Schiava e Sorella, recensione del libro di Rita Alù

Print Friendly, PDF & Email

Schiava e Sorella è un romanzo storico, dove storia e fantasia si mescolano, scritto da Rita Alù e pubblicato dalla casa editrice Torri del Vento Edizioni. Si intitola “Schiava e Sorella” perché è così che la protagonista della storia firmava le sue lettere indirizzate alle sorelle. È la vera storia di una donna coraggiosa, suor Anna Maddalena, al secolo Donna Anna Valdina, vissuta in Sicilia nel 1600, dove – per salvaguardare le ricchezze delle famiglie nobiliari e mantenere integro il patrimonio da destinare al primogenito – le figlie femmine erano costrette a prendere i voti, aldilà dell’effettiva vocazione. È questo il destino di Anna, che a soli sette anni insieme alle sue sorelle, entrò in convento ma non si rassegnò a rinunciare alla sua libertà, sfidando le regole, e affidandosi – dopo cinquant’anni trascorsi all’interno del monastero delle Stimmate – al tribunale.

Rita Alù
Rita Alù durante la presentazione del libro

L’autrice Rita Alù

L’autrice – Rita Alù è nata e vive a Palermo. È sposata e ha due figli. Avvocato, lavora da tanti anni in banca, con il grado di dirigente – fa rivivere attraverso queste pagine Anna, le cui origini risalgono alla famiglia Papè di Valdina, per una seconda volta.

Schiava e Sorella: breve trama e recensione del libro

“Schiava e Sorella” è una lettura interessante, che ci fa vivere il dolore di una vita venduta, ma che ci fa apprezzare il coraggio di questa donna che non si è mai rassegnata alla volontà del padre. Il tutto rappresentato in un libro scorrevole, abile, da leggere tutto d’un fiato. Una lettura che coinvolge, che fa immedesimare nel dolore di questa donna, la cui vita è segnata dalle rinunce. Un dolore che commuove.

Il libro si apre con il corteo lungo il Cassaro, la mattina del 30 settembre 1701, per ricordare Don Ugo Papè, Duca di Giampilieri, Protonotaro del Regno di Sicilia, morto un mese prima, le cui spoglie giungono a Palermo per ricevere l’ultimo saluto e riposare nella chiesa della Gancia, la stessa dove oggi riposa Donna Anna Valdina.

Nel palazzo sfarzoso della via Fiumesalato, conosciuta come via del Protonotaro, in un angolo, su un sofà, c’è Anna – dal corpo esile, vestita a lutto, dai capelli color argento, dallo sguardo spento, a causa di una cecità che l’ha colpita – pensierosa: Anna rivolge la mente ai decenni passati “della sua non vita” all’interno del monastero, ripensa a Don Ugo “che l’ha amata come un fratello e che ora non c’è più”.

Qui, prende posto accanto a lei, Don Giuseppe Papè, il figlio del Duca di Giampilieri, amato da Anna come una madre. Anna si apre così all’uomo, che le chiede di raccontargli di quegli anni di sofferenza e la donna inizia il suo racconto, partendo dall’ultimo giorno trascorso a Rocca, poco distante da Messina, prima di entrare in convento.

È nella sua Rocca che Anna e le sue sorelle inventano storie d’avventura fra le piante di gelsomino sul grande cortile della residenza del principe di Valdina, posto che permetteva alle giovani di ammirare le isole Eolie. Quello fu l’ultimo giorno trascorso dalle sorelle Valdina a Rocca.

Schiava e Sorella - libro
La copertina del libro “Schiava e Sorella” (Torri del Vento edizioni)

L’autrice racconta, nel secondo capitolo, l’arrivo di Anna a Palermo, l’atroce visione della forca dello Sperone, prima dell’ingresso in città, mentre Anna dalla carrozza osserva quei luoghi che la portavano lontano dalla sua terra sino a giungere al monastero di San Giovanni dell’Origlione, che sarebbe stata la sua nuova casa per un anno. Iniziano per Anna i nuovi giorni a Palermo, insieme alle sue sorelle e alle altre educande del monastero.







Trascorso questo periodo infatti il principe Don Andrea, padre di Anna, a seguito di alcuni dissapori, decise di trasferire le figlie nell’abitazione della zia paterna, Donna Laura, principessa della Scaletta. Anna manifestava al padre la sua contrarietà di vivere all’interno del chiostro. Da qui la scelta del padre di portarla a vivere in casa di Donna Beatrice Platamone, baronessa di Mazzarrone, zia di Don Andrea Valdina, signora dal temperamento rigido e severo, alla quale fu affidato l’incarico di persuadere Anna a farsi monaca. Qui la bambina veniva privata di partecipare alle feste organizzate in casa e per lei c’erano solo da seguire la messa e le processioni. L’aspettava una vita di reclusione presso il monastero delle Stimmate di San Francesco, che si concretizzò il 17 luglio del 1647.

Anche per le sorelle Laura, Caterina, Giovanna e Felice si aprivano le porte di altri monasteri, mentre Antonia venne concessa in matrimonio a Don Marcello Carraffa. Così facendo il patrimonio del primogenito Giovanni, futuro principe di Valdina, risultava salvo. Agli altri due fratelli, Carlo e Vincenzo, toccò il privilegio di decidere del loro destino. Anna vive senza pace, isolata dal mondo, all’interno del monastero delle Stimmate, giorni abilmente descritti da Rita Alù nel quarto capitolo del suo libro: una vita fatta di preghiere, di incontri con il padre, cercando di convincerlo a restituirle la libertà, tentativi inutili, parole inascoltate.

Il 25 luglio 1648 Anna divenne una novizia: “era il primo passo per l’ammissione alla professione solenne che sarebbe sopraggiunta tre anni più tardi”, assumendo il nome di suor Anna Maddalena.

Il capitolo VI di “Schiava e Sorella” è dedicato alla vita in convento. Il VII, invece, all’amicizia che legava Anna a suor Francesca Maria, amicizia nata tra quelle mura e che legava le due donne allo stesso destino: diventare monache per volere dei rispettivi padri. Non mancano al racconto storico i riferimenti al tribunale del Sant’Uffizio, alle violenze e alle torture cui venivano sottoposte le vittime sotto gli occhi della folla.

Con la morte del padre, avvenuta una domenica di maggio del 1659, si apre per Anna la speranza di lasciare per sempre il monastero: bastava avviare un processo per dimostrare la nullità della sua professione religiosa. Questa fu l’idea che sfiorò la mente di Anna, che non aveva fatto i conti con il fratello, Don Giovanni, che si oppose a tale decisione.

Trascorsero gli anni all’interno di quel monastero, sino a quando, morto il fratello Giovanni, Anna – all’età di cinquantasette anni – decise di avviare il processo di annullamento per i suoi voti. Per questo trovò l’appoggio di Don Ugo Papè, suo lontano cugino. Il 20 ottobre 1693 aveva inizio così il processo per l’annullamento della professione religiosa di suor Anna Maddalena Valdina, mentre il 30 novembre si svolse la prima udienza.

Seguì un giudizio lungo, abilmente raccontato dalla scrittrice nelle pagine dedicate ad Anna, sino alla decisione della lettura della sentenza che arrivò il 6 luglio 1699… Anna Valdina è così vissuta di nuovo grazie al lavoro di ricerca fatto da Rita Alù presso l’Archivio di Stato di Palermo.

Tutto è cominciato dal ritrovamento di un documento sul web, intitolato “L’archivio privato gentilizio Papè di Valdina”. Da qui è nata la voglia di “indagare” dell’autrice, che ci ha regalato questa storia.







Aiutaci. Se ti è stato utile, segnala questo articolo

Print Friendly, PDF & Email
Stefano Moraschini

Stefano Moraschini

Stefano Moraschini si occupa di web dal 1999. Legge e scrive su, per, in, tra e fra molti siti, soprattutto i suoi, tra cui questo. Quando non legge e non scrive, nuota, pedala e corre. Oppure assaggia vini, birre e cibi. Fa anche altre cose, ma sono meno interessanti. Puoi metterti in contatto con lui su Google+, Twitter, Facebook e Instagram.

L'articolo è interessante?
Lascia un commento per favore. La tua opinione è importante