Intervista a Marco Cetera

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Marco Cetera
Marco Cetera

Marco Cetera. Nato a Castellaneta, in Puglia, il 15 ottobre 1974. Maturità classica, laurea in filosofia a Bari, master in scrittura pubblicitaria a Roma. Nel 2001 si trasferisce a Milano e lavora in diverse agenzie pubblicitarie come copywriter, partecipando all’ideazione e alla realizzazione di importanti progetti di comunicazione di respiro internazionale. Dal 2010, vive e lavora a Trieste in una ventosa agenzia creativa che vende idee e boccate d’ossigeno. Da sempre appassionato di letteratura, scrittore soprattutto sul web, nel 2012 ha creato dal nulla un sito di “enciclopedismo digitale” – come lo definisce lui stesso – interamente dedicato alla letteratura e ai molteplici richiami possibili ad opere di tutti i generi, dai classici ai moderni, passando per Aristotele e per i teoremi di Euclide. Un vero e proprio poema giocato tutto sugli ipertesti, composto da parole e frasi e versi tratti dalle opere dei più importanti autori di sempre, “riposizionati” più che rivisitati, in una chiave testuale del tutto nuova e on the web. Per Marco Cetera, si può dire che la letteratura è tutta un link – continuo, mirabolante, appassionante. Il sito in questione è www.comenondetto.net , e l’intervista che segue ruota perlopiù attorno a questa sua originalissima creazione.

Partiamo da “prima del principio”: che cos’è un “poema musivo ipertestuale”?

Il termine musivo indica un’opera eseguita con la tecnica del mosaico. E “Come non detto” è a tutti gli effetti un mosaico. Solo che al posto delle tessere colorate, vengono utilizzate le parole. Per comporre il poema ho ritagliato esattamente 2.000 citazioni di altrettante opere, tutte di autori diversi, che poi ho assemblato secondo un ordine narrativo tutto mio. L’ipertestualità, invece, è data dai link che consentono al lettore del sito di approfondire ogni singola citazione, di conoscerne la fonte bibliografica, di leggere la biografia dell’autore a cui quella frase (o parola) appartiene.

Un po’ come i collage dei cubisti e dei futuristi di primo Novecento in versione digitale…

In un certo senso, sì. Volendo si potrebbero citare anche le opere dei neo dadaisti, della pop art e del nouveau realism a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Tuttavia, in questi casi, ci troviamo di fronte a dei collage. “Come non detto”, invece, è un mosaico. Tra le due tecniche vi è una differenza sostanziale: mentre nel collage i pezzi di materiale vengono spesso accostati o sovrapposti tra loro in modo più o meno disordinato, le tessere del mosaico sono invece incastrate l’una accanto all’altra. In un caso si ostenta la frattura degli elementi che compongono l’opera, nell’altro si ricerca la continuità e la fusione armonica delle tessere, per un risultato finale che mascheri il più possibile l’espediente tecnico. “Come non detto” è molto più vicino ai mosaici della basilica di San Vitale che ai patchwork di Rauschenberg.

Volendo fare una sintesi tra le varie definizioni che ne dai sul sito, cos’è www.comenondetto.net? E come nasce, quale ispirazione hai avuto?

Nel 1968, Roland Barthes annuncia “la morte dell’autore” (cfr. l’opera omonima di Barthes in Il brusio della lingua, Torino 1988). Secondo il semiologo francese l’autore non esiste, si riduce a mero luogo di incontro di linguaggio, citazioni, ripetizioni, echi e referenze. In un certo senso, Come non detto vuole essere una dimostrazione empirica della tesi sostenuta da Barthes. È un lyric essay, cioè un’opera a metà strada tra la poesia e la saggistica. Prosa in versi, ma con un contenuto inequivocabilmente filosofico. Le ispirazioni sono molteplici. Barthes e arte bizantina a parte, la “musa” (radice del vocabolo “mosaico”) è Nanni Balestrini. Da un punto di vista strettamente formale, il poema musivo risente evidentemente della tecnica combinatoria avviata dalle sperimentazioni balestriniane. La trama, invece, riprende ambientazioni kafkiane e orwelliane infarcite di fantasie metafisiche à la Borges. Se invece dovessi indicare i paletti filosofici ai quali ho agganciato la fitta rete di rimandi del poema, sicuramente citerei lanarchismo epistemologico di Feyerabend, l’Eterno ritorno di Nietzsche e il decostruzionismodi Derrida.

Quanto è stato oneroso, in termini di fatica e di ricerca, lavorare a Come non detto?

Circa quattro anni fa, quando lavoravo ancora a Milano, mi capitava spesso di trascorrere la pausa pranzo nella piccola Biblioteca di Parco Sempione. Dalle 13 alle 14 circa, mi chiudevo lì dentro – una bella struttura in vetro, ferro e cemento, in mezzo al verde del più bel parco della città. Salutavo i bibliotecari schierati dietro il bancone d’ingresso esibendo la mia tessera, mi dirigevo verso gli scaffali di Letteratura, passavo velocemente in rassegna i dorsi dei libri, ne raccoglievo uno al volo, mi sedevo e subito iniziavo a precipitare in quelle pagine “alla ricerca della lessia perduta”.







Sempre così, in pausa pranzo, a capofitto sui libri. Lettura veloce. Gli occhi che rincorrevano le parole, riga dopo riga. Senza mai dare peso a quello che mi succedeva intorno. Avevo solo un’ora di tempo, dovevo cercare di mantenere il massimo della concentrazione. Gozzano, Soyinka, Endo, Malcolm X, Cicerone. Senza distrazioni. Veloce. Un giorno, però, mi sono fermato e ho sollevato lo sguardo. Intorno a me c’erano solo, dico: solo – certo, non è sempre così, ma quella volta sì – c’erano solo barboni. Ce n’era uno che leggeva Platone, quello che sfogliava il Corriere, un altro con le cuffie che sembrava molto contento di ascoltare qualcosa, un altro molto soddisfatto di leggere chissà cosa. E io, in mezzo a loro, che mi guardavo intorno con aria interrogativa. Ecco, per un’ora al giorno, per sette anni, è come se avessi vissuto come loro.

Per la tua opera, si può parlare di “pastiche” telematico-letterario, di depravazione bibliografica on the web, di implosione filologico-multimediale? Come la definiresti, trovandoti dall’altra parte, nei panni di un (talvolta spietato) utente della rete?

Io la definirei “enciclopedismo digitale”. Prima di assemblare i duemila tasselli di testo che compongono i dieci capitoli dell’opera, ho dovuto affrontare un lungo lavoro preliminare di selezione degli autori da utilizzare. Questa ricognizione bibliografica mi ha consentito di ricostruire una mappa del sapere che spazia dalla letteratura alla fisica teorica, dai fumetti alla filosofia. Un lavoro che è confluito nell’Indice tematico del sito e che, credo, possa tornare utile anche al lettore. Vuoi conoscere gli autori più significativi della letteratura slovena o i filosofi più importanti del pensiero occidentale? Semplice, clicca qua.

C’è un motivo per cui alcune lessie sono lunghe ed esplicative quasi, ed altre sono composte unicamente da una singola parola? C’è qualcosa di “politico” (penso a “merda” usato per citare Moccia… ndr)?

No, la lunghezza delle lessie è quasi sempre casuale. Risponde solo alle mie esigenze compositive o, in alcuni casi, alla necessità di colmare uno spazio vuoto tra una lessia e l’altra. Non esiste, quindi, una corrispondenza diretta tra il valore di un autore e il numero di versi che la sua citazione occupa all’interno dell’opera. La «merda» raccolta da “Tre metri sopra il cielo” può tutt’al più indicare la possibilità, purtroppo non infrequente, di incontrare deiezioni canine sui cavalcavia delle autostrade. Nient’altro.

Per un giovane autore come te, che ha scritto perlopiù sul web, tra racconti e altro, quanto è difficile farsi conoscere? E soprattutto, il web, è un’opportunità concreta o un fantasioso mezzo di dispersione di massa?

Per un giovane scrittore è sempre difficile tutto. Soprattutto in Italia, soprattutto oggi. Ma il web, in certi casi, può rappresentare un’ottima chance per far sentire la propria voce. E questo perché internet attiva meccanismi di partecipazione più democratici e aperti rispetto ai media tradizionali. Ha il pregio di dare spazio alle idee che vengono dal basso. Possiede la capacità di amplificare in maniera selettiva, ma spontanea, i progetti veramente validi. Anche senza il contributo economico della grande industria culturale.

Credi che il tuo progetto possa avere una traducibilità cartacea?

Perché no? In Italia, la stragrande maggioranza dei lettori è ancora legata (a volte in maniera quasi feticistica) al supporto cartaceo. Se serve a farsi leggere, ben venga il Come non detto di carta. Io, personalmente, preferisco l’eBook. Comunque, in attesa che una casa editrice voglia fare il miracolo e trasformare il mio freddo codice html in un caldo prodotto tipografico stampato su carta, suggerisco di continuare a leggere CND sul web. Se proprio si avverte la mancanza del contatto con la carta, ci si può sempre aiutare con il fantastico Smell of Books!







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