Intervista a Italo Ghirigato

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Italo Ghirigato. Nato a Bolzano, sociologo affermato, docente e progettista della formazione, esperto di comunicazione a trecentosessanta gradi, oltre ad aver pubblicato nel corso della sua carriera professionale diversi lavori di saggistica più o meno legati ai suoi campi scientifici, da alcuni anni si è ritagliato un posto anche in ambito più strettamente narrativo.

Dopo l’esordio datato 1997, con “Un crucco in classe” (Edizioni Praxis), e “Autobus. Storie rubate” (Curcu & Genovese, 2010), nel 2012 ha pubblicato – supportato dall’agenzia letteraria “la Bottega editoriale” – il suo ultimo lavoro, dal titolo “Amori clandestini” (Sovera), il quale riunisce sei racconti sotto la tematica universale dell’amore.

I motivi di questo slancio stilistico e contenutistico sono racchiusi in un’interessante intervista nella quale, oltre al punto di vista del narratore, emerge anche quello del sociologo: attento osservatore della “commedia umana” alle prese, in questo caso specifico, con il sentimento più misterioso di sempre.

Come mai, un sociologo, saggista ed esperto di formazione e comunicazione (in senso molto tecnico e settoriale), sente il bisogno di scrivere un libro sull’amore (anzi sugli amori, come lascia intendere l’opera, raccogliendo appunto sei brani sul tema)?

Per una doppia sfida con me stesso. Come scrittore (in senso lato, non solo come narratore, ma come comunicatore che scrive), perché non è facile parlare d’amore in modo non banale, non scontato. Non è facile descrivere il piacere coniugato alle mille emozioni che ti provoca l’amore (o meglio ancora: i diversi tipi di amore), così come la tortuosità, l’ambivalenza e la sofferenza che a volte ti fa vivere. O ancora: descrivere gli atti con cui si manifesta, come il rapporto sessuale. E poi come impegno a “sdoganare” una certa immagine pubblica di me a volte troppo legata all’immagine del professionista o della persona impegnata nel sociale.

Il primo brano tratta proprio di una sorta d’amore clandestino, ma perché lo ha scelto per dare il titolo all’intera opera? Che l’amore sia, per sua natura, “clandestino”?







Il suo interrogativo è azzeccato e contiene già la risposta. Sì, ritengo che gran parte dell’amore viva clandestinamente in noi e negli altri. Non com’e inteso nel senso comune (i racconti sono molto spiazzanti in proposito) ma come impossibilità, o incapacità, o “incompetenza” ad esprimere e rivelare i nostri sentimenti e ad accogliere quelli degli altri. Il primo racconto, poi, è emblematico perché rivela un concetto di clandestinità che ritroviamo anche nelle altre storie, una clandestinità mai cercata, mai architettata, mai torbida, ma che offre ai protagonisti una condizione inaspettata per vivere sentimenti intensi e veri.

Quali differenze ci sono (a parte l’argomento) con le sue precedenti incursioni nella narrativa? Perché l’uso dello strumento del racconto, per narrare (seppur da più lati), un sentimento universale come l’amore?

In Amori clandestini c’è uno stile narrativo che considero ancora più maturo dei miei precedenti libri, sia nella scrittura che nella costruzione delle trame, così pure nella densità dei significati cui si allude. Dal racconto in prima persona, ad esempio, si passa al protagonismo dei personaggi. Da un terreno molto autobiografico, ad uno più ricco di invenzioni. Da uno sviluppo lineare delle storie, a percorsi che riservano svolte e finali imprevisti. Ritengo poi il racconto una scelta quasi obbligata per un autore che voglia misurarsi col proprio talento narrativo. “Facili da leggere, complessi da scrivere” titolava un inserto de Il Sole 24 ore di qualche mese fa dedicato a questo genere letterario. Perché il racconto richiede ritmo, scorrevolezza, tensione, sorpresa e non è facile arrivare a questa performance di scrittura. Consiqdero poi che un sapiente e diluito dosaggio di questi ingredienti, combinati con una trama più ricca, sia l’essenza del romanzo. In ogni caso io amo particolarmente il racconto, sia come autore che come lettore.

Da sociologo ed esperto, in senso lato: quanto è cambiato il modo di dire “amore” e, naturalmente, di viverlo, al giorno d’oggi? Si può parlare, come qualcuno ha scritto, di “Amore 2.0”?

L’amore è fatto di idealizzazioni, di emozioni, di illusioni. O non lo è. E la società altamente mediatica di oggi è una generosa produttrice di questi elementi vitali. In un mondo virtuale è più facile innamorarsi, essere contagiati con poco, perdersi. Ma, per riprendere la distinzione che faceva Francesco Alberoni, un conto è l’innamoramento, un altro é l’amore. Il primo si vive con un niente, il secondo implica profondità e intelligenza (emotiva e cognitiva). Rispetto a una volta, poi, oggi la vita di una coppia è un’esperienza in divenire che non dà niente per scontato e che, grazie all’emancipazione femminile, si basa sulla piena libertà dei due partner. Però, quando si riesce a realizzarlo (non facendo promesse a lungo termine, ma impegnandosi “a vista”) dà un senso a tutta la nostra vita.


Per un approfondimento sul libro vi invitiamo a leggere:
Un libro (non il solito) sull’amore e sulle sue attuali contraddizioni







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