Intervista a Paolo Danese

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Paolo DanesePaolo Danese. Nato a Torino nel 1984, cresciuto in giro per l’Italia, ha concluso la propria formazione scolastica presso il Collegio del Mondo Unito, a Victoria, in Canada. Completata una laurea magistrale in Relazioni Internazionali alla Cesare Alfieri di Firenze, con un anno di Erasmus a Londra, si è trasferito, nel 2011, ad Hong Kong, in Cina, luogo nel quale lavora e risiede. Da sempre appassionato del genere letterario fantasy, è autore del romanzo La minaccia di Taytos (Edizioni Montag, 2011), suo esordio narrativo a tutti gli effetti.

Intervistato, ha risposto ad alcune domande incentrate sul suo lavoro di scrittore di fantasy, genere che, in Italia soprattutto, rappresenta ancora un universo di nicchia.

Sei nato a Torino, hai vissuto un po’ in tutta Italia, con una “base” in Puglia. Hai studiato in Canada e a Londra, e attualmente lavori ad Hong Kong. E scrivi fantasy. Come mai questa passione per questo genere specifico? Che nasca, nel tuo caso, anche dal tuo peregrinare un po’ per il mondo: una sorta di ricerca e di bisogno di scoperta continua, d’altri mondi possibili?

Di sicuro un’infanzia e adolescenza un po’ vagabonda hanno stimolato in me la voglia di esplorare luoghi sempre nuovi. La scelta del fantasy in modo specifico credo nasca da un insieme di più fattori. Da un lato è un genere per il quale ho sempre provato passione sin dai tempi delle scuole medie inferiori, quando le sessioni di giochi di ruolo (in primis Dungeons & Dragons) erano una via di fuga. Poi, dopo aver vissuto in Canada, credo un altro livello sia subentrato: la mia immaginazione continuamente distillava i nuovi paesi visitati e le nuove esperienze che vivevo in storie epiche che si distaccavano dal mondo reale. Il fantasy mi ha permesso di creare un mondo dove tali avventure avessero un senso ed una continuità.

Quali sono le difficoltà di pubblicazione e diffusione che incontra un giovane scrittore come te, che ha scelto di “imbarcarsi” in un genere come il fantasy?

Direi notevoli. Sebbene i paragoni con realtà esterne all’Italia rischiano di essere fini a se stessi, non è difficile notare come in una qualsiasi libreria del Regno Unito, degli USA o persino qui in Cina, il fantasy è un genere che riceve molta più attenzione. Le cause di questa situazione meriterebbero forse un libro di saggistica a se stante, ma di sicuro credo una parte della colpa sia dovuta al fatto che troppo spesso il fantasy nostrano ha cercato solo di emulare il cugino anglosassone senza trovare una sintesi originale con l’enorme bagaglio culturale del Belpaese. Questo ovviamente ha un impatto sulle possibilità di pubblicazione in un mercato abbastanza “stretto”. Ciononostante, ci sono alcune coraggiose case editrici, soprattutto piccole, che non disdegnano gli autori nostrani e rischiano. Purtroppo ciò spesso significa che queste case editrici hanno grosse difficoltà a presentare i propri prodotti in maniera adeguata in giro per la penisola.

Com’è il livello italiano del fantasy e, soprattutto, la ricezione che ha verso il nostro pubblico di lettori? Puoi tracciare delle differenze rispetto agli altri paesi nei quali hai vissuto (compreso l’ultimo, ovviamente)?

Direi che il livello della letteratura pubblicata e` commisurato a quello dello stato del mercato del fantasy in Italia in generale. Da Francesco Dimitri a Licia Troisi a Francesca Angelinelli, ci sono autori che sono emersi ed hanno riscosso successo. Ciascuno ha dato un proprio apporto ad un sottogenere specifico del fantasy ma sento che manca profondamente una cultura del fantasy italiano che leghi questi e altri autori nostrani tra loro e che renda gli autori più affermati veri modelli per i nuovi arrivati. Per dirla con una battuta, manca la Scuola Holden del fantasy in Italia. Chissà, magari qualcuno si impegnerà a riguardo prima o poi!







Chi sono i tuoi modelli di scrittura fantasy e perché. E, se ne hai, i modelli universali.

In questo pantheon direi che la divinità maggiore è senza dubbio Tolkien, punto imprescindibile per chi è appassionato di fantasy, specialmente del sottogenere epico. Volendo fare un balzo di quasi sessant’anni in avanti dalla pubblicazione de Il Signore degli Anelli, al momento mi limiterei a citare due nomi tra tutti: Terry Brooks e Joe Abercrombie. Il primo è ben noto in Italia da almeno trent’anni quando venne tradotta La Spada di Shannara. Direi che il maggior contributo che Brooks ha dato a me personalmente è stato la capacità di creare un fantasy che trova un equilibrio notevole tra la necessità di creare e trasmettere al lettore un ambientazione d’ampio respiro mantenendo al tempo stesso un’attenzione particolare alla trama e alle psicologie dei protagonisti.
Joe Abercrombie e` invece secondo me un rappresentante del futuro del fantasy: è un autore giovane, purtroppo non ancora tradotto in italiano a quanto ne so. Ho letto i suoi primi quattro libri in inglese e devo dire che sono una ventata d’aria fresca. Anzi, sono proprio un cazzotto in faccia. Questo nel senso che Abercrombie fa quello che ogni bravo scrittore riesce a fare, prendere i topoi del genere e rovesciarli come un calzino. Da quel punto di vista i romanzi di Abercrombie sono innovativi come pochi altri che ho letto nel genere negli ultimi anni.
Modelli universali. E` una domanda difficile perché nonostante il fantasy sia la mia passione ho cercato di leggere di tutto: da “I Demoni” di Dostoevskij a “Lolita” di Nabokov, fino ad uno tra i miei preferiti, Chuck Palahniuk, autore di “Fight Club”. Se dovessi citare due opere che mi hanno segnato, dico “L’Alchimista” di Coelho e “L’Enigma del Solitario” di Gaarder. Due romanzi che (s)confinano nel fiabesco, non di genere fantasy ma che ricordo perché incarnano quella sospensione della incredulità che sta alla base della scrittura creativa.

La minaccia di Taytos in poche righe: cos’è e, soprattutto, perché.

La Minaccia di Taytos è il primo libro di una trilogia, perlomeno nelle mie intenzioni. È un romanzo che ha il compito di raccontare la prima grande avventura del protagonista della serie, Boren di Siskail, sulla cui vita ovattata da nobile si abbatte una tragedia dapprima familiare e poi qualcosa di ben più grande e sinistro. Il perché del romanzo credo richieda una risposta egoistica: perché mi piace raccontare storie e vorrei continuare a farlo. Credo ogni motivazione aggiuntiva, per quanto “nobile”, sarebbe eccessiva per un giovane scrittore alle prime armi!

Nel tuo libro, ci sono riferimenti alla realtà, pur con le naturali invenzioni previste dal genere? Insomma, uno scrittore di fantasy può dire la sua, forse e meglio, di un altro autore appartenente ad un genere “più terreno”?

Benché il mondo del romanzo abbia una vita a se stante, molti dei luoghi descritti sono stati ispirati dai miei viaggi. Quindi da quel punto di vista il mondo reale vi è riflesso e trasfigurato di certo. Per quanto riguarda il “dire la mia”, penso che riuscire a trasmettere un “messaggio” attraverso i romanzi sia un compito assai difficile. Sebbene la penna dell’autore tradisce sempre almeno alcune delle sue idee, ritengo sia importante perfezionarsi come veicolo della storia prima di essere in grado di modellarla su di un certo ideale. Al tempo stesso, credo che spesso ci sia molta più discussione di grandi temi morali in libri fantasy, vedi le opere di George Martin, che non in tanta narrativa all’apparenza più “realistica”.

È previsto il seguito di Taytos?

Grazie della domanda e la risposta è affermativa. Sono in fase di revisione del mio secondo romanzo che si espande sul conflitto e sulla storia raccontata nel primo. Non aggiungo altri spoiler.







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Mentre continuo a lavorare sul secondo romanzo, ecco un'intervista recente. Buona lettura e grazie Alessandro Galano di Ubik Foggia Eventi Live!