La guerra dei sei giorni

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Il 6 giugno 1967 il comandante del 55° paracadutisti dell’aviazione israeliana fece un annuncio storico alle sue truppe. Gli disse che sarebbero stati i primi ad entrare a Gerusalemme. La città santa che tutti gli israeliani sognavano di poter abitare e che le truppe israeliane riuscirono a conquistare il secondo giorno del conflitto conosciuto come la “Guerra dei sei giorni“.

La Guerra dei 6 giorni
La Guerra dei sei giorni ebbe luogo dal 5 al 10 giugno 1967 e vide l’esercito di Israele combattere e vincere in breve tempo contro Egitto, Siria e Giordania.

I primi scontri militari iniziarono il 5 giugno del 1967 e terminarono il 10 giugno con la vittoria di Israele su Egitto, Siria e Giordania. Israele dimostrò la forza dirompente del suo esercito e della sua aviazione e conquistò la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza che appartenevano al territorio Egiziano, la Cisgiordania e Gerusalemme che appartenevano alla Giordania e le alture del Golan che erano governate dalla Siria.

Le conseguenze del conflitto moltiplicarono il territorio occupato da Israele e influenzarono per molti anni i rapporti fra gli Stati medio orientali.

La conquista più importante fu quella di Gerusalemme. Una vittoria importantissima per le truppe dislocate sul territorio di guerra, non solo perché galvanizzò l’esercito e i cittadini di un giovane stato israeliano circondato da governi ostili ma anche perché permise agli israeliani di religione ebraica di appropriarsi di luoghi sacri come il Monte del Tempio, conosciuto anche come la Spianata delle moschee e il Muro del Pianto.

Israele conquistò un ampio territorio, dimostrò a quale livello era arrivata la sua forza e la sua organizzazione militare e impose al mondo una politica estera composta dalla minaccia militare e dal controllo dei territori conquistati con la forza delle armi.

Prima della Guerra: la situazione in Egitto

Il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser decise, nel maggio del 1967, di dislocare le sue truppe lungo il confine con Israele. La motivazione che lo indusse a prendere una tale decisione, pare furono dei dispacci provenienti dai servizi segreti sovietici che lo avvertivano di strani movimenti delle truppe israeliane vicino ai suoi confini.

Gamal Abd el Nasser
Gamal Abd el Nasser

Nasser decise anche di ammassare parte del suo esercito nel Sinai, nella zona di Sharm el – Sheikh e, punto fondamentale, sugli stretti di Tiran, decidendo in seguito, malgrado le minacce israeliane, di chiuderli.

Dopo la decisione di chiudere gli stretti alle navi israeliane, di fatto una dichiarazione di guerra, Nasser firmò con re Hussein di Giordania un patto di reciproco aiuto nel caso in cui uno dei due firmatari, avesse subìto un attacco militare. La risposta israeliana non si fece attendere. Il 1° giugno venne formato un governo di unità nazionale con lo scopo di difendere i confini dello Stato da attacchi militari e ripristinare la libera circolazione attraverso gli stretti di Tiran. Il 4 giugno il governo ordinò allo Stato maggiore di attaccare l’Egitto.

I giorni di guerra

La guerra scoppiò nelle prime ore del mattino del 5 giugno, quando l’aviazione israeliana bombardò e distrusse gran parte della flotta aerea egiziana. Con il nome di Operazione Focus gli israeliani, in poche ore, misero in ginocchio l’aviazione egiziana distruggendo anche le piste per il decollo degli aerei e poi annientarono l’aviazione siriana, permettendo così al proprio esercito di muoversi liberamente senza il timore di un attacco dal cielo.

Gli israeliani non attaccarono l’aviazione giordana, perché erano convinti che re Hussein sarebbe rimasto neutrale, grazie all’intervento degli Stati Uniti. Ma non fu così, perché re Hussein fu male informato dalla propaganda egiziana, la quale sbandierava successi mai ottenuti contro l’esercito israeliano.

Israele e la Guerra dei sei giorni
Un grafico che mostra l’attacco di Israele il 5 giugno 1967 in Cisgiordania

Tale propaganda lo indusse a decidere di attaccare i confini di Israele. Decisione di cui si pentì amaramente. Lo Stato Maggiore giordano diede, quindi, l’ordine di bombardare Gerusalemme Ovest e Tel Aviv e poi di bombardare tre basi aeree israeliane. La risposta israeliana azzerò le forze dell’aviazione giordana, distruggendo anche le basi aeree di Mafraq e Amman.

Nel pomeriggio l’esercito rispose all’attacco su Gerusalemme Ovest, bombardando la parte est della città santa e preparandosi all’invasione del giorno dopo. Nel frattempo le truppe entrarono in Cisgiordania conquistandola definitivamente, mentre la fanteria e i mezzi corazzati israeliani si muovevano verso Gaza e la penisola del Sinai.







L’esercito egiziano non aveva più copertura aerea ma manteneva ancora la superiorità numerica rispetto a quello israeliano, benché quest’ultimo avesse una miglior dotazione di mezzi e un coordinamento più rapido ed efficace rispetto ai suoi nemici. E questo fece la differenza, perché gli israeliani avanzarono compatti su tutto il fronte ovest sbaragliando tutte le resistenze egiziane e in particolare distruggendo l’importante roccaforte di Abu Ageila.

Questa azione, rapida e inaspettata, costrinse l’esercito egiziano ad organizzare un rapido ritiro fino al canale di Suez, lasciando all’esercito israeliano il vantaggio di colpire le truppe nemiche mentre si ritiravano.

L’ordine del Feldmaresciallo e capo dell’esercito egiziano Hakim Amer di far ritirare rapidamente le truppe, fece precipitare nel panico i comandanti delle divisioni, regalando un vantaggio notevole agli israeliani che non avevano immaginato di poter sbaragliare il loro principale nemico in così poco tempo.

Durante la mattinata del 6 giugno i paracadutisti israeliani erano fuori le mura di Gerusalemme, pronti all’invasione. Mentre in Cisgiordania gli scontri con l’esercito giordano stavano determinando vittorie e sconfitte su entrambi i fronti. Il vantaggio israeliano però si manifestò con l’arrivo dell’aviazione, che non subendo alcun contrasto dagli Hawker Hunter giordani, i quali erano stati distrutti il giorno prima, poté bombardare la fanteria giordana senza troppi problemi.

Ciò permise alle truppe corazzate e alla fanteria israeliana di avanzare su Jenin e Ramallah. Il giorno successivo entrambi gli eserciti, egiziano e giordano, erano battuti. I paracadutisti israeliani entrarono nella zona vecchia di Gerusalemme, tappa più importante e di gran lunga la più simbolica di tutta la guerra, mentre re Hussein chiedeva trattative di pace segrete con il governo di unità nazionale israeliano.

Sul fronte egiziano la confusione era totale e alla fine del conflitto gli egiziani si trovavano oltre il canale di Suez e con la certezza di aver perso il Sinai. A questo punto gli israeliani proseguirono il loro inseguimento giungendo fino ai passi di Giddi e Mitla con lo scopo di sbarrargli la strasa. Si preparava così lo scontro dell’8° giorno.

Verso la fine della giornata ci furono diverse incursioni aeree da parte israeliana contro le difese siriane del Golan. Gli israeliani si preparavano a conquistare anche quel territorio.

Le fasi finali della guerra dei sei giorni

L’8 giugno ci fu la resa dei conti fra egiziani e israeliani. Fanteria e mezzi corazzati si scontrarono vicino ai passi di Giddi e Mitla. La sconfitta per gli egiziani fu totale, con un ingente perdita di uomini e la cattura di molti prigionieri. Quasi tutti i carri armati e i cannoni dell’artiglieria furono distrutti. Anche gli israeliani subirono delle perdite ma la sconfitta degli egiziani fu catastrofica.

Per evitare il peggio il presidente Nasser accettò la proposta del cessate il fuoco lanciata dall’ONU. La guerra era di fatto finita: giordani, egiziani e siriani erano pronti a firmare la pace ed accettare i compromessi che ne sarebbero derivati. Tuttavia gli israeliani vollero approfittare del loro vantaggio militare conquistando anche il Golan.

Dopo un pesante bombardamento delle alture, i mezzi corazzati israeliani avanzarono distruggendo le difese nemiche. Il percorso accidentato non fu facile da affrontare, mentre i siriani lanciavano i loro attacchi; tuttavia alla fine della giornata gli israeliani avevano conquistato anche il Golan mettendo fine ad un conflitto dall’esito totalmente inaspettato. Il giorno seguente, 10 giugno, anche Israele accettò il cessate il fuoco.

Conclusioni

Dopo il cessate il fuoco fu chiaro che Israele non aveva alcuna intenzione di ritirarsi dai territori occupati. Il suo esercito aveva conquistato le alture del Golan sottratte alla Siria, la striscia di Gaza e la penisola del Sinai all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania.

Gli Stati Uniti chiesero il ritiro immediato delle truppe dai territori occupati ma per Israele questa nuova situazione geopolitica era indubbiamente favorevole e poneva la questione dei suoi confini al centro dei temi che occupavano le diplomazie del mondo.

L’Onu, come era sua tradizione, trovò un compromesso che scricchiolava ma che venne accettato dai paesi arabi e da Israele: il ritiro dai territori qual ora si fosse ottenuta una pace duratura e la sicurezza che alcune fazioni palestinesi non avrebbero continuato ad organizzare attacchi terroristici contro i territori e i cittadini israeliani. Una proposta vaga che difficilmente avrebbe potuto essere onorata; difatti la situazione dei territori occupati continuò a rimanere irrisolta per molti anni, influenzando la vita e il destino di migliaia di persone.







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Fulvio Caporale

Fulvio Caporale

Fulvio Caporale è nato a Padova e vive a Milano. Laureato in Scienze Politiche svolge la professione di consulente editoriale e pubblicitario. Collabora con case editrici e giornali cartacei e online occupandosi di libri, arte ed eventi culturali. Ha tradotto testi letterari e tecnici dallo spagnolo, dal portoghese, dall'inglese e dal catalano.

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