Intervista a Mario Desiati

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Mario DesiatiScrittore affermato, editor e talent scout, prima per Mondadori e di recente per Fandango, che lo vede ricoprire la carica di direttore editoriale, Mario Desiati è un intellettuale pugliese, nativo di Martina Franca, il quale dal 2000, anno del suo trasferimento romano, arricchisce il patrimonio culturale e letterario nazionale con la sua scrittura: intensa, impegnata e di grande spessore.

Il suo esordio è da poeta, nelle antologie “I poeti di vent’anni” (Stampa 2000) e “Nuova poesia italiana” (Mondadori 2004), nel periodo che lo ha visto caporedattore della storica rivista “Nuovi Argomenti”, pupillo del noto scrittore Enzo Siciliano.

Il suo primo romanzo è datato 2003 e si intitola “Neppure quando è notte” (PeQuod). Tra i suoi romanzi di maggiore successo si ricorda soprattutto “Vita precaria e amore eterno” (Mondadori 2006), vero e proprio manifesto della rabbia dei giovani “lavoratori a scadenza”, figli della Legge Biagi e di altre demistificazioni di qualsiasi prospettiva immediata di futuro, tanto dal punto di vista professionale che esistenziale.

Nel 2011 inoltre, il regista Pippo Mezzapesa ha portato sul grande schermo il film “Il paese delle spose infelici”, tratto dal romanzo omonimo dell’autore di Martina Franca ed edito nel 2008 da Mondadori, il quale ha riscosso ottimi consensi anche al Festival del Cinema di Roma. Inoltre, sempre nello stesso anno, Desiati ha pubblicato il romanzo Ternitti (Mondadori), entrato nella cinquina finalista del Premio Strega 2011, il più importante riconoscimento letterario italiano, giungendo al quarto posto in classifica. È, senza ombra di dubbio, uno dei migliori autori italiani.

Partiamo dal cinema. “Il paese delle spose infelici diventa un film”. Fedele o infedele rispetto al romanzo, felicemente o non, e, soprattutto, cosa avresti fatto e cosa avresti tolto dalla pellicola, se ne avessi avuto la possibilità?

Il film è largamente infedele. Ha tradito il libro in tutte le salse, però è un tradimento felice. Lo sguardo di Pippo Mezzapesa ha intercettato l’anima del romanzo, i luoghi, i personaggi nella loro essenza … Non ho partecipato volutamente alla sceneggiatura proprio perché penso che il lavoro cinematografico non si improvvisa e per questo non saprei dire cosa avrei aggiunto o tolto. Ovviamente, per fare di più ci sarebbero voluti molti più soldi, per cui essendo una piccola produzione si può dire che il risultato ottenuto è già di suo  prodigioso.

Mario Desiati scrittore più novecentesco, si è detto e hai detto tu stesso, per stile e tematiche letterarie. Perché ti senti più legato al secolo trascorso, nonostante la tua attività di scrittore si svolga tutta nel nuovo millennio, per giunta interpretando non poche tematiche contemporanee?

È un gioco, il mio. Dico novecentesco perché amo certi scrittori, spesso della prima metà del Novecento, talvolta non italiani. Se dovessi cercare degli autori che rileggo molto di più, soprattutto in questa fase della mia vita, direi Goffredo Parise, più di tutti, al quale mi sento legato. Uno scrittore che è nel cuore del Novecento italiano ma che non è considerato al pari di autori come Gadda, Pasolini e Moravia. Uno scrittore ancora da scoprire del tutto, secondo me. Per il resto, in realtà, sono molto poco novecentesco. Oggi va una scrittura che o ti fa sentire molto intelligente quando la leggi, o fa sentire intelligente lo scrittore stesso, e sono due tipologie a me lontane, oppure va molto una scrittura minimale, che sottrae, e che a volte a forza di sottrarre finisce per rinunciare a elementi importanti come il ritmo, la ricchezza delle figure retoriche, lo stile. Io amo molto la poesia, vengo da lì, e penso che la poesia si poggi molto sullo stimolo continuo dei cinque sensi: ciò che leggiamo lo vediamo anche, lo sentiamo davvero.

“Ternitti” è la storia di una tragedia legata al mondo del lavoro, sintetizzando al massimo. Da dove nasce il desiderio di raccontare questo tipo di storia? E come mai ti sei affidato ad un personaggio femminile come la tua Mimì Orlando, per farne la vera protagonista del libro?

Avviene sempre un’empatia tra lo scrittore e ciò che racconta, in relazione a qualsiasi tipo di personaggio narrato. Tante volte lo scrittore racconta un personaggio di cui idealizza una serie di sentimenti, legati ad un innamoramento, o anche a qualcosa di erotico. Io in Mimì ho messo tutte le qualità di una donna di cui sono profondamente innamorato, e probabilmente è venuto un personaggio molto più incisivo rispetto agli altri personaggi maschili dello stesso romanzo. Però mi piace perché è anche una donna molto simile a tante donne del Sud, che hanno forza, coraggio, non hanno paura della solitudine e di quello che dice la gente, si prendono carico di famgili particolari, proprio come quella di Mimì.







Premio Strega 2011: entri nella cinquina. In tutta sincerità, quanto contano premi come lo Strega, considerato il più importante di tutti? E poi, davvero questo premio ed altri sono in grado di rappresentare il meglio di una stagione letteraria?

Questo premio ha di sicuro un pregio, che è quello di far conoscere ad una grande fetta di pubblico dei libri. Come tutti i premi poi, è molto soggettivo. Ovviamente, se partecipi ad un premio letterario devi accettare le sue regole, la sua storia. Quando ho partecipato, l’ho fatto con spirito goliardico, di chi non ha niente da perdere. L’ho presa con molta leggerezza ed è andata bene così.

Mario Desiati è uno scrittore impegnato o no? È ancora possibile fare questa distinzione?

Credo sia pericoloso per uno scrittore dire o sentirsi “impegnato”. Credo che basterebbe dire che uno scrittore è responsabile di quello che scrive, quello sì. Sono responsabile di ciò che scrivo e mi carico delle eventuali conseguenze.

Desiati editor e, di recente, direttore editoriale di Fandango. Come scrive, oggi, il sottobosco letterario? E soprattutto, riesci a tenere fuori, quando fai lo scrittore, i cosiddetti “ferri del mestiere” dell’editor?

Quando ti dicevo che la mia impostazione è novecentesca, penso che questo sia il campo nel quale meglio si esprime questa specie di caratteristica. Larga parte degli scrittori nel Novecento ha lavorato nell’editoria e credo che sia importante che nell’editoria vi lavorino scrittori, in quanto solo loro sono capaci di comprendere quanta sofferenza c’è nella stesura di un libro. Da quando lavoro anche dentro l’editoria, posso dire che la grande maggioranza di lavori che arrivano non sembra avere minimamente idea di ciò che facciamo con la casa editrice, cosa un po’ sconfortante, a dire la verità. Come se non avessero letto nemmeno il catalogo. Con Fandango, nello specifico, abbiamo cercato di uscire dalle forme tradizionali del romanzo, portando magari a scrivere anche chi, pur di talento, non sembra avere nelle proprie corde questo genere.

Soddisfatto, dei risultati ottenuti da direttore editoriale, in questi anni?

Il piano era quinquennale. Siamo a metà. Di alcuni autori siamo riusciti a pubblicare anche il secondo lavoro, che è il risultato più importante. Di altri no, o non ancora. La mia sfida è quella di crescere questi autori, di accompagnarli. Per il momento, ancora non siamo riusciti del tutto nell’impresa.

Pensando sempre a “Ternitti”, ma anche ad altri tuoi romanzi e non solo. Secondo te, una terra, può davvero riscattarsi tramite la letteratura?

La letteratura salva. Ti dà delle chance in più. Tasselli aggiuntivi rispetto a quello che vedi. L’immagine che hai davanti è leggermente più grande, dopo un libro. In questo senso sì, ci riesce. Anche se ci sono cose, come l’emigrazione ad esempio, che nemmeno la letteratura può riscattare.







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