Storia del Giornalismo italiano: la stampa da Giolitti a Mussolini

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In questo articolo affrontiamo un nuovo capitolo della serie di articoli dedicati alla storia Storia del Giornalismo in Italia. Quello che vede il periodo che va dal governo di Giolitti a quello di Mussolini. Durante i primi governi, Giolitti, oltre a dover subire l’avversione del “Corriere” e del “Giornale d’Italia”, vede indebolire la sua posizione anche per le incertezze che si verificano tra i fogli che lo sostengono. Così, Giolitti reagisce facendo ricorso ai vecchi metodi, quindi riprende a funzionare la macchina delle sovvenzioni ai giornali.

La Tribuna del 20 ottobre 1918
La Tribuna: la prima pagina del 20 ottobre 1918 racconta della zona di guerra del fiume Piave, durante la Prima Guerra Mondiale.

Un caso esemplare di intreccio tra potenti industriali e finanzieri, tra politica e giornali è quello che riguarda “La Tribuna”. Il più diffuso quotidiano della capitale da vari anni è in crisi e per la sua sopravvivenza si forma un gruppo di finanziatori che comprende la Banca commerciale, la Banca d’Italia e il Banco di Roma e vari industriali siderurgici, mentre Giolitti ne sceglie il direttore, Olindo Malagodi.

Olindo Malagodi
Olindo Malagodi

Altro cambiamento importante riguarda il “Secolo”. Edoardo Sonzogno vende la testata e lo stabilimento tipografico a condizione che chi lo acquista resti fedele ai suoi ideali politici (Sinistra). Gli acquirenti sono Giuseppe Pontremoli e Luigi Della Torre. La direzione politica viene affidata a un vecchio garibaldino, Edoardo Pantano, mentre la fattura del giornale a Mario Borsa, che reputa opportuno un minor coinvolgimento politico del giornale e lo vuole rendere più facile alla lettura, vario e informativo.

Prevale invece la scelta di Pontremoli (il quale in pratica dirige il giornale, e lo farà ufficialmente dal 1911), ovvero quella di fare concorrenza al “Corriere”, mirando allo stesso pubblico. Tuttavia, il tentativo di Pontremoli fallisce e un po’ di respiro finanziario il “Secolo” lo trova quando i suoi proprietari comprano il “Messaggero” nel 1911 e fondono le due gestioni.

Nel periodo tra il 1908 e il 1911, nascono vari periodici d’impronta nazionalista, che combattono il movimento socialista e osteggiano Giolitti. È il 1910 quando viene fondata l’Associazione nazionalista italiana, alla quale aderisce anche D’Annunzio e, nel 1911, esce a Roma il più importante settimanale di questo movimento: “L’Idea nazionale”.

Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti

Ad un certo punto, proprio quando Giolitti sta maturando la decisione di dichiarare guerra all’impero turco per la conquista della Libia e i giornali che lo sostengono (Giornale d’Italia, Il Mattino, Il Secolo XIX, Stampa e Tribuna) stanno ottenendo sostanziosi risultati diffusionali, Albertini con il “Corriere” si unisce al coro e ne diventa capofila: il distintivo del “Corriere” è in Terza pagina ed è Gabriele D’Annunzio che, con le sue Canzoni d’Oltremare, invade il Paese.

Altro grande dispensatore di mal d’Africa è Edoardo Scarfoglio che, quando si avviano le trattative per la pace con la Turchia, lancia accuse di tradimento. “L’Avanti!” è accusato di essere filo turco in quanto è l’unico a segnalare le deficienze della condotta della guerra.

Storia del Giornalismo: Mussolini e “L’Avanti!”

Dal 1912, il direttore de “L’Avanti!” diventa Benito Mussolini e, sotto la sua direzione, aumenta la diffusione del giornale. “Il Corriere” è sempre in testa, seguito dal “Giornale d’Italia”, dalla “Tribuna”, “La Stampa” e “La Gazzetta del popolo”. Mentre il “Mattino” si assicura il primo posto tra i quotidiani del Mezzogiorno.

È di rilevante importanza la parte svolta dai giornali durante la neutralità proclamata dal governo Salandra: lo scontro tra neutralisti e interventisti avviene prima sulla stampa che sulle piazze.

A Milano, nel 1914, Mussolini fonda “Il Popolo d’Italia”. Radicalizza la lotta contro i neutralisti, che definisce disfattisti e contro gli incerti. Sono per l’interventismo “Il Corriere”, “La Gazzetta del popolo”, “Il Resto del Carlino”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Messaggero” e il “Roma”. Mentre nell’interventismo si profila un filone democratico di cui fanno parte “Il Secolo” e il “Gazzettino”. Al contrario, il campo neutralista, può contare sul sostegno de “La Stampa”, “La Tribuna”, “La Nazione” e “Il Mattino”.

Il periodo della guerra

Il 23 maggio 1914, quando ormai l’annuncio della guerra è imminente, un nuovo decreto vieta ai giornali di dare notizie all’infuori di quelle dei comunicati ufficiali. La guerra si rivela più lunga e sanguinosa del previsto, così i comandi si rendono conto dell’importanza della stampa nel fronte interno e anche nelle trincee.

Ai corrispondenti di guerra viene affidato il compito di dare una visione ottimistica della guerra, che provoca un arresto dello sviluppo. La stampa è in crisi: le aziende che hanno raggiunto una situazione solida sono pochissime. Tra queste, spicca il “Corriere” e anche “La Stampa”. Pontremoli e Della Torre cedono il “Messaggero” ai fratelli Perrone, che sono già proprietari del “Secolo XIX”. Si trovano in una situazione di difficoltà anche “La Tribuna”, “Il Mattino”, “La Nazione” e il “Popolo d’Italia”, mentre “L’Avanti!”, dopo il calo di diffusione registrato all’inizio della guerra, si è ripreso.







Nonostante ciò, i quotidiani del primo anno di pace, pur costretti a uscire a quattro pagine a causa della penuria di carta, si presentano più vivaci.

Il ritorno di Giolitti al governo nel 1920, è accolto senza grande ostilità dai giornali, ma l’atteggiamento di neutralità adottato da Giolitti di fronte all’occupazione delle fabbriche e i provvedimenti economici che propone suscitano nuovamente un’ampia coalizione di opposizione politica e giornalistica.

La stampa e il fascismo

Nel 1921, 29 sedi di giornali vengono assalite dalle squadre fasciste e l’autorità pubblica non interviene. E’ un capitolo buio per la storia del giornalismo italiano. È la fase in cui il fascismo viene considerato come unico mezzo per ristabilire l’ordine. In questa fase, “Il Corriere”, diretto da Alberto Albertini (in quanto Luigi si trova a Washington), “Il Giornale d’Italia” e il “Secolo”, appoggiano il fascismo; soltanto alla fine del 1922 avvertono che ormai il gioco è nelle mani di Benito Mussolini che, nel frattempo, ha raggiunto Roma e il re (Vittorio Emanuele III) gli affida l’incarico di formare il governo.

Nelle prime settimane del governo Mussolini, le prime pagine dei quotidiani si presentano spente politicamente. Sono soltanto gli organi dell’opposizione socialista, comunista e repubblicana che reagiscono al fatto compiuto. Eppure, le intenzioni manifestate da Mussolini compaiono chiare nei tre articoli pubblicati sul “Popolo d’Italia”, diretto da Arnaldo Mussolini. Il primo articolo affronta il problema della gerenza, il secondo quello del sequestro e il terzo quello della censura.

Il Regio Decreto minaccia la libertà di stampa

Arriva con il Regio Decreto annunciato dal governo e controfirmato dal re un segnale molto grave per la libertà di stampa. L’articolo 1 prescrive che il gerente debba essere il direttore o uno dei principali redattori; l’articolo 2 conferisce ai prefetti la facoltà di diffidare il gerente e, dopo aver ascoltato il parere di un magistrato e di un giornalista, di dichiararlo decaduto. “Il Corriere” e “La Stampa” prendono una netta posizione contro il Regio Decreto e Albertini scrive: “I provvedimenti di Pelloux erano meno gravi”.

Reagisce in modo deciso la Federazione della Stampa, votando un documento di rigetto del Regio decreto. Una delegazione si reca da Mussolini, il quale risponde con assicurazioni vaghe ma distensive. Mussolini percorre quindi altre vie: i sequestri, le aggressioni e le intimidazioni contro i giornalisti.

“Il Secolo” passa di mano attraverso un’operazione messa a punto da Arnaldo Mussolini e il nuovo direttore è il nazionalista Bevione. Bergamini è sostituito da Vettori; Malagodi da Giordana, filofascista. La stampa cattolica appoggia il governo.

Don Sturzo reagisce fondando a Roma “Il Popolo”, organo del partito popolare che aveva fondato e lascia l’Italia. Così lo sostituisce Donati, che continua a battersi contro il fascismo.

La nascita dell’Unità, l’omicidio di Matteotti e la dittatura fascista

Nasce nel 1924 a Milano, diretto da Pastore, l’organo del partito comunista “L’Unità”. Esplode in questa situazione il caso Matteotti, segretario del partito socialista unitario, che denunciò in Parlamento le illegalità fasciste: venne perciò rapito e assassinato a Roma.

L’opinione pubblica partecipa in modo intenso alla battaglia intrapresa dalla stampa contro il fascismo e Mussolini. A dimostrare ciò, intervengono gli aumenti delle vendite. La reazione di Mussolini è quella di dare attuazione al Regio Decreto, aggravandone le modalità di esecuzione: i prefetti possono sequestrare i giornali senza far precedere la diffida.

La protesta della stampa è decisa e più ampia di quanto Mussolini possa aspettarsi. Al Congresso nazionale della Federazione della Stampa, tenutosi a Palermo, l’ordine del giorno chiede e ottiene la revoca del regio Decreto. A questo punto, Mussolini sceglie definitivamente la soluzione di forza ed è nel 1925 che annuncia l’instaurazione della dittatura.

Benito Mussolini
Benito Mussolini

Si decide l’istituzione dell’Ordine dei giornalisti, al quale bisogna iscriversi per esercitare la professione. Il governo decreta lo scioglimento dei partiti di opposizione e la soppressione dei giornali avversi al fascismo. Inoltre viene approvata la legge per la difesa dello Stato, la quale introduce la pena di morte. La storia d’Italia appare legata a doppio filo alla storia del giornalismo.







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Serena Marotta

Serena Marotta

Laureata in giornalismo, nata il 25 marzo 1976, Serena Marotta è anche scrittrice e poetessa. In passato ha collaborato con il “Giornale di Sicilia” e con “La Repubblica” e, attualmente, scrive articoli per il giornale “L’ora” e per questo sito, cura l’ufficio stampa della casa editrice Torri del Vento, del Caffè letterario Riso e dell’associazione Siciliae Mundi. Queste sono in sintesi, le notizie di base per redigere una qualunque biografia. Quello che non può essere né schematizzato né semplicemente elencato, è in primo luogo la passione che riversa in tutto ciò che fa. Il mondo osservato da due occhi verdi carichi di dolcezza e determinazione, una voce sublime che incanta, un’anima che grida attraverso parole che, considerati gli obiettivi che Serena è riuscita a raggiungere, assumono la caratteristica di concreti fatti.

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