L’Arte Partecipata: intervista a Giustino Caposciutti

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Giustino Caposciutti è nato a Civitella della Chiana (Arezzo) il 26 aprile 1946. Si è diplomato in Pittura presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, dove nel 1974 ha vinto il Premio Felice Casorati come miglior allievo della Scuola di Incisione.
All’attività di artista associa quella di educatore con un costante impegno nell’utilizzare l’arte in ambiti relazionali, sia promuovendo gli artisti diversamente abili, sia facendo partecipare alla realizzazione di opere d’arte qualsiasi persona attraverso la cosiddetta Arte Partecipata.

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Giustino Caposciutti in Roba da chiodi, Arezzo, 2013

Ha allestito oltre 20 personali a Torino, Ferrara, Mantova, Arezzo, Vercelli, Livorno, Liegi (Belgio) ed in altre città. Fra queste si ricorda anche quella allestita in coppia con Riccardo Licata nel 1996 a Leinì (Torino).

Fra le centinaia di collettive si ricordano quella con cui esordisce nel 1969 al Palazzo della Regione Valle d’Aosta e negli ultimi decenni le mostre a Santa Monica (USA), a Saragozza (Spagna), Zug (Svizzera), Chisinau (Moldavia), Monaco (Germania), al Trevi Flash Art Museum (PG), Casa dei Carraresi, Villa Letizia e Museo di Santa Caterina di Treviso, Villa Pisani di Stra (VE), Museo di Textile Art di San Gallo (Svizzera), al MAGI (Museo d’Arte delle Generazioni Italiane) a Pieve di Cento (BO), al Museo d’Arte Contemporanea di Moncalieri. Ha preso parte a 5 edizioni di Artissima di Torino, anche con mostre personali e a tutte le quattro edizioni della Biennale di Fiber Art di Chieri.

E’ stato ideatore e promotore di numerose mostre e manifestazioni artistiche riguardanti l’integrazione degli artisti diversamente abili nel mondo dell’arte. Fra queste: Segni Comunicanti 1985, Comunicare con la Pittura e Cercato e Trovato nel 1986, AstaFesta nel 1991, Incanto nel 1993, L’ho dipinto con… nel 1993, e tutte le dieci edizioni successive. Si tratta di una delle prime esperienze di Arte Plurale Relazionale.
Dal 1994 al 2002 è stato consulente artistico del Comune di Chieri ove ha condotto laboratori di disegno e pittura integrati.

Il movimento Arte Partecipata nasce alle ore 18 del 24 settembre 1993, a Torino in Piazza Savoia 4, in occasione dell’inaugurazione della Galleria d’Arte Arx. A tutti gli invitati fu inviata a casa una cartolina con un filo di juta allegato e le istruzioni per elaborarlo, firmarlo e riportarlo in Galleria. Fu subito un successo strepitoso al quale seguirono numerosi altri eventi a Torino ed in altre città. Caposciutti è riconosciuto per essere stato, insieme all’artista Tea Taramino, il primo ad ideare e promuovere mostre e manifestazioni artistiche riguardanti l’integrazione degli artisti diversamente abili nel mondo dell’arte.
Nel 1993 ha ideato il primo evento di Arte Partecipata al mondo chiamato FiloArX, che ad oggi ha visto la partecipazione di oltre 26000 persone. FiloArX è stato realizzato in centinaia di eventi, sia in feste di paese che in importanti luoghi dell’arte.

Come evoluzione di FiloArX, su richiesta del Comune di Chieri nel 2008 ha ideato l’evento d’Arte Partecipata TESSERE… che consiste nel ‘tessere’ in uno spettacolo di piazza con un ‘telaio vivente’ un’enorme opera/mosaico realizzata da 100 persone.
Questo ha dato luogo ad eventi molto importanti, tra cui nel 2013 TESSEREXESSERE a Cortona (Arezzo), in occasione della cerimonia di chiusura dei Very Special Olympic Games.

Giustino ha iniziato ad interessarsi di geobiologia e di biorisanamenti ambientali nel 2003 partecipando ai Corsi e Seminari del Prof. Arch. Walter Kunnen. Successivamente, insieme a Giovanni Ghiraldotti, ha sperimentato differenti soluzioni di biorisanamento ambientale fino a giungere al Quadro BioSìArt un’opera che ha la proprietà di proteggere dall’elettrosmog all’interno delle abitazioni dando luogo a “guarigioni miracolose”.
E’ rappresentato dalla Galleria Arteregina di Torino, dalla Galleria Villicana D’Annibale di Arezzo e da OrlerFactory – Marcon – Venezia. Numerose le sue opere anche nelle collezioni pubbliche.

Del suo lavoro si sono occupati importanti critici d’arte contemporanea fra i quali: Giovanni Cordero, Francesco Lodola, Angelo Mistrangelo, Paolo Levi, Martina Corgnati, Antonio Miredi, Antonio Oberti, Paride Chiapatti, Dino Pasquali, Antonio Caggiano, Silvana Nota, Liletta Fornasari, Letizia Gariglio, Gianni Milani, Mario Contini, Luigina Bortolatto, Francesco Lodola, Giorgio Di Genova, Giannetta Scorza.

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Giustino Caposciutti a Tesserexessere, Torino, 2009

Giustino, innanzi tutto complimenti per il tuo lavoro, che ho avuto l’onore di ammirare. Hai fatto della tua passione una professione. Ma quando hai scoperto questa passione?

Fin da piccolo, alle scuole elementari, frequentate a Pieve al Toppo, frazione di Civitella della Chiana (Arezzo) provavo un grande piacere nel disegnare. Negli anni seguenti, ad Arezzo, mi recavo spesso nelle chiese per ammirare i dipinti di Cimabue, Piero della Francesca, Margaritone, Spinello, Vasari ecc. A quel tempo i miei studi erano di natura scientifica (chimica). A scuola si facevano disegni di tipo tecnico che eseguivo con grande passione. Questa impostazione geometrico/razionale si può ritrovare in tutto il mio lavoro.
La decisione di fare l’artista la presi intorno ai 20 anni quando cominciai a lavorare come educatore a Ivrea (Torino), e nel tempo libero me ne andavo sulle rive del lago di Viverone a dipingere paesaggi.
Lì nel 1968 incontrai un pittore, Teresio Bonardo, che era uso dipingere in pubblico e fu così che anch’io iniziai questa pratica, oltre che sulle rive del lago di Viverone anche sulle spiagge di Rimini, Numana, lago Trasimeno, piazze di varie città, ovunque ci fosse del pubblico.
Nel 1969 iniziai a frequentare l’Accademia di Belle Arti, dapprima la scuola Libera del Nudo, poi fui ammesso al corso regolare di pittura ove mi diplomai nel 1974 con una tesi su Mondrian.

Come si è evoluto il tuo lavoro, fino ad arrivare alle tele e ai fili che ti hanno reso famoso?

All’Accademia il mio lavoro ebbe un’evoluzione veloce. Il contatto con il mondo artistico, la frequenza delle mostre, la lettura di testi e riviste d’avanguardia mi portarono a fare le esperienze più disparate in sintonia con quello che succedeva in quei primi anni ’70 nel mondo.
Uno dei movimenti che nasceva in quel momento in Italia era quello della Pittura Analitica, un movimento che faceva degli strumenti della pittura (la tela, il telaio, il colore, la cornice…) l’oggetto stesso del dipingere. Fu così che un giorno, osservando una tela di juta grezza da preparare con una base per la pittura, mi resi conto della bellezza racchiusa in essa e che dipingendola potevo soltanto distruggerla, annullare tutte le suggestioni e la ricchezza che trovavo in essa. Fu così che iniziai ad indagarla, “scoprirla”, penetrarvi dentro attraverso un lavoro di de-tessitura. Sottraendo dei fili si creavano spazi, forme, pieni e vuoti, trasparenze che interagendo con l’ambiente, la luce e il muro davano luogo ad opere in continuo divenire. Questo aspetto di fare opere mai definitive, ma ogni volta nuove, è stato fin da allora uno dei leitmotiv del mio lavoro.

C’è qualcuno che ti ha ispirato o un maestro che ti ha indicato la strada?

Ho avuto all’Accademia come insegnanti alcuni artisti molto importanti, tuttavia la mia vita e di conseguenza la mia arte ha subito un’evoluzione determinante quando, nel 1975, ho incontrato Prem Rawat, che a quel tempo era poco più che un bambino. Lui mi indicò la via della Conoscenza del Sé, ed è divenuto nel tempo la fonte inesauribile della mia ispirazione come uomo e come artista. Da quel momento la mia arte ha cessato di essere ricerca ed è divenuta “ringraziamento”. Un modo per esprimere la bellezza, la gioia racchiusa in ogni attimo vissuto in piena consapevolezza.
Quella stessa esperienza mi ha dato l’apertura mentale ed interiore verso il mondo delle persone diversamente abili, fra le quali ho scoperto dei veri e propri talenti artistici. La loro gentilezza, umanità, dolcezza mi hanno a poco a poco conquistato tanto che la mia arte ne ha subito influssi profondi, e devo dire che, se come artista ho fatto qualcosa di interessante, lo devo in massima parte a loro.
L’ideazione dell’Arte Partecipata, della quale sono considerato con Tea Taramino il fondatore, ne è l’esempio più rappresentativo.

In cosa consiste l’Arte Partecipata?

L’arte Partecipata ha come caratteristica peculiare quella di vedere la partecipazione di una pluralità di soggetti (persone e/o altri agenti naturali e artificiali) alla realizzazione di un’opera d’arte intesa questa sia come un quadro, una scultura, un’installazione, ….
E’ nata nel 1993 a Torino per rispondere in modo adeguato ad istanze ed esigenze che sempre più forte premevano, da tempo, nella società, come per esempio:

• Il bisogno di una vera integrazione dell’arte e degli artisti diversamente abili andando oltre l’Outsider Art, l’Art Brut… e tutte le forme che continuavano tuttavia a mantenere una separazione come, ad esempio, nello sport sono le Paraolimpiadi.
• La necessità di colmare il gap fra la gente comune e l’arte contemporanea spesso ostica e incomprensibile ai più.
• La necessità di attivare processi relazionali e di partecipazione in situazioni non gerarchiche o verticistiche ma orizzontali
• Il bisogno di rappresentare in modo obiettivo gli stati d’animo, i sentimenti di una comunità, una città, un gruppo di persone
• L’esigenza di favorire l’integrazione e la solidarietà fra le diverse etnie, presenti in un territorio, e
• per fare emergere le sacche di emarginazione, le realtà dimenticate, le situazioni “periferiche” di una città

Artisti che hanno lavorato a coppie o a piccoli gruppi ci sono stati nel passato, basti pensare alle botteghe medievali. Anche il coinvolgimento del pubblico è cosa che nell’ultimo secolo è stata presente nel lavoro di diversi autori e gruppi.
La novità dell’arte partecipata, così come ho inteso fin dall’inizio, sta nel dare a tutte le persone, anche a coloro che sono lontane dal mondo dell’arte, la possibilità di divenire co-autori di un’opera d’arte, di realizzarla e firmarla. Nessuno di loro sa quale sarà l’esito finale dell’opera perché questa si determinerà dall’apporto del lavoro di tutti.
Nessuno può dichiarare “Questo l’ho fatto io” ma “Questo l’ho fatto anch’io”.
Vi è quindi l’abbassamento, l’affievolimento dell’ego individuale a favore del perseguimento dell’obiettivo comune.







Nell’opera finale è ancora rintracciabile l’apporto di ognuno che si confronta, si connette, si contamina con quello degli altri, e ad una visione d’insieme si perde e si amalgama con il tutto.
L’Arte Partecipata valorizza le capacità, i punti di forza di ognuno, che vengono messi a disposizione di tutti i partecipanti. Il risultato finale non sarà uguale alla somma delle individualità, ma infinitamente più grande e significativo. I processi che vengono attivati non si concludono con la realizzazione dell’evento, ma si protraggono a lungo nel tempo.
Il ruolo dell’artista o del gruppo che elabora il progetto iniziale è simile a quello di un coordinatore, di un allenatore di una squadra di calcio. Il suo compito è importante soprattutto nella preparazione, nel saper utilizzare al meglio le peculiarità di ciascuno, nel gestire adeguatamente le diverse situazioni che vengono a crearsi durante il procedere del lavoro.

Si tratta di un nuovo tipo di artista che riassume in sé competenze più ampie come quelle di operatore socio-culturale, educatore, curatore, facilitatore…
A mio avviso va fatta una distinzione fra l’Arte Partecipata e le cosiddette “pratiche sociali”, le “pratiche relazionali”, o “le pratiche comunitarie”, che sono focalizzate maggiormente nel favorire appunto “relazioni”, mentre nell’Arte Partecipata l’obiettivo è quello di produrre un’opera insieme. Relazioni, interazioni, socialità rappresentano il “valore aggiunto”.
Ovviamente, diffondendosi a macchia d’olio nel mondo l’Arte Partecipata (Participatory Art) ha preso nomi, connotati e forme fra le più varie a seconda degli autori e delle necessità contingenti, ma alcuni dei punti su esposti permangono e mantengono tuttora la loro validità.

In particolare, crei ed organizzi eventi, come FiloArx, per interagire con i diversamente abili. Come è nata e si è sviluppata questa esperienza?

Nel 1975 “fresco di Accademia” chiesi di fare un’esperienza come artista in un grosso centro diurno per disabili psichici alla periferia di Torino. Fu così che mi imbattei in un mondo tanto nuovo e affascinante per me, che ha cambiato il corso della mia vita e della mia arte. Scoprire fra di loro persone così semplici, gentili, piene di umanità e di affetto, artisti così genuini, determinati, costanti, con stili spontanei, ove l’arte non viene fatta per secondi fini (soldi, fama, successo… ) ma per il puro piacere e per un bisogno impellente di comunicare il proprio essere, fu per me la molla per iniziare un percorso di promozione e di condivisione di quanto fosse importante per tutti quanti non rinunciare al contributo umano ed artistico che tali persone potessero dare alla società. Così insieme a Tea Taramino, altra educatrice artistica che si aggiunse di lì a poco, iniziammo ad organizzare mostre ed eventi dell’arte dei diversamente abili, ma la vera novità fu quando nel 1993 insieme a Gianfranco Billotti (gallerista) e Gianni Callegari, funzionario della Provincia di Torino, demmo vita alla prima edizione di Arte Plurale a quel tempo con il nome di “L’ho dipinto con…”. La manifestazione consisteva in una serie di momenti, il primo dei quali era l’incontro fra uno o più artisti disabili con un artista conosciuto, di fama, alla presenza di un educatore. Da questo nasceva poi un progetto di lavoro comune che dava luogo alla realizzazione di un’opera con il contributo di tutti, in particolare con quello delle persone disabili. Veniva poi organizzata una mostra in uno spazio pubblico, ed alla fine le opere erano vendute all’asta ed il ricavato donato in beneficienza in situazioni di necessità in Africa, Asia, America Latina… Questa modalità di lavoro riscosse fin da subito notevoli consensi da parte di tutti, tant’è che si è sviluppata ed evoluta nel corso di questi 20 anni fino a diventare una prassi educativa in molti servizi per diversamente abili.
Nello stesso anno, esattamente il 24 settembre 1993 alle ore 18 venne lanciato il progetto FiloArX, una modalità d’arte partecipata ove ogni persona diviene per un momento artista, dipingendo, elaborando e firmando un filo che tessuto insieme a quello degli altri dà luogo a un’opera. FiloArX testimonia quindi un momento storico nella vita di una città, di una comunità, rappresenta la volontà di lavorare assieme su uno stesso livello, la cooperazione, l’interazione e l’interscambio delle esperienze. Ha la capacità di “fermare il tempo”, di scattare un’istantanea degli umori, dei sentimenti, delle aspirazioni.
FiloArX è la metafora della vita, della società, dei percorsi individuali che si incrociano con gli altri percorsi, delle personalità che nell’incontro si modificano ed arricchiscono, dei destini di ognuno legati ai destini degli altri. FiloArX ri-tesse un tessuto sociale scomposto, scoordinato, disintegrato.
FiloArX è metafora dell’amore, del rispetto, della convivenza pacifica.      Nel 2007 mi venne richiesto dal Comune di Chieri un progetto per celebrare la Fiber Art che dopo quattro edizioni della Biennale Trame d’autore, dal 1998 al 2004, non erano più in grado di realizzare. Nacque così TESSERECHIERI, un evento d’arte partecipata che coinvolse per molti mesi le associazioni cittadine nella realizzazione di un mosaico multiforme e multicolore le cui tessere, realizzate con differenti tecniche artistiche da 100 persone, vennero “tessute”, in piazza, il 1° luglio 2008, con il Telaio Vivente, in costume, in uno spettacolo di colori e suoni di grande impatto e partecipazione attiva ed emotiva di tutta la città.
Per quanto riguarda gli artisti diversamente abili la mia tendenza è rivolta all’integrazione con gli altri artisti, talvolta progettando eventi ad hoc, come TESSEREXESSERE, TESSEREXILRISCATTO… e talvolta inserendoli nelle mostre ed eventi organizzate da me o da altri.

Lucio Fontana, con i suoi ‘tagli’, fu il primo a far passare la luce attraverso la tela. Nelle tue opere, le tele ‘sfilacciate’ ospitano spazi di colore, che, rivolto verso la parete, ne rivela il gioco cromatico, altrimenti invisibile sul davanti. Un modo particolare di scoprire la luce…

Lucio Fontana rimane il mio punto di riferimento da almeno 40 anni. Dopo il suo gesto, il “taglio”, l’arte non può più essere la stessa. O si ha paura e si rimane al di qua della superficie, o si osa e si va oltre, ci si avventura in uno spazio e in una dimensione completamente nuovi ed ignoti. Io ho scelto questa seconda via, e, man mano che procedo, scopro un mondo estremamente affascinante e pieno di sorprese. Uno dei tanti è proprio il gioco del colore riflesso che, interagendo con la luce e con la parete, rende l’opera in un continuo cambiamento e rigenerazione. L’altro, per esempio, è rappresentato dalla mia ultima mostra Roba da chiodi, ove le mie opere vengono letteralmente rovesciate ed il chiodo, questo umile oggetto, sotto-messo, celato alla vista, però indispensabile per sostenere il quadro, diviene finalmente protagonista principale…

La tua arte prevede il coinvolgimento di tante persone che si riuniscono per creare, tutte insieme, l’opera d’arte in maniera istintiva, relegando l’artista al ruolo di comprimario. Che emozioni si provano durante questi eventi?

Uno dei problemi che attanaglia l’arte occidentale è la soggettività, lo strapotere dell’artista rispetto al pubblico. Questo ha determinato una scollatura profonda fra chi opera nel mondo dell’arte e tutti gli altri, considerati spesso culturalmente inferiori, non all’altezza di capire. Soltanto quei pochi che hanno il potenziale economico dell’acquisto possono accedere a “siffatta bellezza”.
Ritengo questo ingiusto, contrario a principi fondamentali dell’uomo quali la solidarietà, il rispetto reciproco, l’accesso alla cultura da parte di tutti. Gli eventi d’arte partecipata che realizzo coinvolgono qualsiasi persona lo voglia. Hanno una valenza culturale ed educativa, non solo avvicinano persone lontane all’arte contemporanea, ma fanno fare l’arte contemporanea anche a loro. Ognuno di questi eventi è unico ed irripetibile, soggetto ad un’infinità di variabili. Il risultato dipende dalla volontà, dalla concentrazione, dallo spirito di solidarietà e di scambio di ognuno.
E’ inutile dire che alla fine l’emozione, la gioia che provo, ma anche che tutti i partecipanti provano, è enormemente più grande di quella che può dare un’opera fatta da una sola persona.

Qual è l’evento che ti è rimasto più nel cuore?

Sono innumerevoli… Tutti gli eventi d’arte partecipata, le varie edizioni di Arte Plurale, FiloArX fatto con intere città (Bardonecchia, Mantova, Torre Pellice, Chieri, Pinerolo, Torino ad Artissima…) e tutti gli eventi TESSERE… a Chieri, Roma, Torino, Poggio Mirteto (Rieti), Moncalieri, Mazara del Vallo, Cortona.

Nel corso di una tua esposizione, hai parlato di un evento che hai creato appositamente affinché una persona diversamente abile si prendesse la rivincita a seguito di quella che per te era stata un’ingiustizia…

Nel 1972 alla Biennale di Venezia un artista, Gino De Dominicis, espose, seduta su una sedia, una persona down che doveva restare immobile per ore e giorni ad osservare altre sue opere… Questa cosa fece un grande scandalo suscitando reazioni contrapposte. Di lì a poco il destino volle che cominciassi a lavorare come artista con le persone disabili, fra le quali ebbi l’opportunità di scoprire alcuni eccezionali talenti. Mi ripromisi di operare per ribaltare quella situazione, giungere ad un punto ove i disabili, divenuti e riconosciuti non più come oggetti ma soggetti di arte e cultura, avrebbero messo sulla sedia Gino De Dominicis.
A Torino, nella realtà ove prevalentemente opero, dal 1975 è stato fatto un lavoro additato internazionalmente come un esempio educativo, sociale e culturale, sia negli aspetti di laboratorio che di promozione, che ha portato al riconoscimento dell’arte dei diversamente abili, finalmente anche da parte degli altri artisti, della critica, delle gallerie, delle istituzioni, dei musei…
TESSEREXILRISCATTO mette a fuoco questi 40 anni di storia, di un percorso unico che davvero ci ha consentito di poter operare la rivincita, il riscatto appunto che si è consumato il 3 giugno 2012, in un evento pubblico sponsorizzato dal Comune di Torino.
Purtroppo De Dominicis non c’è più ed allora io sono stato “tessuto”, intrecciato con il Telaio Vivente composto solo da disabili agli ordini di un direttore down, all’interno di un’opera realizzata da 100 artisti disabili.

Il coinvolgimento di altre persone nella creazione dell’opera rende tutti ugualmente artisti ed ugualmente spettatori. Un modo per far capire che l’arte è a portata di ciascuno di noi…

Proprio così, in ogni uomo c’è un artista anche se non è detto che questo faccia il pittore o lo scultore…

C’è qualcosa che avresti voluto fare, ma non sei riuscito a realizzare?

Ciò che ho realizzato nella mia vita va di gran lunga oltre qualsiasi cosa che possa aver sognato o desiderato.

I progetti di Giustino…

Da qualche anno sto lavorando, insieme ad un amico, Giovanni Ghiraldotti, alla realizzazione di opere che, accanto al risultato estetico, hanno un vero valore terapeutico. Sono infatti opere complesse, a cavallo fra arte e scienza, che hanno la proprietà di interagire con l’invisibile, le onde elettromagnetiche, e per questo contribuiscono a realizzare ambienti più sani ed armonici.
Talvolta danno addirittura luogo a “guarigioni miracolose”.
E’ una nuova forma d’arte che abbiamo chiamato BioSìArt con la quale si introduce anche un nuovo parametro nella valutazione di un’opera, quello del valore terapeutico che può essere misurato con uno strumento, l’antenna di Lecher, una evoluzione moderna della bacchetta dei rabdomanti.







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Laura Bondi

Laura Bondi

Scrittrice (Autrice del BestSeller 2012 di Amazon "Il Diario di una Cameriera", "Il posto segreto del cuore", "Cofanetto Rosa" ed il nuovo "Incubo a Dubai"), Blogger, Insegnante, Traduttrice, Laura Bondi per Biografieonline intervista personaggi famosi o emergenti e scrive contenuti di carattere culturale.

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