Intervista a Valerio Millefoglie

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Valerio Millefoglie
Valerio Millefoglie

Valerio Millefoglie. Nato a Bari nel 1977, performer teatrale, musicista (ha inciso il disco “I miei migliori amici immaginari” che contiene “Il Lottatore Mascherato con gli Occhiali”, una canzone di wrestling non violento), artista creativo e multidisciplinare, è, soprattutto, autore molto originale, forte già di diverse pubblicazioni nonostante la sua giovane età.

Dopo aver esordito con “Scontrini. Racconti in forma di acquisto”, scritto a quattro mani insieme con Matteo B. Bianchi, e dopo il libro assolutamente sui generis “Manuale per diventare Valerio Millefoglie” (entrambi editi da BCD),  nel 2012 è arrivata la chiamata dalla casa editrice Einaudi, per il suo ultimo lavoro dal titolo “L’attimo in cui siamo felici” (Stile libero Extra).

Il libro raccoglie i momenti di felicità di alcune persone realmente intervistate dall’autore nativo di Bari, nel corso di una sua ricerca capillare, la quale lo ha portato a distribuire i suoi “Questionari della felicità” nei luoghi di aggregazione sociali: dalle fermate metro ai ristoranti, dai locali notturni ai negozi, passando per bar, chiese, scuole, banche, supermercati e molti altri luoghi.

Per riprendersi dalla scomparsa del padre infatti, ben narrata nel libro attraverso brani di grande impatto emotivo, Valerio Millefoglie decide di verificare le proprietà terapeutiche della felicità. Per questa ragione, distribuisce migliaia di questionari in cui chiede di descrivere e cronometrare i momenti felici in una settimana qualsiasi. Le risposte, i ritratti delle persone comuni, i loro momenti di felicità, costituiscono il libro vero e proprio, il quale ha ottenuto non poche recensioni positive, oltre ad un buon interesse da parte del pubblico. In un’intervista, Valerio Millefoglie ha risposto ad alcune domande intorno al suo ultimo progetto e, anche, alla sua vita di creativo non solo dal punto di vista letterario.

Al termine di questa lunga ricerca, sei riuscito a dare una risposta (o quanto meno ad abbozzarla), alla domanda universale su cosa sia la felicità? O meglio, che idea ti sei fatto, tu, della felicità?



Il Mago Wolf, uno dei soggetti analizzati nel libro, ha scritto come ultimo attimo felice della settimana: “Finalmente ho finito il questionario della felicità”. La felicità cominciava a pesargli. Si sentiva quasi in dovere di viverla. Mi ha detto che forse è più bello non viverla, tenerla lì in attesa. Mi ha raccontato di avere due cassette ormai introvabili di un famoso prestigiatore americano, e una delle due la tiene lì da anni senza ascoltarla. Se l’ascoltasse la felicità si esaurirebbe. Dunque la felicità è qualcosa da non vivere. O da vivere a posteriori, nel ricordo che inevitabilmente ti fa provare malinconia. Mi capita di vivere bei momenti e dopo dieci minuti già mi mancano, nella mia testa sono già un passato lontanissimo cui pensare con rammarico.

Quale, l’episodio, il personaggio, l’attimo di felicità che più ti ha colpito e perché?









Mi viene in mente che il primo soggetto di cui parlo nel libro, che poi è stato anche il primo che ho incontrato, era molto felice con la religione. Ascoltando Radio Maria, andando in chiesa, uscendo a mangiare la pizza con il gruppo di preghiera. Mentre una delle ultime cartelle cliniche del libro parla di XXX, una ragazza che come primo attimo felice ha segnato “Tornare a parlare è bello”, perché si era volutamente tagliata la lingua in due. Poi aveva provato anche le sospensioni, facendosi appendere con dei ganci dietro la schiena. Entrambi mi sembrano due estremi, ma nel momento in cui li ho incontrati e mi hanno raccontato di loro, mi sembravano cose del tutto normali. Ci scandalizziamo sempre quando qualcuno fa qualcosa che noi pensiamo non faremmo mai. È un peccato questo.

Le tue presentazioni sono assolutamente diverse, rispetto alle solite. Come mai l’idea di una seduta psicoanalitica pubblica?

Il mio primo libro, il “Manuale per diventare Valerio Millefoglie”, l’avevo presentato in un teatrino equivoco in cui si esibivano dei trasformisti. Era un libro in cui per diventare me stesso provavo a entrare nei panni di personaggi fondamentali allora per la mia formazione. Dunque mi sembrava il luogo giusto e il periodo giusto. Poi quel locale è stato chiuso e difatti ora un libro come quello non lo scriverei. Allo stesso modo ne L’attimo in cui siamo felici ci sono le cartelle cliniche dei pazienti, persone che ho davvero incontrato e che ho provato a conoscere facendogli domande che non si fanno agli sconosciuti. Ho voluto ricambiare la cosa e in ogni presentazione mi sono steso su un divano e un vero psicoterapeuta del posto ha provato ad analizzare i miei attimi felici. All’inizio è stato bello e curioso, alcune volte mi sono reso conto di perdere un po’ il controllo o di cadere troppo nel cupo. Non so se ne farò altre di sedute, almeno pubbliche.

Anche prendendo in considerazione i tuoi precedenti lavori, è evidente il tuo cercare la gente, il contatto, attraverso esperienze reali, effettive, con poche, pochissime forme di invenzione. Come mai questo?

Io credo invece che le invenzioni ci siano. Partono dalla realtà, ma sono rielaborate. Nel libro è necessaria una borsa giocattolo da medico per trasformarmi in un vero dottor medico. Il primo medico che non cura i pazienti, ma che da loro si fa curare. Non essendo felice lui, che poi sarei io, decide di vivere le felicità con un transfert. Ci sono poi una serie di invenzioni immaginifiche: il suono di una tromba, “parapapà”, diventa una marcia per non ammettere di voler chiamare mio padre ad alta voce.

Ci sono autori che scrivono libri sulla guerra e non hanno manco fatto il militare. Mi sarei potuto immaginare le felicità di un mago illusionista, di un detenuto, mi sarei potuto anche inventare una fiera dell’imprenditoria funeraria, ma mi è sembrato molto più inventivo e forte andare a conoscere un vero mago, entrare in un vero carcere o passeggiare fra le bare con dentro lo champagne per mostrare agli acquirenti il sistema di refrigerazione. In uno degli stand della fiera funeraria mandavano la canzone I will survive. La realtà è molto più forte, bizzarra, fantasiosa e soprattutto vera.

Dal punto di vista musicale invece, qual è la tua ricerca? Può dirsi contigua, in qualche modo, a quella letteraria?

Le canzoni de “I miei migliori amici immaginari” sono in qualche modo narrative. Alla base ci sono sempre un protagonista e la sua storia. A volte le tre strofe potrebbero quasi essere suddivise in incipit, svolgimento e conclusione. Per i pezzi del nuovo disco sto cercando di liberarmi da questo. Già nei set dal vivo utilizzo più le macchine, i sintetizzatori, che comunque ti distolgono dalla cantautorialità. Provo canzoni frammentate, anche se la storia è più forte di me e si ficca ovunque. Dovrei avere una bella delusione d’amore per lasciarmi andare e scrivere canzoni senza capo né coda. Forse però ora fortunatamente mi succede.







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