Intervista a Luciano Canfora

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Luciano Canfora è docente di Filologia classica all’Università di Bari e coordinatore scientifico per la Scuola Superiore di Studi di San Marino. Con ogni probabilità è il più autorevole conoscitore della civiltà e della cultura classica a livello nazionale, con particolare predilezione verso il mondo dell’antichità greca. Inoltre è saggista, esperto di storia greca, storia romana, letteratura greca, secondo l’Istituto di Enciclopedia Italiana: “profondo conoscitore della cultura classica”, direttore dei “Quaderni di storia” e collaboratore fisso delle pagine culturali del “Corriere della Sera”. È autore di manuali e libri di grande importanza, tradotti anche all’estero, tra i quali è opportuno ricordare “La storia falsa” (Rizzoli 2008), “La biblioteca scomparsa” (Sellerio 2009),  “Il viaggio di Artemidoro” (Rizzoli 2010).

Luciano Canfora
Luciano Canfora

A dicembre del 2011, vede le stampe un nuovo, importantissimo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Laterza per la prestigiosa collana “I Robinson”, interamente dedicato alla civiltà, alla politica, alla cultura e alla società ateniese. “Il mondo di Atene”, questo il titolo dell’opera, cerca di penetrare una volta per tutte nel cuore di un termine nato in Grecia e, ancora oggi, tra i più pronunciati e discussi, sulla cui essenza si è arrovellato il pensiero dei più grandi pensatori occidentali: la democrazia. Di seguito, alcune considerazioni del professor Canfora intorno ai principali temi trattati nel suo volume, carpiti nel corso di una presentazione del suo libro dedicato ad Atene.

Qual è la particolarità della democrazia ateniese, se è davvero lì che nasce? Quali sono i luoghi comuni da sfatare?

L’esperimento politico che siamo soliti chiamare con il termine “democrazia” ha in Grecia la sua origine, per quello che se ne sa. C’è un’idea secondo cui una “comunità che si raduna per decidere”, come potremmo definirla, non sia prettamente un’invenzione greca, come ha sostenuto un grande studioso indiano, Amartya Sen, secondo cui forse già in India, in precedenza, era presente questa ipotesi operativa.
Ad ogni modo, il meccanismo della democrazia antica è un meccanismo elementare, consistente nel fatto che coloro i quali si riconoscono come detentori di piena cittadinanza, si radunano per decidere in merito ad alcuni problemi fondamentali. Trae origine da una dimensione modesta dunque, legata alla comunità e va vista, pertanto, come lo sviluppo di un modo di essere di una comunità di piccole dimensioni.
È importante notate che non esiste in latino il corrispettivo di questa parola: “democrazia”. Cosa che ci porta a dire che è facile affermare dove nasca questa parola, il luogo, per quanto non sia affatto semplice, invece, indicare quando effettivamente essa cominci ad essere attuata. Gli stessi Ateniesi, cercavano sempre di retrodatare la nascita della loro “democrazia”: era un loro vanto. Come a dire “da sempre abbiamo avuto questo modello politico” e si veda, come esempio, la tragedia di Euripide, “Le supplici”. Naturalmente non può essere così anche se, nel momento in cui si consolida, la democrazia, essa ha, questo sì, quale grande novità rispetto a qualsiasi altra forma di governo, quella che anche i poveri hanno diritto alla cittadinanza. Questo significa che essi vanno all’assemblea e che contano, che pesano, anche loro.

Anche la tirannide, come forma di governo, nasce nella stessa terra nella quale prende avvio la democrazia. In Grecia. Quali differenze, allora?

Quando si consolida la democrazia, di conseguenza, viene subito indicata nella cosiddetta “tirannide”, il suo esatto contrario. “Noi siamo diventati democratici”, dicono gli ateniesi, “abbattendo la tirannide”: si crea dunque una polarità, due valori opposti, antitetici. È realmente così? O è solo propaganda?
La risposta è nel termine stesso della parola, almeno alla sua origine, facendo riferimento al momento in cui essa è una forma di governo a tutti gli effetti. Tirannide, in realtà, è difatti un termine di convenzione. È un’istituzione altamente positiva nel mondo greco e non bisogna vedere il significato che ha assunto successivamente: nel mondo di Atene, è una forma di mediazione dei conflitti, tra clan, tra grandi famiglie. Significa proprio mediatore, il termine “tiranno”. Ovviamente, necessita di una base sociale di tipo popolare, per essere accettato, questo mediatore. La tirannide ad Atene pertanto, ha avuto una lunga storia, nel VI secolo A. C., con Pisistrato, di cui parla a lungo Aristotele.
Il tiranno può ben dirsi il primo capo popolare nella storia dell’antica Grecia e la democrazia è una costola della tirannide. Dice Erodoto, nel suo racconto della nascita della democrazia, che Clistene, quando instaura questo nuovo modello, ebbene, porta nella sua eteria, nel clan personale, il cosiddetto “demo”, ossia il popolo. La differenza con il modus di Pisistrato sta esclusivamente nella rotazione delle cariche, a differenza del tiranno il quale, nel suo sistema, prevede al comando sempre le stesse persone. Clistene, stando ai fatti, disfa un ordinamento legato alle tribù gentilizie e realizza una divisione in dieci tribù territoriali, ognuna delle quali composte da demi, da comunità più piccole. La differenza dalle altre città sta solo in una: quando i non possidenti, che non hanno una ricchezza propria, come i marinai che fanno muovere le navi, diventano dei cittadini pienamente riconosciuti. Più che il modello ad essere differente, è la qualità e il numero dei fruitori.
Democrazia, infine, nella sua forma letterale di “potere del popolo”, non è una forma costituzionale, ma una definizione che danno i nemici di questo sistema, il quale per la prima volta dichiara di mettere il potere nelle mani di un ceto non possidente, che ha dalla sua una risorsa enorme, ossia il ceto intorno al quale funziona l’impero marittimo. È l’impero che crea il potere popolare, e non viceversa.

Qual è la reazione dei ceti dirigenti ateniesi, dopo il consolidamento di questo nuovo tipo di modello?







I ceti dirigenti restano sempre in vetta, come si dice. Di fronte a questa straordinaria novità, reagiscono nella maniera più naturale possibile, in quanto restano sempre le stesse famiglie sulla scena e restano sempre tali: potenti, forti, anche dopo. Però, qui la differenza, lo scarto con gli altri sistemi, esse accettano di guidare questa nuova modalità, assumendo come strumento basilare quello dell’assemblea popolare. Rispetto a prima, tale assemblea, è un sistema estremamente più attivo e reattivo, con l’allargamento della cittadinanza. Tucidide, a tal proposito, biografo di Pericle, dice che lui preferiva “guidare, piuttosto che essere guidato”. Ne tesse le lodi, per così dire, di autoritario, senza rinunciare al riconoscimento dell’assemblea: significa che, anche Pericle, per quanto potente, di certo non poteva rifiutare la modalità dell’assemblea.

Punto centrale della storia ateniese, come si legge nel libro, è il 415. L’anno della spedizione ateniese in Sicilia, la quale non è di fatto obbligata, così come viene posta dagli storici greci. Perché questo? Cos’è che fa pendere sul piatto della bilancia una decisione piuttosto che un’altra?

Gli otto libri di Tucidide sono un monumento e siamo fortunati ad averli. Lui presenta il suo racconto come vero, assicura il lettore in modo autorevole e, al tempo stesso, promette e mostra di realizzare un racconto completo e senza vuoti. È evidente che non può essere così. È come se, della seconda guerra mondiale, noi avessimo perso tutti gli archivi e le cronache e ci basassimo solo sul libro “La storia della seconda guerra mondiale” di Winston Churchill: una visione assolutamente soggettiva, per quanto valida.

Quando ci si pone la questione del perché gli ateniesi, dopo dieci anni di guerre, con una pace molto gratificante abbiano deciso, appunto, di muovere guerra alla Sicilia, bisogna considerare moltissimi aspetti, e tenere a mente che si tratta di un momento di capitale importanza nella storia di Atene.
La città infatti, vive una pace molto gratificante rispetto al passato, perché viene accettato a tutti gli effetti l’impero di Atene, finalmente riconosciuta da Sparta e dalle altre potenze: si tratta di una vittoria diplomatica enorme. Il parallelo, può essere tracciato prendendo come termine di paragone moderno la conferenza di Helsinki del ’75, di cui molti governanti hanno dimenticato persino l’importanza, la quale riconosceva, all’epoca e in punta di diritto per la prima volta, tutti i confini dopo 1948, ossia dopo le traversie e i processi della seconda guerra mondiale, e lo faceva davanti a potenze come gli Usa, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Comunità Europea.

Per tale ragione, questa pace che vive Atene, non andrebbe affatto violata, così come vogliono molti ateniesi. Come viene convinta, allora,  l’assemblea popolare? La decisione è presa dopo una lunga oratoria da parte di Alcibiade. Stando al racconto di Tucidide pertanto, si evince che è l’oratoria, la retorica, la parola dunque, a consentire ad Alcibiade di portare dalla sua parte l’assemblea, superando le diffidenze anche di chi lo accusava di voler muovere guerra unicamente per soddisfare le proprie ambizioni personali.

Questa qualità della parola, dunque, apre il campo ad un altro mito ateniese: la straordinaria fioritura culturale di quell’epoca.

Il rigoglio che vive in una certa epoca Atene è senza precedenti. Non c’è stata alcuna letteratura, alcuna filosofia tebana o spartana di pari livello, prima e dopo. E va rilevato inoltre che, durante questo splendore culturale, vige anche questo sistema politico, democratico appunto, cosa che ci legittima a mettere in relazione queste due cose: il rapporto che c’è tra questi cittadini e questa grande cultura che ne viene fuori. Al centro però, non va dimenticato, di questa grande cultura, c’è il teatro, il quale è il cardine, è l’altro luogo di educazione collettiva, un elemento importantissimo e non circoscrivibile unicamente all’ambito culturale.
Il teatro pertanto, non a caso è gestito dalla città in prima persona, con i magistrati che presiedono la giuria, con i premi, le gare, le selezioni e quant’altro. E questo perché è un’articolazione statale vera e propria, un impegno pervasivo. Questo implica una produzione costante a livello drammaturgico e da parte di un’enorme moltitudine. È un miracolo, quello ateniese di cui si parla a livello culturale, intimamente connesso al fatto che la città stessa, abbia investito totalmente nel teatro, ritenendolo una fondamentale articolazione dell’educazione collettiva.







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