Morse

Sempre nell’Ottocento gli studi di Lord Kelvin, fisico ed ingegnere britannico, consentono la collocazione dei cavi sul fondo del mare, gigantesco passo in avanti perché vengono così annullate le distanze fra i continenti. L’americano Thomas Alva Edison, inventore ed imprenditore, detto “il mago dell’elettricità”, perfeziona ulteriormente il sistema telegrafico, riuscendo a potenziarlo.

Thomas Alva Edison
Thomas Alva Edison

La trasmissione del suono

Ma l’uomo, per sua natura, non è mai pago: ora che si è riusciti ad inviare messaggi dovunque ed in tempi rapidissimi, la nuova scommessa è la trasmissione della voce. A questo obiettivo sono in tanti a lavorare, nel mondo, e ciascuno per proprio conto, ma è un italiano sfortunato e geniale che, cogliendo la necessaria intuizione, regala al mondo l’ “elettrofono”, come egli lo definisce, dando avvio ad una rivoluzione che ancora oggi è di grande attualità ed in constante evoluzione: il suo nome è Antonio Meucci.

La rivalità tra Meucci e Bell

Antonio Meucci
Antonio Meucci

Nato a Firenze il 13 aprile 1808, Antonio Meucci frequenta l’Accademia delle Belle Arti dove approfondisce gli studi di chimica e meccanica. Inizia a lavorare come daziere, per poi passare al “Teatro della Pergola” come aiuto macchinista. Qui si rivela la sua passione per la trasmissione dei suoni, mettendo a punto una prima invenzione, il “tubo acustico”, ancora oggi in uso in alcuni teatri. Coinvolto nei moti del 1831 è costretto a lasciare l’Italia dopo aver sposato, nel 1834, la costumista Ester Mochi. Emigra all’Avana, capitale di Cuba, dove trova occupazione come sovrintendente tecnico presso il “Gran Teatro de Tacon”, il più prestigioso d’America. Ritorna a lavorare al suo progetto, maturando però l’idea di “telegrafare la parola”, di trasmettere i suoni, cioè, attraverso la corrente elettrica.

Interrompe le sue ricerche dal 1844 al 1848 per rientrare in Italia e partecipare alla nuova ondata rivoluzionaria. Tornato all’Avana, nel 1849 riesce per la prima volta a trasmettere il suono mediante un rudimentale apparecchio telegrafico sonoro. Nel 1850 un incendio distrugge il teatro ed egli rimane disoccupato; decide allora di trasferirsi a Clifton, nell’isola di Staten Island, vicino a New York.

Qui ospita ed aiuta molti rifugiati politici italiani tra i quali un operaio, Giuseppe Garibaldi, giovane ed ancora del tutto ignaro di quel che sarebbe diventata la sua vita di lì a poco. Garibaldi rimane tre anni a Clifton, occupato nella fabbrica di candele che Meucci ha aperto, svolgendo altresì un importante ruolo di stimolo ed incoraggiamento per l’amico a persistere nei suoi esperimenti e ricerche. Oltre alle candele Meucci diviene, intanto, anche produttore di birra.

Fra il 1854 ed il 1856 realizza finalmente il suo primo telefono, ma non dispone dei capitali necessari né per la sua messa in produzione né, tantomeno, per brevettarlo. Nel 1871 riesce comunque ad ottenere un “caveat”, una sorta di brevetto a scadenza, che per un anno tutela l’invenzione, e che egli riesce a rinnovare anche nei due anni successivi; nel 1874, però, le sue condizioni economiche non gli consentono più il rinnovo del brevetto al quale è costretto a rinunciare. La sua invenzione rimane così priva di protezioni. La Compagnia Telegrafica di New York, alla quale si propone, non coglie l’importanza della novità e respinge la sua offerta perdendo, tra l’altro, stranamente, il relativo fascicolo.







Il 14 febbraio 1876 all’ufficio brevetti si presenta prima Alexander Graham Bell, fisico americano di origine scozzese e studioso di fisiologia degli organi vocali, che deposita il progetto per la trasmissione della voce tra due apparecchi collegati con un filo elettrico; qualche ora dopo è la volta dell’ingegnere Elisha Gray, con un progetto molto simile ma, ovviamente, il brevetto va al primo arrivato.

Alexander Graham Bell
Alexander Graham Bell

Non appena Meucci ne viene a conoscenza denuncia prima sulla stampa e poi in sede giudiziaria Bell e la “Bell Telephone Comp.”: la lunga e complessa vertenza registra un primo successo quando, nel 1886, un rapporto del Ministero dell’Interno riconosce a Meucci la priorità dell’invenzione. Ma si dovranno percorrere vari gradi di giudizio per giungere ad un verdetto definitivo, e quando il 18 ottobre 1889 Antonio Meucci muore, la sospirata sentenza non è ancora giunta.

Nel 1897 l’intricatissimo iter giudiziario, che ha prodotto circa 50.000 pagine di documenti, si conclude con una pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti che, però, non stabilisce chi abbia ragione fra le parti in causa. Dovrà passare oltre un secolo perché, grazie all’ingegnere e scienziato siciliano Basilio Catania – che al Meucci ha dedicato una ponderosa opera in quattro volumi – il Congresso degli Stati Uniti d’America riconosca in via definitiva che la paternità dell’invenzione del telefono appartiene allo scienziato italiano Antonio Meucci: ciò che non ha saputo stabilire la giustizia lo ha così sancito la storia.

La City University of New York ha assegnato al prof. Catania, nel 2000, il titolo di “Vindicator of Meucci” e nel 2003 lo stesso ha presieduto la giornata italiana celebrativa dell’agognato riconoscimento e del suo artefice.

Il congresso degli Stati Uniti d’America, con la risoluzione N° 269, ha riconosciuto ufficialmente Antonio Meucci come primo inventore del telefono, al posto di Alexander Graham Bell, il giorno 11 giugno 2002.

Un altro “genio italico”

Per completezza di trattazione non si può non citare un altro grande italiano, Guglielmo Marconi, nato nel 1874, proprio mentre Meucci lavora alla trasmissione elettrica del suono. Fisico e scienziato, Marconi mette a punto l’utilizzo delle onde radio, altra grande rivoluzione nella storia della civiltà umana e per la quale è insignito, nel 1909, del premio Nobel per la Fisica. Marconi è, tra l’altro, un grande estimatore di Antonio Meucci.

Guglielmo Marconi
Guglielmo Marconi

Nel 1930 il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), del quale egli è presidente, pubblica uno studio dell’ing. Luigi Respighi intitolato “Sulla priorità di Antonio Meucci nell’invenzione del telefono”. Due anni dopo dà incarico al dr. Francesco Moncada di effettuare, in USA, ricerche approfondite sull’argomento, ma l’improvvisa morte del Moncada vanifica l’iniziativa. Ed ancora Marconi, nel 1933, sulla base di appunti autografi dello stesso Meucci, fa riprodurre due modelli di telefono (o telettrofono) che invia all’esposizione di Chicago intitolata “Un secolo di progresso”.

Il prof. Catania riporta che Francesca Vinciguerra, alias Frances Winwar, scrittrice statunitense di origine italiana nonché vincitrice del prestigioso premio Pulitzer, descrive un Marconi che, in visita alla casa di Meucci a Staten Island, rimane “a lungo dinanzi ad essa a capo scoperto”.

Se oggi ogni singolo cittadino è in grado di comunicare con tutto il mondo, utilizzando la telefonia o ”navigando” nella rete internet, lo si deve prioritariamente a questi due grandi italiani: Meucci, per la connessione via cavo, e Marconi per quella via etere.







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