Intervista a Domenico Seccia

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Domenico SecciaDomenico Seccia, procuratore antimafia. Autore di un libro-inchiesta nel quale, per la prima volta, viene ricostruita la vicenda riguardante un fenomeno di criminalità sanguinosa più che trentennale, spesso etichettato erroneamente come faida. Ma che, nello specifico, faida non è. Affatto. È la mafia, chiamata con il suo nome preciso e riferita ad un territorio, il Gargano, da sempre oggetto di misconoscimenti, talvolta proprio da parte di giudici e magistrati.

Nato a Barletta nel 1959, sostituto procuratore a Bari, Domenico Seccia dal 2003 ha svolto il proprio lavoro nella Direzione Distrettuale Antimafia istituita nel capoluogo pugliese, occupandosi proprio della criminalità del Gargano. Il suo libro, dal titolo “La mafia innominabile”, edito dalla casa editrice pugliese “la meridiana”, mette ordine, spiega e rivela trame di potere occulte e occultate per troppo tempo, legate ad una criminalità capillare risalente agli anni ’60 e di cui solo di recente, si è cominciato a venire a capo.

Attualmente Procuratore della Repubblica di Lucera, Seccia è inoltre autore di numerosi articoli, saggi su argomenti giuridici apparsi su riviste specializzate, e di alcune monografie in tema di diritto penale dell’economia. In un’intervista, alcune delle sue convinzioni intorno alla mafia garganica e ad altre forme di criminalità mafiosa.

Nella sentenza del ’69 da lei citata nel libro, si dice che persino i carabinieri della zona fossero a conoscenza del dominio di certe famiglie all’interno del territorio garganico. Vent’anni dopo, nel ’92, dopo l’attentato in pieno centro di Monte S. Angelo compiuto dal minorenne Michele Alfieri, viene verbalizzata, tramite lo stesso attentatore, la parola “guerra”. L’omicida parla addirittura di “affiliazioni”, altro termine che non lascia molto spazio all’immaginazione. Eppure, nessuno, compresi gli inquirenti, parlano di mafia. Perché, questo ritardo? Quale meccanismo si è instaurato? Si può parlare di sudditanza della legge in quel territorio?

No, sudditanza direi di no. I profili sono diversi e numerosi. C’è stata una certa sordità ad interpretare questi fenomeni, soprattutto dal punto di vista della gente stessa, prim’ancora che a livello legale. C’è un dato estremamente significativo e sarebbe interessante porlo in luce: ad una ricerca mediatica superficiale, lavorando e cercando all’interno delle pagine di quello che è considerato il quotidiano principale, o perlomeno il più capillare della Puglia, ossia “La gazzetta del Mezzogiorno”, si può notare che molti omicidi, compiuti soprattutto dal ’78 in poi, non sono nemmeno riportati in quelle pagine. Questo dimostra la lontananza dal fenomeno, la scarsa comprensione dello stesso, in quanto si tratta di fatti di sangue, di terrore, di cui si immaginava che riguardassero i soliti allevatori, situazioni di confine, di terreni agricoli, di cui non era necessario occuparsi.

Assoluzione del “Processo Gargano”, 2001. Molti mafiosi la scampano. Da lì, comincia la sua attività. Cos’ha pensato in quel momento, prima di lanciarsi nelle sue indagini, di rimettere tutto in discussione? Cosa la convinceva di meno?







Quelle assoluzioni dimostrano una certa inadeguata risposta in termini giudiziari al fenomeno in atto. Per me, si trattava di ripartire da zero, semplicemente. Era stato fatto pochissimo e soprattutto non c’era una visione d’insieme del fenomeno.

Che idea si è fatto della figura di Antonia Alfieri, in relazione alle altre “donne di mafia”, per così dire, legate ad altri territori e ad altre storie nemmeno poi così diverse?

Io non l’ho conosciuta di persona. Ho appreso della sua vicenda tramite i verbali. È stata la prima donna che ha dimostrato coraggio, questo va detto. Però, è un coraggio indotto. La Alfieri non era una donna di mafia, ma una donna vicina alla mafia. Una donna che teneva soprattutto alla sua famiglia, in larga parte sterminata dai Li Bergolis, per quanto riguarda la figliolanza maschile, sorte toccata anche agli alleati: i Primosa e i Basta. È stata una donna che ha chiesto aiuto allo Stato solo in un momento di grossa difficoltà, cioè nel momento in cui capisce che oramai lo sterminio è avanzato.

Ha ricevuto minacce dopo la pubblicazione di questo libro?

Con le minacce c’ho fatto il callo. Ce ne sono, ce ne sono state, ce ne saranno, ma non devo avere paura. Per dimostrare il coraggio bisogna testimoniare il coraggio.

E cosa pensa di chi sostiene, e ha sostenuto fino a qualche mese fa, ricoprendo anche cariche istituzionali, che denunciare queste cose sia un cattivo spot nazionale, poco esportabile all’estero?

Io penso che i fenomeni vadano sempre definiti con estrema chiarezza, ad ogni fenomeno va dato nome e cognome, va sempre comunicato e va sempre espresso. Poi, per il resto, non penso ai cattivi spot. Ma solo che i fenomeni, se li si vuole affrontare davvero, bisogna conoscerli. E per farlo, bisogna chiamarli con i loro nomi e cognomi. Dicendo che sono storie di mafia e che sono vissute e interpretate come tali.







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