L’incidente del sottomarino nucleare K-141 Kursk

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Il K-141 Kursk era uno dei migliori sottomarini della marina russa. Fu varato nel 1995 e apparteneva alla Classe Oscar II, nome in codice dato dalla Nato ai sottomarini russi dotati di missili antinave e di testate nucleari. Era lungo154 metri, largo 18,2 metri e alto 9,2 metri. Poteva raggiungere una velocità di 32 nodi. L’equipaggio era formato da 118 uomini di cui 52 ufficiali. Il suo utilizzo abituale era il pattugliamento dei mari direttamente controllati dalla Russia e lo svolgimento di alcune esercitazioni che potevano riguardare manovre di attacco e difesa e il lancio di siluri a salve.

Il sottomarino nucleare russo Kursk K-141
Il sottomarino nucleare russo Kursk K-141

Nell’agosto del 2000 il sottomarino Kursk si trovava nel mare di Barens e la sua missione consisteva in una esercitazione durante la quale avrebbe dovuto sparare alcuni siluri a salve contro l’incrociatore “Pietro il Grande” appartenente classe Kirov.

Il 12 agosto durante le operazioni balistiche ci fu un’esplosione nella zona di lancio dei siluri, il sommergibile fu gravemente danneggiato ed iniziò ad imbarcare acqua, il sistema di controllo andò in tilt e una parte consistente dell’equipaggio morì. Una seconda esplosione, più deflagrante della prima, seppellì il Kursk, che si era già adagiato sul fondo marino, di detriti che intralciarono in seguito le operazioni di recupero.

Il sottomarino Kursk
Una foto del Kursk

Quando il sottomarino fu coperto dai detriti quasi tutti i membri dell’equipaggio erano morti. Solo 23 persone si spostarono in una zona non ancora invasa dall’acqua che tuttavia aveva delle forti infiltrazioni. Le comunicazioni con i superstiti erano impossibili ma in seguito, quando i soccorritori riuscirono a riportare in superficie il Kursk, trovarono alcuni lettere lasciate da alcuni di loro. Le ultime ore furono terribili perché, mentre l’ossigeno veniva consumato e l’acqua saliva di livello, poche erano le luci accese che si affievolirono nel giro di alcune ore e i  marinai sopravvissuti morirono la buio.

La commozione fu intensissima in tutta la Russia e in gran parte del mondo anche perché l’allarme, a livello internazionale, fu dato dopo 48 ore poiché il governo russo voleva tenere nascosta la notizia; questo affievolì ulteriormente le speranze dei superstiti che, infatti, furono recuperati già morti da una nave norvegese chiamata troppo tardi per effettuare un intervento di salvataggio.

La questione del salvataggio fu controversa, i tentativi russi fallirono tutti: prima si cercò di raggiungere il sottomarino con due capsule ma le condizioni del mare impedirono il successo dell’operazione che comunque si effettuò con una strumentazione inadeguata. Dopo questi fallimenti il Ministro degli Esteri Motsak ammise ufficialmente le difficoltà del suo governo e chiese aiuto a livello internazionale per un recupero veloce e urgente del relitto. La Norvegia inviò due navi predisposte per le operazioni di salvataggio la “Normand Pioneer” e la “Seaway Eagle”. Un mini sommergibile guidato da norvegesi e inglesi riuscì, il 19 agosto, ad introdursi nel relitto e a constatare che tutti gli uomini dell’equipaggio erano morti.







Nei giorni in cui si tentò di arrivare al sottomarino le polemiche, soprattutto all’interno della Russia, raggiunsero livelli molto acuti in particolare quando sembrò che il governo volesse nascondere le verità sull’incidente. In seguito, infatti, si parlò di una ipotesi completamente diversa da quella ufficiale sulle cause del disastro.

La versione ufficiale fu che il Kursk aveva subito l’esplosione di uno dei suoi siluri che causò una reazione a catena dirompente all’interno della struttura del sottomarino comportando una seconda esplosione fortissima e micidiale. La causa dell’esplosione fu la perdita di perossido d’idrogeno che veniva utilizzato come propellente per i siluri.

Il governo russo, tuttavia, aveva dichiarato, prima di dare questa versione ufficiale, che il sommergibile era stato colpito da un altro battello non di nazionalità russa. I primi sospetti, legati a questa ipotesi, caddero sulle due navi americane che seguivano a distanza l’esercitazione della marina russa: la “USS Memphis” e la “USS Toledo”. Il governo americano smentì immediatamente la notizia che peraltro alcuni giornali sia europei che americani avevano rilanciato senza alcuna prova, a parte le foto del sottomarino in cui appariva un foro circolare che poteva essere stata causata da un siluro.

Per insabbiare rapidamente tali sospetti e non consentire una libera analisi dei fatti, alcuni giornali ipotizzarono che il governo russo e il governo americano si fossero accordati economicamente: alla Russia sarebbe stato annullato un debito di diversi miliardi di dollari.

Questa teoria in seguito fu abbandonata sia per mancanza di prove sia perché il governo russo, dopo un’inchiesta ufficiale, decretò la tragedia del Kursk conseguenza di un incidente interno al sottomarino.

Il governo promise di trasformare la torre centrale del Kursk in un monumento nazionale ma nel 2009 il canale 21 di nazionalità russa scoprì il relitto in condizioni pietose e abbandonato in una discarica sulla penisola di Kala; tale notizia suscitò un moto di sdegno nell’opinione pubblica e l’intervento del comandante della flotta del Nord che promise di prendersi cura della torretta.

Non si ebbero notizie, in seguito, sulla fine ultima della torretta; tuttavia, con dolorosa ironia, si venne a sapere che il motivo principale del fallimento di questo progetto era stata la mancanza di fondi.







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Fulvio Caporale

Fulvio Caporale

Fulvio Caporale è nato a Padova e vive a Milano. Laureato in Scienze Politiche svolge la professione di consulente editoriale e pubblicitario. Collabora con case editrici e giornali cartacei e online occupandosi di libri, arte ed eventi culturali. Ha tradotto testi letterari e tecnici dallo spagnolo, dal portoghese, dall’inglese e dal catalano.

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