La clemenza di Tito (opera di Mozart)

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La clemenza di Tito è l’ultima opera di Wolfgang Amadeus Mozart. Codificata come K 621 (dal Catalogo Köchel), l’opera si compone di due atti. Il libretto è di Caterino Mazzolà ed è tratta da un melodramma di Pietro Metastasio. La storia dell’opera, il riassunto della trama e l’analisi musicale che seguono sono state redatte dal Maestro Pietro Busolini.

La clemenza di Tito, una scena
La clemenza di Tito: una scena tratta dall’ultima opera di Mozart

La clemenza di Tito: genesi dell’opera

Nel 1741, ultimo anno della sua vita, Mozart ricevette un’importante commissione originariamente destinata al Salieri.

Wolfgang Amadeus Mozart
Mozart

In occasione dei festeggiamenti per l’incoronazione a Re di Boemia dell’Imperatore Leopoldo II, l’8 luglio 1791, i rappresentanti degli Stati Boemi firmarono con l’impresario Guardasoni un contratto per un’opera celebrativa dell’avvenimento.

Sulla base di questa data, sappiamo che Mozart all’epoca era ad buon punto nella stesura del Flauto magico, potendo così cominciare il lavoro quasi a ridosso della prima rappresentazione, prevista per il 6 settembre.

Per il titolo del dramma la scelta cadde su di un uno libro del Metastasio, scritto nel 1734, sempre per una festività della corte di Vienna; all’epoca il sovrano era l’imperatore Carlo VI, padre di Maria Teresa. Il personaggio dell’imperatore Tito era allusivo al padre della futura Imperatrice.

Successivamente il Genio, compose altre due opere per il teatro lirico, il Flauto Magico in realtà un “Singspiel”, ovvero un ibrido fra teatro cantato e recitato, considerato anche il momento storico-lirico di avvio del teatro tedesco. L’ultima opera di Mozart La clemenza di Tito, in realtà è un vistoso passo all’indietro, compiuto dal Maestro, “stilisticamente parlando”; vanno considerati tuttavia i gusti retrivi del pubblico viennese, ancora legato con la Corte ai soggetti mitologici ed incapace di apprezzare l’abissale scandaglio dei sentimenti erotico-amorosi affrontati da Mozart nelle sue precedenti opere. La clemenza di Tito andò in scena ai Teatri degli Stati di Praga il 6 settembre 1791.

Atto primo

Tito Vespasiano diventa Imperatore e Vitellia, figlia del deposto Imperatore predecessore di Tito, prende la decisione di ucciderlo, anche se ella prova per lui amore.

Parla con Sesto suo spasimante, egli dovrà in ogni modo dimostrarle il suo amore uccidendo il monarca: “Come ti piace, imponi”. Giunge Annio, annunciando che le progettate nozze tra Tito e Berenice sono rimandate. Vitellia, rincuorata, chiede a Sesto di sospendere il piano omicida: “Deh, se piacer mi vuoi”.

Sesto nel frattempo promette intanto all’amico Annio la mano di sua sorella Servilia : “Deh, prendi un dolce amplesso”. Nel Foro Romano nel frattempo, si raduna il popolo con il senato ed i legati delle province dell’impero. Ed il coro intona : “Serbate, oh dèi custodi”. Tito, congedato il popolo, rivela a Sesto che intende sposare Servilia, elevando così l’amico alla più alta dignità: “Del più sublime soglio”.

Ad Annio non resta che avvisare Servilia del triste destino del loro amore: “Ah, perdona al primo affetto”. Nel Palazzo Imperiale sul colle Palatino, Tito riceve la visita di Servilia, che gli rivela senza nessun timore il suo affetto per Annio, l’Imperatore clemente, accetta di buon grado la decisione della ragazza, e ne loda la sincerità: “Ah, se fosse intorno al trono”.

All’oscuro di tutta la vicenda Vitellia, non conoscendo la accondiscendenza con cui Tito ha accettato il volere di Servilia, Vitellia continua ad imporre a Sesto il perseguimento del suo infame progetto: “Parto: ma tu, ben mio”. Egli ha appena lasciato la scena, quando Publio annuncia a Vitellia che l’Imperatore Tito l’ha chiesta in sposa: “Vengo.. aspettate”. Contemporaneamente, vicino al Campidoglio, Sesto è distrutto per la cattivissima azione impostagli. Ma è troppo tardi ormai: il Campidoglio è già avvolto dalle fiamme ed infuria un tumulto armato, secondo gli ordini da lui impartiti: “Oh dèi, che smania è questa”, “Deh conservate, oh dèi”. Nel contempo Vitellia, lo sta cercando disperatamente, ed infine lo troverà.

Atto secondo

Tito ringraziando gli Dei non è morto, fortunatamente Sesto ha colpito un altra persona. Ad Annio, che gli porta questa notizia, Sesto rivela di essere l’autore della congiura. L’amico lo esorta a non confessare, ma piuttosto a espiare il delitto con replicate prove di fedeltà all’imperatore ed intona: “Torna di Tito a lato”. Ma Sesto è stato ugualmente scoperto come l’autore della congiura, Publio giunge con la scorta armata per arrestarlo e condurlo davanti al senato.

Dando l’addio a Vitellia si agitano i presentimenti di morte di lui e la paura di lei di venire coinvolta nel giudizio: “Se al volto mai ti senti”. Tito molto agitato fa il suo ingresso nel salone delle pubbliche udienze, attorniato dai patrizi, dai pretoriani e dal popolo: “Ah, grazie si rendano”. L’imperatore Tito, impaziente di sapere quale fato il senato abbia riservato a Sesto e incredulo di fronte alle accuse mosse all’amico, Publio fa presente come qualche dubbio sull’infedeltà umana possa essere ragionevole: “Tardi s’avvede”.

Accertata incomprovabilmente la colpevolezza di Sesto, il Senato lo condanna alle fiere. Il decreto manca solo della della firma dell’Imperatore. Annio chiede pietà per il futuro cognato: “Tu fosti tradito”, Tito contemporaneamente è combattuto da atroci dubbi sul da farsi: “Che orror, che tradimento”. Decide allora di convocare Sesto: “Quello di Tito è il volto”, e, con grande dolcezza amicale, cerca di farsi rivelare i motivi del suo gesto.

Non ottenendone tuttavia altro che un assordante silenzio, a cui Sesto è costretto suo malgrado tenere per difendere Vitellia, ma, prima di avviarsi al supplizio manifesta a Tito tutta l’angoscia del rimorso: “Deh, per questo istante solo”. L’imperatore, tuttavia, ha deciso di non firmare la condanna, tenendo così fede al suo ideale di sempre, la clemenza: “Se all’impero, amici dèi”. Publio crede che Sesto sia destinato alle fiere, mentre Vitellia teme di essere stata scoperta.







Nell’incertezza di questa situazione giunge Servilia a chiedere a Vitellia di intercedere per il fratello: “S’altro che lagrime”. Gli eventi son tali da sconvolgere Vitellia, ella prende una decisione improvvisa: confesserà la sua colpevolezza, tentando così di salvare la vita di Sesto, consapevole che questo suo gesto le costerà la rinuncia al trono imperiale: “Ecco il punto, o Vitellia… Non più di fiori”. Mentre si sta preparando il supplizio, Tito entra in scena accompagnato da un lungo corteo di pretoriani e patrizi: “Che del Ciel, che degli dèi”. Stà per rivelare il destino scelto per Sesto quando Vitellia s’inginocchia ai suoi piedi confessando la propria colpa. Pur turbato dalla continua scoperta di nuovi nemici della sua persona, ancora una volta il clemente Tito decide magnanimo di concedere a tutti la sua clemenza, ed il suo generoso perdono .“Tu, è ver, m’assolvi Augusto”. Chiudendo così con la parola: “Clemenza”, il secondo atto dell’ultima fatica del Genio Wolfgang Amadeus Mozart”.

Analisi musicale

Caterino Mazzolà, poeta di corte dell’Elettore di Sassonia, operò senza dubbio d’intesa con Mozart una diversa lettura del dramma, perché questo venisse ridotto a vera opera, come scrisse in una sua annotazione lo stesso compositore, quando appose la sua firma sul catalogo delle sue opere il 5 settembre 1741.

Il classicismo riformista di Mozart e di Gluck era quindi ben lontano da quello del Metastasio, questo peraltro alla vigilia dell’importante allestimento, intuendo la metamorfosi venutasi a creare, in cui non c’erano più i presupposti per un’opera seria ed un testo appartenente a quel genere, per quanto splendido, necessitava di radicali mutamenti per poter venire ancora presentato al pubblico.

Si studiò così un’azione più fluida, ma così facendo si tolse il valore poetico e drammatico dei versi e l’intensità del movimento scenico. Fu considerato comunque estremamente efficace nella presentazione di sentimenti diversi in corrispondenza dell’eccezionalità della congiura; questo la notiamo proprio nel finale del primo atto significativamente denominato “quintetto con coro”.

Comprendendo le ultime quattro scene del primo atto, il concertato viene costruito attraverso il progressivo convenire di tutti i personaggi tranne Tito, nel mentre, proprio a questo punto del dramma, viene annunziato il suo assassinio. L’evento viene così commentato da tutto il cast, da ciascuno secondo il proprio ruolo, mentre l’orchestra assicura il collegamento tra le diverse entrate dei personaggi e con un motivo in “ostinato” sottolinea l’atmosfera di terrore in cui si svolgono i drammatici eventi.

La scena musicale si sdoppia su due piani: da un lato i cinque solisti sul proscenio, in balìa del disorientamento più totale, mentre dal fondo sentiam giungere le voci del coro con le sue inquietanti esclamazioni, ulteriore sgomento lo troviamo nei vari personaggi e si odono indistintamente: “Le grida, ahimè! ch’io sento / Mi fan gelar d’orror“, mentre si scorge in lontananza il Campidoglio devastato dalle fiamme. La natura corale di tutto il quintetto emerge soprattutto dopo l’unica reale cesura del brano, all’altezza di quell’Andante in cui culmina tutto il pezzo, in corrispondenza alla notizia della morte dell’Imperatore. Il ritmo drammatico rallenta improvvisamente in contrasto con la concitazione dell’Allegro precedente, per mantenersi sospeso sino al calare del sipario, quando l’atto si chiude lasciando nel più completo turbamento gli astanti.

Già dall’inizio del secondo atto, Mozart riprende con un recitativo secco, e con il secondo verso rivela come Tito sia ancora in vita. Scelta drammatica, ma di indubbia efficacia per chi, come i personaggi e gli spettatori, avevan già pensato alla sua fine nel precedente atto, dubbiosi che la tragedia si fosse già consumata. Tito è ancora una volta assente, ma nella quarta scena egli appare in tutta la sua grandezza attorniato da patrizi, cavalieri, pretoriani ed il popolo nel grande salone delle udienze. Il suo ingresso avviene in maniera molto spettacolare, ed è salutato da un singolare coro, la cui dolcezza pare intrisa di semplicità popolaresca, come di intenso sentimento religioso.

Nel secondo atto a Sesto vien riservato un taglio del suo personaggio molto, molto particolare, in parecchie occasioni addirittura di splendore drammatico/musicale. In particolare in due numeri successivi: il terzetto “Quello di Tito è il volto” e l’aria-rondò: “Deh, per questo istante solo”.

In essi rifulge al meglio l’inventiva melodica di Mozart: avviene così anche nella seconda sezione “Allegro del terzetto” nonché per tutta la durata dell’aria. Questo tema vien trattato come unico tema, quello di infinita angoscia come la morte: il desiderio di Sesto di morire, piuttosto di continuare a dibattersi in una sofferta quanto tormentata responsabilità morale. Se però la frase del terzetto “chi more / Non può di più penar”, ottiene una prevedibile, intensa intonazione del tutto consona al suo significato, abbiamo un’affermazione analoga nell’aria, “Tanto affanno soffre un core, / Né si more di dolor?”, ricevendo una veste musicale sconvolgente.

La melodia da rondò di Sesto fa la sua comparsa da un “altrove” di lunare lontananza, come una voce di gratificazione metafisica, estranea ad ogni dolore, che vien risolto come in un gioco innocente di prima genitura. Notiamo ora come i ruoli di Annio e Servilia assolutamente secondari nell’economia della musica, assurgano invece a una dignità inedita a causa della sincerità dei loro affetti.

Annio in particolare vive un momento di gloria anche nel duettino con Sesto “Deh, prendi un dolce amplesso”: analogo nel carattere al duetto con Servilia. Una peculiarità del Mozart dell’ultima maniera è rintracciabile pure nella predilezione per alcuni strumenti in auge da un capo all’altro della partitura, ed emergenti soprattutto in pochi momenti chiave. Il clarinetto solista compare nel momento in cui il piano per uccidere Tito entra in azione, cioè nell’addio di Sesto a Vitellia, l’aria: “Parto: ma tu, ben mio”.

Qui rappresenta la voce più profonda “dell’io” del personaggio, totalmente dominato dal fascino fatale della bellezza, il suo desiderio inappagato e illusorio dell’amore di Vitellia. Il corno di bassetto, questo fratello inquietante del clarinetto, si afferma invece al termine della vicenda, quando Vitellia prende la decisione suprema di sacrificare la sua ambizione; nel rondò “Non più di fiori” lo strumento è immagine dirompente e ossessiva della morte che la protagonista considera ormai come il suo inesorabile destino.

Il pezzo si era aperto ben diversamente, in un idillico Fa Maggiore chiamato a rappresentare la beata visione di tralci e corone di fiori intrecciate da Imene disceso dal cielo. Ma l’Allegro successivo disperde in un baleno ogni traccia della serenità del Larghetto per lasciar spazio ad un’estrema e tremenda immagine del clima di tragedia incombente, che ha gravato sull’azione dall’inizio dell’opera. Emergendo da questi abissi, la marcia e coro “Che del Ciel, che degli dèi”, collegate senza soluzione di continuità con il rondò di Vitellia, si rivelano invece come una folgorazione.

L’incubo della morte, la solitudine e l’angoscia della protagonista, il tetro lamento del corno di bassetto si infrangono contro lo splendore sonoro di un’orchestra carica di maestosa e solenne – si, finalmente solenne – ma non vacua della celebrazione del potere sovrano. Le lodi di Tito, ora intonate dal coro sugli splendidi e raffinati versi metastasiani, occupano quest’ultimo squarcio dell’opera, ambientato in un “Magnifico Luogo”; ovviamente questa manifestazione è la risposta esaltante di quell’imponente splendore imperiale.

Si tessono ora tutte le lodi al Divin Tito intonate intensamente dal coro con un enorme spirito di complementarietà. Questo occupa tutte le ultime battute dell’opera; vediamo esaltare quindi quella “Clemenza” dell’Imperatore, generatrice di perdono e di magnanimità.







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Stefano Moraschini

Stefano Moraschini

Stefano Moraschini si occupa di web dal 1999. Legge e scrive su, per, in, tra e fra molti siti, soprattutto i suoi, tra cui questo. Quando non legge e non scrive, nuota, pedala e corre. Oppure assaggia vini, birre e cibi. Fa anche altre cose, ma sono meno interessanti. Puoi metterti in contatto con lui su Google+, Twitter, Facebook e Instagram.

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