Storia della colonna infame: riassunto e analisi

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Storia della colonna infame è il titolo di un saggio storico scritto da Alessandro Manzoni: sebbene la prima edizione risalga al 1840, venne scritto in un lungo arco di tempo. Originariamente la storia avrebbe dovuto far parte del V capitolo di Fermo e Lucia (il titolo originariamente previsto per i Promessi Sposi).

Alessandro Manzoni: Storia della colonna infame
Storia della colonna infame

Riassunto

Il 21 giugno del 1630 è un venerdì tetro. La città di Milano è divorata dalla peste, moltissime sono le vittime che la malattia ha mietuto. Quel giorno, di mattina, una donna, Caterina Rosa, vede dalle finestre della sua casa in via Vetra, un uomo avvicinarsi alle porte e ai muri delle case poste di fronte alla sua finestra.

La donna è convinta di vederlo ungere i muri con un unguento scuro, lo accusa quindi di spargere la peste per diffonderla e uccidere altre persone. Una vicina di Caterina Rosa, Ottavia Bono, successivamente conferma alle autorità di aver visto anche lei un uomo ungere i muri della strada dove vive.

La polizia, dopo aver trovato i muri sporchi di nero, in realtà si tratta di inchiostro, crede alle testimonianze delle due donne e arresta un sospetto, Guglielmo Piazza, le cui mani sono  sporche di nero, che viene scambiato per unguento pestilenziale. Il Piazza, commissario di sanità, viene quindi arrestato e sottoposto ad interrogatorio. La casa, perquisita, non produce alcuna prova del crimine. Guglielmo Piazza viene interrogato lungamente e anche torturato; resiste ma poi sotto la pressione degli inquisitori che gli promettono l’impunità e la libertà, confessa di aver ricevuto l’unguento pestilenziale da Giangiacomo Mora, un barbiere di umili origini, che vende, fra le altre cose, balsami che servono teoricamente per curare alcune malattie.

Il Mora viene subito arrestato e portato in galera. Perquisita la casa davanti agli occhi sbigottiti della moglie e dei quattro figli, gli inquirenti trovano e sequestrano strani liquami. Durante il processo il Mora si difenderà dicendo che non sono preparati pestilenziali bensì che si tratta di ranno (un miscuglio di cenere e acqua bollente usato per lavare i panni). Ma i giudici e gli esperti nominati dal tribunale, dopo molte incertezze e molti dubbi, dichiarano l’unguento una pozione pestilenziale atta a prolungare e diffondere la peste.







A questo punto non c’è più scampo né per il Mora né per il Piazza. Entrambi, perseguitati dagli inquirenti e sfiniti da continue torture morali e fisiche, cedono alle promesse dei torturatori che gli assicurano la libertà qualora denuncino altri complici. Denunciano allora Baruello, un tale da entrambi conosciuto, due arrotini e due membri della famiglia Migliavacca. Il processo sembra quindi assumere una dimensione più consistente con coinvolgimenti insospettabili come quello del figlio del comandante della guarnigione spagnola a Milano.

La tortura e le macchinazioni, costruite dagli inquirenti affinché il processo assuma una dimensione sempre più ampia, divengono una sorta di simulacro della doppia verità, in cui l’estorsione di una confessione sempre più allucinante conduce ad un fiume di bugie quasi inarrestabile. I due imputati oramai distrutti dagli interrogatori portano all’arresto delle cinque persone che hanno accusato. Ma le promesse di libertà e perdono, fatte ai due imputati dagli inquirenti, non vengono avvallate dai giudici che sentenziano, il 27 luglio dello stesso anno, la condanna a morte dei due principali imputati.

Entrambi, dopo indicibili torture, vengono giustiziati il 2 agosto del 1630. Con loro vengono uccisi gli altri cinque imputati. Solo il figlio del comandante spagnolo viene ritenuto innocente. Dopo l’esecuzione della sentenza e sempre per ordine del tribunale viene rasa al suolo la casa del Morra, ritenuto il più colpevole degli imputati e sopra alle ceneri della casa viene eretta a futura memoria una colonna con un’iscrizione latina, che dovrà ricordare, a tutti coloro che la guardano, l’infamia dei propagatori di peste. La colonna è stata rimossa nel 1778.

Al Castello Sforzesco di Milano fu posta una lapide presso la Colonna Infame.
Foto della lapide che fu posta presso la Colonna Infame. (Milano, Castello Sforzesco)

Analisi

Alessandro Manzoni racconta una storia di ingiustizia terribile e paradossale ma vera. Il suo non è un saggio storico, né un breve romanzo storiografico, bensì una lucida analisi di ciò che la legge può permettere agli uomini di cattiva volontà. La sua analisi dell’animo umano e della perversa ricerca del colpevole a tutti i costi svelano una storia a due facce, permettendo al lettore di scoprire le molteplici facce della verità.

Storia della colonna infame fu pubblicata in appendice ai Promessi sposi, ma la storia era già stata raccontata nel 1777 da Pietro Verri, che la riportò nelle sue Osservazioni sulla tortura. Quando Verri scrisse la storia dell’ingiusta condanna di Mora e Piazza e degli altri cinque imputati, la colonna infame era ancora in piedi a triste ricordo di quel processo; fu abbattuta un anno dopo la pubblicazione del saggio.

Il passato non deve essere mai dimenticato, diceva Leonardo Sciascia, ma deve essere vissuto continuamente nel presente affinché non ritorni.
In molti paesi la tortura esiste ancora.







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Fulvio Caporale

Fulvio Caporale

Fulvio Caporale è nato a Padova e vive a Milano. Laureato in Scienze Politiche svolge la professione di consulente editoriale e pubblicitario. Collabora con case editrici e giornali cartacei e online occupandosi di libri, arte ed eventi culturali. Ha tradotto testi letterari e tecnici dallo spagnolo, dal portoghese, dall'inglese e dal catalano.

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