Pianto antico, parafrasi e commento

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Una delle poesie più note del poeta Giosuè Carducci (1835-1907) è senza dubbio “Pianto antico“, uno struggente componimento dedicato al figlioletto Dante, morto ad appena tre anni di vita, il 9 novembre 1870.

Pianto antico - poesia di Carducci - parafrasi commento
Il testo della poesia Pianto Antico, di Giosuè Carducci

Parafrasi

L’aggettivo “antico” che accompagna la parola “pianto” sta a significare che la perdita di un figlio è un dolore universale, che si diffonde allo stesso modo in ogni tempo e in ogni spazio.

La lirica appare piuttosto essenziale, semplice e lineare nello stile. La tematica affrontata è il rapporto (anche questo universale perché accomuna ogni uomo) tra la vita e la morte. La prima, simboleggiata da immagini luminose e chiare, e l’altra, caratterizzata da elementi oscuri che esprimono la desolazione e la sofferenza della perdita.

L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdí tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Nelle prime due strofe di “Pianto antico” prevalgono gli elementi vitali: il bimbo, figlio del poeta, cerca di raccogliere il melograno dall’albero con la sua piccola mano. Questo frutto dal colore rosso vermiglio rappresenta la resurrezione, la rinascita e la fertilità (era un simbolo utilizzato spesso anche dagli artisti nelle loro opere pittoriche).

Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,

Poi il poeta si sofferma a descrivere l’orto solitario, le cui piante vengono nutrite con il calore del sole e fioriscono nel mese di giugno. Nella terza strofa il poeta introduce una similitudine: lui stesso si paragona ad una pianta il cui unico fiore è morto e per questo si sente arida e inutile. Carducci è molto bravo a descrivere la solitudine e la sofferenza di un padre che perde il suo unico figlio.

Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

La strofa che chiude la lirica è molto triste: il Carducci pensa a suo figlio Dante che è sepolto sotto la terra dove il sole non può raggiungerlo per riscaldarlo con i suoi raggi e restituirgli la vitalità e l’allegria infantile. Con questa immagine il poeta sottolinea che la morte è una condizione estrema dalla quale, purtroppo, non si torna indietro.







Commento alla poesia di Carducci “Pianto antico”

La poesia “Pianto antico” è stata scritta nel 1871, ed è compresa nella raccolta “Rime nuove” pubblicata nel 1887. Il figlioletto di Carducci, a cui è dedicata questa poesia, morì forse di tifo nel 1870. Questa malattia, all’epoca, rappresentava una delle cause più frequenti di morte nei bambini. Nello stesso anno il poeta subisce un altro grave lutto, perché viene a mancare sua madre. Un’altra dura prova a cui viene sottoposto è la morte del fratello Dante, suicida a venti anni, dal quale Giosuè trovò ispirazione per il nome del figlio.

Come in altri testi di Carducci, anche in questa lirica emerge la quotidianità autobiografica del poeta e l’attenzione verso la Natura. Solo che qui, a differenza di ciò che succede in altri autori, alla ciclicità delle stagioni viene contrapposta la fissità della morte dalla quale non si torna più indietro. Nella lirica di Carducci dedicata al figlioletto Dante non vi è alcuno spiraglio che lascia pensare alla sopravvivenza dell’anima e alla possibilità di rivedersi un giorno (secondo la concezione cristiana della resurrezione), visto che il poeta ha una concezione materialistica e pagana del mondo che lo circonda.

Anche la morte, quindi, è vista come sola causa di sofferenza e desolazione in quanto provoca il distacco dalle persone che amiamo. Il ritmo di questa poesia sembra ricalcare quello di una nenia che si canta ai bimbi per farli dormire, solo che in questo caso si tratta di un canto di morte e non di vita. Per quanto concerne lo stile, si nota un’abbondanza di sostantivi e aggettivi, cui si contrappone uno scarso utilizzo di forme verbali.

Le “Rime nuove” inaugurano una stagione tutta nuova nella produzione carducciana, quella della “lirica greca” caratterizzata dall’introduzione di elementi classici e romantici. Secondo la maggior parte dei critici letterari Giosuè Carducci è uno dei poeti ottocenteschi che contribuì a restituire dignità alla poesia italiana, che era stata sminuita nel corso del tempo.

Giosué Carducci
Giosué Carducci

Carducci è stato soprannominato “Il Poeta Vate” della Terza Italia, inteso come guida morale in un momento storico decadente e confuso. Nel 1906 il Carducci ottenne il Premio Nobel per la Letteratura, l’anno dopo morì a Bologna. Oltre alla produzione di poesia, Carducci ha scritto anche interessanti opere in prosa.

Il mio povero bambino mi è morto; morto di un versamento al cervello. Gli presero alcune febbri violente, con assopimento; si sveglia a un tratto la sera del passato giovedì (sono otto giorni), comincia a gittare orribili grida, spasmodiche, a tre a tre, come a colpi di martello, per mezz’ora: poi di nuovo, assopimento, rotto soltanto dalle smanie della febbre, da qualche lamento, poi da convulsioni e paralisi, poi dalla morte, ieri, mercoledì, a ore due.

A febbraio la mia povera mamma; ora il mio bambino; il principio e la fine della vita e degli affetti.

Ella riposa, e non sente più nulla. Pace! Pace! Ma non è finita, non finisce, non finirà mai, la memoria e il desiderio nostro di lei. Io, che tutti i giorni quasi e spesso nei sogni penso e riveggo il nostro fratello morto, io ricorderò sempre lei, la rivedrò sempre; la ricorderò, la rivedrò, anche, spero, all’ultimo punto della mia vita.

– Estratti dalla lettera di Giosuè Carducci al fratello Valfredo, 10 novembre 1870

No, non è vero, che è meglio che sia morto: me lo volevo crescere e educare a modo mio, doveva sentire, pensare, lottare anche lui per il bene e per il vero. No, no: scambiare in sul primo entrar nella vita l’avvenire dell’esistenza per l’oscurità del non essere non è bene.

– Lettera di Giosuè Carducci a Ferdinando Cristiani, 14 novembre 1870







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Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci

Cristiana Lenoci è laureata in Giurisprudenza e specializzata nel campo della mediazione civile. La sua grande passione è la scrittura. Ha maturato una discreta esperienza sul web e collabora per diversi siti. Ha anche frequentato un Master biennale in Giornalismo presso l’Università di Bari e l’Ordine dei Giornalisti di Puglia.

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